Me, Jamal e il Qukal. Un racconto

Racconto di Carlo Giamagli

Il respiro di una vela,
la movenza del timone,
lo scorcio di una terra nuova,

carezza

è il chiaro plenilunio,
oscuro - impercettibile,
moltitudine increspato,

blu.

Un dolce abbraccio ti avvolgeva da prua a poppa, Qukal dolce legno eri. Oltre che una barca sei stata una culla. Ti ho scoperta all’età di circa dieci anni, quando Alessandro, mio padre, da tutti chiamato Jamal, un uomo che aveva fatto della sua vita un’esperienza. Sul suo viso vi era impresso un riso, ogni qual volta solcava il mare, armonizzando la regolazione delle vele con l’abilità al timone, portava con sé sforzi, tecniche ma anche un fanciullo, io. Jamal aveva appreso la nobile usanza della Marineria dal padre. Dopo aver abbandonato il suo incarico d’agente assicurativo, dicendo che vendeva alle persone polizze sulla vita, creando in loro una falsa speranza, ovvero, la fittizia possibilità di avere una certezza che andasse oltre la più grande certezza umana, la morte. Papà s'imbarco come skipper sul Qukal, fu uno dei suoi primi incarichi come. Mentre io, fanciullo, nato in un settembre del 1998 sotto il segno della Bilancia e cresciuto nella campagna Anconetana, collegata tutt’oggi al porto grazie a una strada provinciale. Questo tragitto dona a chi lo percorre scorci campestri e orizzonti marini, è lei, la mia strada di casa. Partendo da casa in macchina, dopo una ripida discesa, ovvero il vialone del podere, riassestato da mio nonno, iniziavano una serie di curve molto strette ai piedi delle cave del Monte Conero. Passati i tornanti ci si imbatteva in un rettilineo ove si poteva ammirare il mare di fronte alla montagna e con una piccola torsione del capo, il panorama dava sulle vigne e sui campi di lavanda, lì si poteva udire la silenziosa armonia delle campagne. Quest’esperienza che condividevo con mio Padre, mi persuadeva per poche decine di minuti, ma per fortuna si riproponeva tutte le volte che decidevo di uscire di casa, ero un fanciullo fortunato. Oltre alla fortuna, la curiosità e la tenacia si sancivano in me nei giorni festivi quando papà mi portava con se al lavoro. Jamal parcheggiava il suo Mitsubishi L200, di colore verde scuro, di fronte al N1. Era il pontile a Nord della Marina Dorica più esposto al mare rispetto ad altri ma protetto da una foranea. Delle volte la barriera composta da grandi blocchi di pietra veniva sovrastata dall’acqua salata, così da allagare il vialone d’accesso, in questo caso si scendeva dalla macchina con i piedi scalzi in modo tale da non bagnare le scarpe. L’ ingresso al pontile avveniva tramite un cancello composto da sbarre di metallo incrociate. La cancellata metallica si apriva grazie a una chiave magnetica, ma senza di essa, bastava scavalcare il pietroso cordolo adiacente all’ingresso. Aldisotto del piccolo molo, vi erano grandi serbatoi d’aria che davano stabilità e potere galleggiante alle assi di teak vicine tra loro e incastonate su lunghi binari d’acciaio. La particolarità risiedeva negli spazzi vuoti tra le tavole che permettevano di scrutare l’acqua sottostante. Il pontile N1 era una piccola ma variopinta palestra, per quel che ne riguarda la Marineria. Fu proprio lì che vidi per la prima volta le Mugelle così chiamate in gergo ovvero dei pescioni di 30 centimetri che abitavano la marina. Io e le Mugelle diventammo subito amici, in quel preciso istante mi resi conto di cosa volesse dire costruire un rapporto. Portavo loro il pan duro che trovavo frugando nella stiva del Qukal. Loro appena intravedevano nello specchio d’acqua l’ombra del pane nella mia mano, nuotavano in superficie per poi mangiare la pagnotta ormai secca, che sbriciolavo tra le mie dita. Non potevo far altro che estasiarmi di fronte a quello spettacolo, tutte quelle pinne che vorticavano che al contempo creavano una micro corrente superficiale, facendo così ondulare il riflesso del mio corpo sulla distesa d’acqua salata. Un dinamismo tale si rifletteva nell’aria che si respirava su quel pontile. L’incanto da cui venivo ipnotizzato era dato dalle poppe delle barche a vela, su ognuna delle quali era stato impresso il proprio nome. Sul Qukal non solo vi era dipinto il proprio nominativo, ma anche un gabbiano rappresentato nella sua massima apertura alare, di color grigio a sfondo bianco. Dopo aver scrutato con curiosità ogni barca, dalla più piccola alla più grande, dalla più colorata alla più rude, mi dirigevo verso te, culla della mia giovinezza. Di tanto in tanto mi fermavo di fronte alle già viste imbarcazioni, per cogliere i dettagli a me sfuggiti o perlopiù sforzare tutti i miei cinque sensi al fine di assimilare le nozioni e le capacità dei marinai, che manifestavano nel loro lavoro: armare le imbarcazioni, dinamiche che necessitano di conoscenza velica e una buona capacità di giostrare le cime attraverso bozzelli, verricelli e nodi. Attraversando il pontile osservavo anche come doveva essere lavata e pulita la coperta, ma, soprattutto, come si lucidavano gli acciai. Furono proprio queste ultime le cose che io iniziai a svolgere sul Qukal. Di certo, non potevo armeggiare la barca se non conoscevo ogni suo punto e dettaglio da prua a poppa, caratteristiche che conobbi pulendola fino a far scomparire ogni minimo granello di sale o qualsiasi corpo estraneo. La vita nel pontile era tutt’altro che monotona: nessuno stava mai con le mani in tasca se non per estrarre oggetti necessari al lavoro che si stava svolgendo, un coltello svizzero una chiave a brugola o anche ago e filo. A bordo dello Starkel 64, di nome Qukal, il mio entusiasmo si univa alla determinazione nel voler apprendere tutto ciò che potevo vedere, sentire e toccare per non escludere i profumi che il mare portava. Anche se tal volta non erano dei più piacevoli. L’imbarcazione disponeva di due pozzetti, il primo di fronte alla timoneria, ove i marinai più anziani ed esperti si riunivano per confrontarsi sull’organizzazione della barca; il secondo era certamente più spazioso, permettendo alla restante parte del numeroso equipaggio, di scambiarsi impressioni sulla barca e storie personali. Con i primi caldi, di maggio e giugno, accompagnavo Jamal a Marina Dorica per poi dargli il buon vento, non prima di aver apprezzato assieme a lui la mia strada di casa. In questo caso ci volevano ben più di una decina di minuti per arrivare a destinazione, dato che Papà e io parlavamo tantissimo di come entrambi avremmo passato parte del periodo estivo lontani ma anche di come sarebbe stato il nostro incontro a distanza di circa un mese; le lacrime non bagnavano le mie gote, alla sua partenza ma si sarebbero sprigionate quando lo avrei raggiunto in Grecia. Jamal avrebbe salpato da Ancona per poi far rotta a sud-est, più precisamente verso il Mar Ionio, dove avrebbe navigato per tutta l’estate mostrando ai turisti le incantevoli isole e spiagge degli arcipelaghi Greci. Allo scadere di giungo raggiungevo mio padre, accompagnato da mia madre; ci imbarcavamo su un traghetto, che avrebbe mollato gli ormeggi da Ancona, la città Dorica, verso la Grecia ellenica. Appena a bordo del traghetto sistemavamo i bagagli nella cuccetta. In seguito chiedevo a Paola, mia madre, di portarmi in coperta. Una volta salito sul ponte guardavo la costa della mia città farsi sempre più ridotta, fin quando la frastagliata costa svaniva sempre più nella linea dell’orizzonte. Allora focalizzavo la mia attenzione nella vorticosa e spumosa spaccatura che creava la chiglia ferrosa una volta marcata la tavola ondosa. Dopo aver ammirato il tramonto sul mare, e in seguito il crepuscolo fino alla luna piena, che in me piena ancor non era. Lo sarebbe stato solo quando le mie mani si fossero posate su di una delle ruote del timone della barca a vela, verso cui ero diretto. Lo sbarco era previsto per le ore nove del mattino seguente. Giunti sulla terra ferma, io e mia madre cercavamo mio padre nel brulicante molo, dove molti amici e familiari aspettavano per rincontrare i propri cari. Saliti nella macchina che Jamal aveva affittato, guardavo fuori dal finestrino posteriore tutti i tornanti. Ammiravo la boscaglia greca, composta da varie tipologie differenti di arbusti e piante d’olivo, ma soprattutto lasciava un ampio spazio a pietre di varie forme e colori che tendevano al grigio opaco. Arrivati al punto in cui il Qukal aveva messo a fondo l’ancora, il marinaio che lavorava con mio padre, saliva a bordo del tender che montava un motore fuori bordo Mercury, dalla potenza di quindici cavalli, faceva rotta verso di noi per poi arenare lo stesso sulla spiaggia grigiastra. L’ultimo a salire a bordo del piccolo gommone ero io, dopo averlo spinto fino al punto in cui potesse galleggiare. Nonostante la mia età riuscivo a manovrare con abilità il Mercury a due tempi. Mi divertivo facendo rotta sulla barca con la mano destra, con la quale impugnavo la barra metallica del timone color nero. Decidevo di compiere delle virate alla velocità di dieci nodi, così da sentire le onde che la planata propagava, sbattere sulla chiglia dove posavo i miei piedi spesso bagnati dagli spruzzi d’acqua. Attraccavo in modo egregio sulla poppa più precisamente di fronte alla figura di quel gabbiano color grigio. Una volta messo in sicurezza il dinghi, il fuoribordo veniva tolto e fissato con dei morsetti e due lucchetti su di una tavola legnosa posta all’estrema poppa della barca. Quest’operazione veniva eseguita per non dar modo al Mercury di essere sottratto durante la notte, siccome il piccolo gommone veniva lasciato galleggiare solitario nelle tenebrose braccia di Nettuno. Eccola lì, la mia cuccetta, proprio sotto la timoneria. Era di grandezza ridotta rispetto alle altre cabine. All’suo interno erano presenti tutti gli strumenti elettronici, che rendevano noti la velocità della barca e del vento e la profondità del tratto marino sottostante, ma lo strumento sul quale ricadeva la mia attenzione era il G.P.S., ovvero il Global Positioning System. Uno schermo di ridotte dimensioni, dove si evinceva chiaramente la posizione della barca e la distanza dalla terraferma. Ma non solo, con quello strumento si tracciava la rotta che veniva poi inviata al pilota automatico, così da essere precisi in modo millimetrico rispetto al punto d’arrivo, anche se spesso e volentieri la ruota del timone veniva impugnata da mani sicure. Nella notte, la strumentazione propagava luci verdi e rosse in tutta la cuccetta, era una luce fievole che mi colorava il viso e il corpo, una volta disteso. Nelle ore notturne si facevano turni di guardia in coperta, io affiancavo sempre Jamal dal quale apprendevo l’orientamento rispetto alla rotta prestabilita. Cercavo un punto di riferimento sul quale poi creare un parametro per captare all’evenienza l’eventuale difetto della rotta e correggerla di qualche grado, se necessario. Cercavo di dare manifesto all’arte che risiede nel buon timoniere, quando ero pressappoco alto quanto bastava per reggere la ruota del timone e scrutare l’orizzonte. Le due ruote davano l’inclinazione di cui necessitava la barra del timone per mantenere la rotta, sui gradi prestabiliti. Le due circonferenze erano rivestite da una stoffa setosa, di color grigio e cucita con un filo biancastro. Stando al timone, nacque in me il rispetto che ogni buon marinaio ripone nei confronti di quel che è il più grande magazzino del pianeta terra, il mare, che comunicava con me tramite la barca sprigionando in me indescrivibili sensazioni. Entrati in una delle tante baie greche, era cosa solita per me stare a prua, tenendo ben saldo nella mia mano destra uno strumento elettrico, giallo e grigio, che azionava il verricello dell’ancora. Jamal chiamava l’ordine di dare fondo, da quel momento la comunicazione avveniva con i gesti, ogni dito che levavo dal pugno sinistro equivaleva a dieci metri di catena in mare, la mia abilità risiedeva nel osservare e rispondere ai numerosi aspetti di quella manovra, ovvero: l’andamento della catena, lo sforzo del verricello elettrico e cosa più importante gli ordini del comandante. Una volta mollati i metri di catena necessari, la prima parte della manovra terminava con il pugno del comandante alzato, all’altezza della spalla. In seguito mio padre ingranava la retromarcia, dando dei piccoli colpi sulla leva che regolava i giri del motore. Mettendo così in tiro la catena fino al momento in cui la stessa fosse ben tesa. In seguito era mio compito tornare a poppa, mettermi una cima di circa venti metri sulla spalla per poi buttarmi in acqua e nuotare fino allo scoglio che più emergeva o addirittura verso la spiaggia, composta per lo più delle volte da arbusti, e alberi. Scelto l’appoggio più saldo, eseguivo una gassa messa in sicurezza da un ulteriore fiocco semplice. La manovra terminava con il mio rientro in barca e con il seguente spegnimento del motore. Realizzare questa manovra mi faceva sentire parte integrante dell’equipaggio. Nonostante ciò, avere modo di regolare la randa e il fiocco era molto più esaltante che stare alla fonda in una baia contornata dalla Macchia Mediterranea, per questo il Qukal in assenza di turisti era spesso in mare a bordeggiare. La prima cosa sulla quale Jamal mi istruì era il controllo delle vele. Mentre cazzavo o lascavo, osservavo gli effetti che producevo regolando la vela. In mio aiuto vi erano due filetti segna vento uno di colore rosso e uno di colore blu posizionati in maniera simmetrica sullo stesso punto, esterno e interno, della panciuta velatura bianca e grigia chiamata fiocco. L’armonia si manifestava quando i fili di colore diverso erano paralleli. Le rotazioni che il timoniere compiva sulla ruota erano fondamentali per orchestrare tale opera. Il navigare a vela richiede una buona capacità d’equilibrio. Così da poter accogliere e sfruttare al meglio il movimento basculante della barca a vela, la quale dopo aver avuto in concessione velocità per mezzo delle vele, si inclinava nella direzione che il vento dirigeva. Prima di compiere la manovra che avrebbe conferito alla barca tale posizione, era mio compito scendere sottocoperta per sistemare ogni oggetto, così da evitare la loro caduta. Tra i vari oggetti vi era una pianta di basilico, che mettevo in sicurezza facendo più volute concluse da un nodo parlato sul tienti bene: un semplice corrimano di legno opaco, sul quale risaltavano venature tendenti al marrone scuro. Le onde e le raffiche che si abbattevano sulla barca e sulle vele mi facevano capire come l’uomo, messo a confronto con la totale manifestazione della natura, in questo caso quella marina, non poteva far altro che sprigionare la tecnica di cui disponeva, assieme a una buona dose di salvaguardia rispetto alla propria esistenza. L'equilibrio era sì fisico, ma soprattutto mentale. In questo scorcio di morale marinaresca, io intravedevo l’arte e il suo manifesto ogni qual volta la prua s’immergeva, per poi riemergere dalla superficie del tanto rispettato blu, portando con sé le alghe e qualsiasi cosa che il mare aveva deciso di far salire a bordo del Qukal. Nel navigare non tutti erano in coperta, mentre Jamal e io non perdevamo mai di vista ciò che ci circondava, sia che ci fosse maltempo, sia che fosse una soleggiata e lieta giornata. Dopo aver trascorso qualche settimana in Grecia, arrivava comunque il giorno meno atteso, il dì del saluto. Ai primi chiarori che il sole dispiegava sullo specchio d’acqua, mi svegliavo per ammirare tale spettacolo colorito, scendendo da prua verso la poppa. Il mare è era così quieto da far si che l’alba potesse dipingere sul blu le varie tonalità di rosso e giallo, il risultato di questa miscela pigmentata si rifletteva sul bianco della fiancata che emanava i riflessi in più direzioni. Al levare del comandante preparavo una caffettiera e insieme facevamo colazione sul pozzetto a poppa, io mi sedevo con la schiena che poggiava sulla ruota del timone. Osservavo come Jamal dopo aver appoggiato la tazza ancora calda sul tavolino, si adoperava per scostare dalla barca il profilo notturno. Sfilava le protezioni che ricoprivano la timoneria e i verricelli, concludeva la manovra aprendo il tendalino, così da creare ombra e un sintomatico senso diurno. La mia tanto desiderata presenza estiva sul Qukal, era terminata. Tornato ad Ancona, ripercorrevo la mia strada di casa scrutando il mare dall’alto, senza voltare lo sguardo alle campagne. In me albergava il senso d’appartenenza nei riguardi dei molteplici caratteri dell’enorme distesa d’acqua che minuziosamente ammiravo. Nel mese di settembre, a pochi giorni dal mio compleanno Jamal faceva rientro nelle mura domestiche. Sentivo lo scalare delle marce, dalla prima alla terza, giungere dall’inizio del vialone di casa in quel attimo il mio battito cardiaco sprigionava un armonia orchestrata dall’inconfondibile suono proveniente da L200 color verde scuro. Al caldo estivo subentrava il più freddo autunno e per me iniziava il periodo scolastico, ma, cosa assai più importante, si avvicinava la data del mio compleanno, che cadeva nel ventiquattresimo giorno di settembre. In quegli stessi giorni tu, Qukal, venivi strappato dalle liquide carezze con cui il mare ti sfiorava dolcemente e messo in secca per riposarti dopo la moltitudine di miglia percorse. Come te anche io davo tempo alla mia mente di assimilare la nostra alleanza. Costruita da quando per la prima volta una carezza mi percorse dal capo sino ai piedi. Eri tu, viaggio che vien viaggiando.

Hits: 273

Lascia un commento