Alessandro D’Avenia, “L’appello”. Un approfondimento critico

Umanesimo carnale, potere salvifico della parola e senso della Creazione nell’ultimo romanzo di Alessandro D’Avenia, L’appello

I temi del romanzo tra scienza e letteratura e le pennellate di Vermeer nello stile dell’autore

di Carmen Cucinotta

Nella Prefazione del 1925 ai Sei personaggi in cerca d’autore, Pirandello fa una distinzione tra gli scrittori di natura storica, più portati a narrare o a descrivere la realtà così come la si vede, e quelli di natura più propriamente filosofica, che sentono un più profondo bisogno spirituale di narrare tutto ciò che sia imbevuto di un particolare senso della vita e che abbia un valore universale.

Alessandro D’Avenia fa parte della seconda categoria di scrittori. Ha sempre dichiarato di scrivere ogni qualvolta possa offrire una nuova visione della realtà, rimanendo sempre e comunque fedele alla vita e alla verità.

Il suo ultimo romanzo, L’appello, è ambientato ai giorni nostri all’interno di un liceo italiano come tanti delle nostre scuole, dove un insegnante di Scienze, Omero Romeo, precario per la sua cecità e per il suo contratto di lavoro, si trova a insegnare all’interno di una classe di dieci alunni problematici. Egli compensa subito la sua minorità fisica col suo esperto uso del tatto, attraverso una nuova forma di appello, con cui non solo riesce a chiamare all’azione gli alunni, ma anche ad aiutarli nelle loro problematicità. Il professore, infatti, usa la lezione come uno spazio simbolico dove ciascun ragazzo, chiamato per nome, esprime liberamente la sua sete di conoscenza, apprende, agisce e coopera in nome di un progetto comune. Utilizza, invece, la fine della lezione per posare le mani sul loro volto, toccarne le pieghe superficiali delle loro sofferenze profonde e farsene carico per poterle curare. Il suo insegnamento si rivela un cammino di sofferenza, di maturazione e di riscatto finale, che lui stesso intraprende come uomo, accompagnando i suoi allievi fianco a fianco, passo dopo passo nella conoscenza di sé e della materia che insegna.

I temi che D’Avenia tratta nel romanzo sono principalmente quelli di carattere universale, senza mai tradire un mondo umano reale, fatto di carne, di sensi e di sentimenti.

Il professor Romeo dichiara infatti ai colleghi:

Non so che farmene di questo umanesimo cerebrale assolutorio e raffinato, gli preferisco un umanesimo carnale sporco e faticoso.

In un altro passo del romanzo egli intende per umanesimo cerebrale la cultura che non serve a essere più umani, ma a prendere le distanze dalla realtà, quella che spesso si rischia di insegnare nella scuola.

L’umanesimo carnale è la visione esistenziale di D’Avenia ed è basato sulla relazione autentica che l’uomo abbraccia nella sua totalità col mondo:

Da come una mano si posa sulla pelle delle cose dipende che nel mondo ci sia tenerezza o violenza, misericordia o abbandono, amore o controllo, gioia o solitudine. La mano permette alle cose di fermarsi, non devono più cercare vita altrove. Il contatto ci fa sapere chi siamo e chi non siamo, dove cominciamo e dove finiamo e la carne che abbiamo in comune. La vita è tutta questione di tatto.

È una filosofia dolorosa ma vera quella tracciata dall’autore, come dal suo amato Leopardi, sin dai suoi primi romanzi:

La vita bisogna amarla così com’è, senza mai tradirla. E questo accade solo in momenti di dolorosa rivelazione, in cui la vita può mostrarsi indifesa perché noi le andiamo incontro finalmente disarmati.

Passiamo il tempo a imprigionare il dolore nel passato, cercandone le cause con la precisione di uno scienziato, ma non è questo che può guarirci. Noi possiamo guarire solo stando nel dolore e scoprendo dove ci porta, proprio perché non abbiamo più il controllo delle cose.

La scienza afferma l’esistenza del caos in natura, ma la letteratura insegna come abitarlo.

 

La necessità di riallacciare il legame tra la letteratura e la scienza 

Se nelle opere precedenti l’autore partiva sempre dalla narrazione della realtà interiore dei personaggi, intrecciandola con la storia delle epoche in cui essi vivevano, nell’ultimo romanzo egli prova a fare un tentativo che già nel Novecento era stato proprio di Pirandello, Primo Levi, Gadda e Calvino: spiegare la scienza attraverso la letteratura. L’intento di D’Avenia è di dimostrare come queste due discipline siano legate fra loro in modo inscindibile, come aveva dimostrato per ultimo Galileo Galilei, prima che la scienza si separasse dalla letteratura proprio grazie all’introduzione del suo metodo sperimentale.

Il compito degli artisti e degli scienziati è accettare la solitudine e il buio per indicare agli altri la strada per uscirne.

Gli studi scientifici per L’appello, portano D’Avenia ad approfondire le teorie della relatività di Einstein e della fisica quantistica di Heisenberg e di Bohr:

Le scoperte della fisica del ventesimo secolo ci hanno liberato da tre illusioni: la relatività ci ha liberato dall’illusione che spazio e tempo siano assoluti, la fisica quantistica ha messo in discussione il fatto che le cose siano controllabili, la teoria del caos che siano prevedibili. La fisica ci ha fatto scoprire che non controlliamo nulla, proprio per questo ci ostiniamo a farlo con la forza. Dovremmo concentrarci su come rinnovare la vita piuttosto che su come frenarne l’entropia.

In questa affermazione è possibile ravvisare una possibile guarigione da quella crisi dell’uomo moderno che Luigi Pirandello aveva analizzato e narrato nel Fu Mattia Pascal con l’invettiva del protagonista contro Copernico e la sua teoria eliocentrica. D’Avenia parte proprio da questa crisi e dissoluzione dell’io che riguarda ancora oggi il nostro relativismo del pensiero. Lo accetta, lo attraversa drammaticamente con i suoi personaggi, dando al protagonista il cognome di Romeo, nome per eccellenza dell’eroe tragico shakespeariano. Propone, però, una ricomposizione di quell’io, attraverso lo stesso protagonista, che ha il nome di Omero, e che ha il compito di comporre epicamente le storie, come l’antico e omonimo cantore di eroi.

A quali conoscenze si appella D’Avenia per la ricomposizione dell’io?

L’autore dimostra già nelle opere precedenti la sua conoscenza accurata della filosofia e della letteratura occidentale fin dalle origini. Nell’appello matura invece una visione esistenziale dove ha largo spazio il realismo dei grandi scrittori russi, come Dostoevskij, V. Grossman e Pasternak e la filosofia russa cristiano-ortodossa di N. Berdjaev, P. Florenskij e V. Solov’ev. Ne consegue una visione esistenziale dove la realtà è carnale, fatta di dolore come condizione umana originaria e permanente, che si può trasformare soltanto se lo si attraversa fino in fondo per redimersi, come Cristo nella Resurrezione, unendosi nella propria sostanza con quella di Dio, che è la stessa dell’Uomo. Ci si può redimere e salvare soltanto operando con Dio e nel suo nome, ai fini di ampliare sempre di più il suo progetto della Creazione, avviato fin dalle origini dell’universo. L’atto umano nel nome di Dio è sempre creativo e quindi artistico, perché persegue la Bellezza della Creazione.

Cosa ci muove a conoscere il nostro legame con Dio e con tutte le cose?

L’amore presente nei nomi, che è l’energia, l’essenza di tutte le cose, secondo Florenskij (Il valore magico della parola, serie di saggi scritti dall’autore prima di morire in un gulag sovietico nel 1937). Per il pensatore, teologo e scienziato russo le parole sono portatrici del senso delle cose, il semema, l’anima.

D’Avenia scrive infatti nel romanzo che l’amore è ciò che ogni nome custodisce: amore per Dio, per le parole, per i padri, le madri, il lavoro, la realtà; amore per l’amore, per un figlio, per gli amici, per se stessi.  Attraverso la parola, l’uomo si mette in relazione con Dio, riconoscendo in essa il valore magico, mistico, simbolico di cui è portatrice. Il nome proprio, nello specifico, diventa la parola unica e irripetibile, nella quale si condensa la volontà e il destino di una persona.

La parola provoca cambiamento

Con la parola che io pronuncio si mette in moto la mia verità concentrata, la forza della mia attenzione accumulata, e si sospinge avanti nello spazio. Se incontro un oggetto in grado di ricevere un impulso della volontà, allora la parola vi provoca quel cambiamento che quest’oggetto è capace di sperimentare. (Il valore magico della parola). Non è un caso che la pubblicazione del libro sia stata accompagnata da D’Avenia dalla parola da lui coniata “ribellezza”, nel significato di ribellione a una vita priva di senso e di bellezza, intesa non come valore estetico, ma come rivelazione delle cose e degli uomini nella loro essenza vitale. La ribellione è da considerarsi come una rivoluzione lenta e silenziosa, maturata col tempo nell’animo, che porti l’uomo al cambiamento e alla scelta di una vita attiva nella realtà delle cose, creando e ricreando continuamente il mondo, attraverso l’amore, l’arte, le relazioni, il lavoro, agendo come Dio ha fatto con l’uomo e con l’universo. La rivoluzione nel romanzo viene definita un movimento attorno a un centro di attrazione, un risveglio che sembra esplodere all’improvviso ma è stato preparato lentamente. Ha un valore costruttivo e non distruttivo. Questa rivoluzione è la stessa che l’autore-professore auspica per la scuola, che nel nostro tempo sembra tradire spesso la sua vera vocazione:

La scuola dovrebbe essere un luogo in cui diventare più liberi […], dove conoscere se stessi e il mondo per poi prendersi cura di se stessi e del mondo, invece spesso diventa un “calderone di attualità e conformismo”, che non incide sulla vita quotidiana dei ragazzi.

 

La scuola

All’interno del romanzo, come già in altri suoi interventi, l’autore dissemina le sue considerazioni sulla scuola sulla rigidità e spesso inutilità dei programmi scolastici, che non lasciano spazio alla libertà di espressione e di creazione. Considera la lezione un “percorso di ricerca”, come quando si fa una passeggiata in montagna, liberi di respirare e di esplorare sempre nuovi sentieri all’interno di grandi spazi aperti.

Si dovrebbe ricostruire la scuola cominciando dalle fondamenta. Per questo il professor Omero basa l’efficacia dell’insegnamento-apprendimento sulla relazione autentica tra Maestro ed allievo e sulla necessità del fare libera esperienza (apprendimento emotivo) di ciò che s’impara:

Non si può insegnare nulla a nessuno se non si conosce la persona nella sua interezza. Non esiste argomento che possa raggiungere il cervello, se non entra dal corpo.

D’Avenia suggerisce tre semplici parole su cui basare il cambiamento della scuola: scoperta, interrogativo, presenza, al posto di ripetizione, interrogazione e prestazione.

Nel corso della storia i ragazzi protagonisti si battono prima per introdurre la nuova modalità di appello proposta dal loro insegnante, poi redigono un manifesto politico con i vari punti programmatici della nuova scuola che vorrebbero.

Per quelli che considerano utopistica e troppo idealistica la possibilità di cambiamento, l’autore auspica comunque che pian piano si possa prendere consapevolezza di ciò che non va nella scuola italiana, per poter attuare insieme un cambiamento a livello sociale, politico e istituzionale:

I professori non sono pronti per un cambiamento del genere, è qualcosa che si deve sviluppare lentamente, nel cuore, poi nella testa e infine nelle orecchie e nelle mani. Non basta una provocazione per cambiare un sistema, non è un’idea che imponi con la forza da fuori, ma qualcosa che si deve risvegliare a poco a poco da dentro.

Verità e realtà

 Il cambiamento auspicato da D’Avenia è reale e passa non solo da una visione ontologica dei nomi, ma anche da una concezione della realtà come adesione fedele alla vita. Non a caso, le parole, verità e realtà ricorrono spesso nel romanzo e sono fondanti nella visione esistenziale dell’autore:

La verità o è di carne o è un’ideologia.

Questa considerazione di Omero, fatta a proposito di adolescenti e bambini, sintetizza il concetto di verità secondo D’Avenia: “C’è un’intelligenza nelle cose, una fedeltà nei loro comportamenti, che ci obbliga ad essere altrettanto intelligenti e fedeli. Questo cercare è la verità. E niente dà più gioia che raggiungerla, nella scienza come nella vita. La verità è l’eros dell’intelligenza, il suo piacere”.

La verità è il senso dell’esistenza e sta nel trovare le risposte ai perché sollevati dalla vita di tutti i giorni, dal caos dei fenomeni all’ordine che governa le cose.

La verità, tuttavia, non è da confondere con la ragione privata che l’uomo si fa delle cose, quando abbraccia la menzogna. Sono questi i casi in cui la realtà si rovescia e prende il sopravvento il potere esercitato dispoticamente, sostenuto da uomini che si illudono di aver dato senso alla vita facendo i gregari.

Ma poi per fortuna c’è sempre qualche cuore pensante che vive ancora nel dritto, non rinuncia alla verità e si ribella a rovesci.

L’autore non rinuncia anche a considerare il potere oggi come una dittatura morbida, dolce, accogliente, la stessa esercitata dai social media che, attraversol’ipnosi delle immagini e la manipolazione dello sguardo”, detta all’uomo le regole dell’algoritmo e trasforma il mondo di ciascuno in una “tribù con i suoi idoli”.

Alle immagini D’Avenia contrappone il beneficio dell’immaginazione, spesso suscitata dai libri e presupposto alla base della creazione:

Affidata alle parole dei libri, la mia immaginazione diventava più libera. Le immagini ci dicono ogni istante come dobbiamo essere, che cosa dobbiamo fare e pensare. Invece l’immaginazione ti fa vedere quello che manca alle cose per diventare più belle.

La verità che il professor Omero vuole seminare nei cuori dei suoi alunni è sinonimo di conoscenza come amore che lega a Dio, la luce e il respiro di tutte le cose.

Ti devo confessare la verità. Dietro di me c’è quel legame che consente di vedere tutto nella stessa luce, perché ne è la fonte. È l’amore in cui Dio fa tutte le cose.

Chi coglie questa verità ne sente tutto il respiro che emanano le cose, formando tutte insieme la realtà:

La realtà è la più grande cospirazione mai ordita: tutte le cose respirano insieme, e quel respiro è la vita che unisce chi guarda e le cose che guarda. La prospettiva ha tolto il respiro che univa tutto e lo ha sostituito con un’idea.

Riavremo il mondo solo quando smetteremo di volerlo dominare e accetteremo il fatto che nulla è assoluto, perché la cerniera tra soggettivo e oggettivo è differente per ciascuno.

È necessario dunque lo sguardo di ciascuno sulla realtà, nella sua unicità e diversità, ma per fare ciò bisogna allenarsi all’armonia e alla bellezza.

Armonia e bellezza 

All’armonia bisogna allenare anche l’orecchio, perché il professor Romeo prova a spiegare scientificamente cosa accade al di sotto delle componenti dell’atomo, quando sottilissime corde vibrano insieme (teoria delle stringhe) creando legami fra tutte le cose. Questa vibrazione è qualcosa di molto vicino alla musica e alla sintonia delle persone che agiscono in relazione fra loro. Una risonanza di anime, magica e magnetica.

L’universo sarebbe pertanto una coreografia in cui danza e danzatore sono un’unica cosa e noi siamo stati creati per goderci lo spettacolo.

La visione armonica dell’universo non basta a definire cosa sia la bellezza. Per crearla e ricrearla è necessario il caos (la terza scoperta più importante della fisica del Novecento, insieme alla relatività e ai quanti. Ma le conseguenze della relatività e dei quanti non le percepiamo, nel caos ci siamo immersi: è la stoffa delle cose quotidiane, l’intreccio delle vite).

La vera bellezza è fatta di carne. Lo si vede perfettamente nella sintesi perfetta di caos e armonia dei fiocchi di neve, un chiaro esempio di come il dolore si possa trasformare in speranza, perché in ogni bellezza c’è morte: una gemma su un ramo è una nuova crepa.

L’amore, il mistero ultimo delle cose  

Alessandro D’Avenia celebra nel suo romanzo la bellezza generata dalle crepe, donandoci una definizione d’amore incentrata non sulla forza, ma sulla fragilità e la nudità di ciascuno:

Credo che l’amore consista in questo: mostrare la propria debolezza a qualcuno e scoprire che non se ne servirà per affermare la propria forza, anzi, al contrario, per mostrarsi altrettanto debole. Unire due debolezze è il modo di diventare forti.

È questo il modo di amare che porta a generare.

Il vero protagonista di tutto il romanzo è proprio l’amore, un sentimento al di sopra della libera appartenenza di un uomo e una donna, o dell’amare se stessi e gli altri. È quel mistero ultimo delle cose, che non ci fa mai sentire soli, perché c’è un Padre che ci protegge e ci fa sempre sentire suoi figli.

Ciò per cui siamo amati si trova al di sotto della paura, della vergogna, dei fallimenti, ed è intoccabile, perché è la terra in cui Dio passeggia con l’uomo sul far della sera, alla brezza leggera del mare. Solo questo può dare pace: sapersi figli in ogni circostanza, essere perfetti agli occhi di chi ci ama.

È un terreno sacro quello in cui fiorisce l’amore, dove la vita non può mai essere rovinata dagli uomini ma diventa pura gioia.

Per amare bisogna spostare il proprio centro di gravità verso gli altri e le cose.

Amare è perdere il controllo, lasciando che l’altro sia sempre un libero accadimento e gioendo della sua sola presenza, che è sempre evidenza di Dio.

Dio, creazione e libertà 

Dio è l’evidenza dell’amore. Non si può dimostrare, si può solo mostrare. In che modo? Attraverso le opere che crea e ricrea attraverso gli uomini:

Dio è un uomo che ha lavorato in quel cantiere, in mezzo agli uomini, e continua a farlo, ogni giorno, per costruire con loro una casa accogliente, perché per amare e ricreare il mondo bisogna prenderne su di sé il dolore e le ferite. Cambiare il mondo è rendere casa qualche metro quadrato in più di deserto.

Nikolaj Berdjaev, nella Prefazione all’edizione tedesca del 1927 del suo saggio, Il senso della creazione, sostiene:

Io credo che Dio chiami l’uomo ad un’iniziativa creatrice, ad una risposta creativa all’amore di Dio. La nostra creatività deve esprimere il nostro amore per Dio. E però, la crisi che sta attraversando l’umanità, quella crisi che porta alla luce innanzitutto la bancarotta dell’umanesimo, mi sembra ancora più tragica: essa non consente di nutrire alcuna speranza in un passaggio immediato ad una creatività religiosa.  Per Berdjaev la”bancarotta dell’umanesimo” è la crisi d’identità dell’uomo moderno, che si è allontanato dai valori cristiani e ha perso il senso di una vita in cui la libertà di azione si coniuga con l’amore per Dio.

In un altro passo scrive ancora Berdjaev:

L’uomo è disposto a fare a meno della libertà. Ma è Dio, Dio e non l’uomo, che non può e non è disposto a fare a meno della libertà dell’uomo e della libertà del mondo. Il progetto creativo di Dio è sempre in espansione, come l’universo, rinnovandosi ogni giorno, e l’uomo è parte attiva di questo cantiere.

È Alessandro D’Avenia a spiegare nel suo romanzo la finalità della libertà:

La libertà serve ad amare! A prendersi cura del mondo e degli altri! Solo questo rende la vita bella, perché la riempie di senso.

Ma prima bisogna liberare la vita attraverso l’amore, prendendosi tutto il tempo che ci vuole.

 

Il tempo 

Omero Romeo sa che diventare ciechi significa cambiare il proprio rapporto col tempo. Un cieco non può avere la sensazione di perdere tempo, perché non può sfuggire al controllo scappando. Può soltanto fermarsi e aspettare che la vita tutta intera lo sorprenda.

Per capire che cos’è il tempo bisogna distinguerlo dalla temporalità, la durata delle cose:

La temporalità è una qualità che hanno tutte le cose: prima o poi si consumano, si esauriscono, finiscono. Il tempo è invece la loro fibra, la loro carne.

Noi non possiamo togliere il tempo dalle cose; dobbiamo provare a superarlo restando nella sua dimensione. Come? Strappando a Dio il suo sguardo sulle cose, perché solo lui vede fuori dal tempo tutto ciò che ne è parte.

L’autore abbraccia una visione carnale anche in relazione al tempo e ci invita a vivere guardando in direzione di quella stessa carne di Dio di cui sono fatte tutte le cose. Se è vero, come dice Einstein, che il tempo non è assoluto, ma misurabile in relazione al movimento dell’osservatore, il tempo guadagnato è quello in cui ci si impegna a non tradire la vita. Come? Fuoriuscendo da sé, per andare nella direzione degli altri. E questo il tempo migliore, impegnato a non morire, ad amare e quindi a vivere.

Altri temi 

Nel romanzo sono trattati altri temi, come l’amicizia, le relazioni familiari, il desiderio, la gioia, la paura, la musica, la vita dopo la morte, che si ricavano dalle storie dei personaggi nello snodo dell’intreccio narrativo.

 

Pro-creare attraverso la scrittura: le pennellate di Vermeer nello stile dell’autore

In un’intervista rilasciata il 7 maggio 2019 al quotidiano Il Foglio, Alessandro D’Avenia afferma di scrivere come un «Dio che è Creatore e dà la vita», creando ex novo le cose che per lui non vanno bene. Scrivere per lui diventa un modo per trovare e aprire un nuovo mondo, partendo da una controcreazione che, «se è fedele alla verità intuita e va fino in fondo, diventa pro-creazione, liberazione della vita da luoghi comuni e menzogne e ampliamento dello spazio interiore in cui l’uomo può vivere, di ciò che è umano nell’uomo». La scrittura è un’esperienza interiore di ricerca del senso ultimo delle cose, con la predisposizione di chi utilizza un cuore intelligente come metodo d’indagine della realtà. L’impressione che si ha, leggendo le pagine dell’Appello, è quella di sentirsi immersi continuamente nel vivo delle situazioni, delle azioni, dei sentimenti dei personaggi o delle descrizioni, cogliendone il senso attraverso una scrittura che spiega le cose nel senso etimologico del verbo latino: “explicare” significa “districare, sciogliere” e quindi rendere liscia una superficie che prima era piena di pieghe. Ne scaturisce una lunga serie di frasi ad effetto, dal linguaggio chiaro e diretto, che rivelano tutto il carattere euristico di una scrittura sempre fedele alla verità delle cose, priva di orpelli decorativi, ma spesso poetica, laddove l’autore coglie nella parola quell’attimo in cui la bellezza si svela. Gli inserti lirici sono modulati nelle descrizioni dei tormenti interiori dei personaggi, nella tenerezza e compassione della fragilità umana forzatamente nascosta o nella rivelazione della natura travolta o sfiorata dal tempo, nel ciclo delle stagioni.

Aprile

Aprile è il mese più crudele perché è il mese della speranza. Persino la città se ne accorge e i fili d’erba s’insinuano tra le fessure dell’asfalto. La vita fragile, appena risvegliata dal calore, fermenta ma teme di non essere abbastanza forte contro le intemperie. È un mese in cui tutte le nostre fantasie di distruzione ritornano a galla con malinconia crudele, e a niente servono i segnali sempre più intensi della primavera, perché sono ancora incerti, e come tutte le speranze incerte fanno più male delle certezze disperate.

Il paesaggio cittadino agli inizi della primavera sembra descritto con la tecnica pittorica di Vermeer: prende vita autonoma come un personaggio all’interno di un dipinto e si fonde con lo stato d’animo dell’uomo, immerso nella nera incertezza del presente e illuminato dalla luce sferzante della speranza.

D’Avenia apre così il suo mondo interiore ai lettori, attingendo a quel grande cantiere in costruzione che è la realtà, fatta di cose e parole in continua metamorfosi e in contrasto perpetuo tra la luce e le tenebre. Da esperto scrittore, egli traccia la mappa di questo nuovo mondo generato dal caos, attraverso gli sprazzi di luce filtrata dalle fessure del suo linguaggio. Da una parte, genera figure retoriche, dall’altra ricorre alle etimologie e al lessico tecnico e scientifico, mantenendo sempre stretto il legame tra sentimento e ragione.

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