N O I S E
Un’ode del ventunesimo secolo a Chicago e alla sua scena di musica sperimentale

(Testo di Ana Ilievska - Traduzione dall’inglese dell'autrice e di Pietro Cagni)

la caratteristica del rumore [è] di richiamarci brutalmente alla vita
Luigi Russolo, Futurista

Mi ha colpito quando ho compiuto trentun anni. Quel bisogno di trovare di più, vedere di più, ascoltare di più, toccare di più (non solo assaggiare di più, ho un palato molto pignolo), perdere di più, distruggere di più. I primi trent’anni della tua vita, accumuli; gli altri trenta, perdi. Così, ho smesso di andare dritto. Il bisogno di radicalizzare, di leggere libri da cui l’editore prende cautamente le distanze con una “nota al lettore”, di vivere in piccoli posti bui, di non fissarsi, di ascoltare della musica che non comincia né ha fine, di condurre una vita senza Spotify, di ferire il proprio corpo, diminuirne le dimensioni, la sua presenza nel tempo e nello spazio, modificarlo ma non in nome di qualche ideale di bellezza – quel bisogno è sgorgato in me intorno a maggio 2017, mi ha colpito duramente fino al punto di paralisi. Per fortuna quando è successo mi trovavo a Chicago.

Nella Windy City sali sull’autobus cinquantacinque da Hyde Park, trattieni il respiro fra le fermate della Linea Rossa, ancora un autobus e ti ritrovi camminando di notte lungo strade butterate, sature di macchine, la L che urla sopra la tua testa, fino a quando, dietro un angolo, qualsiasi angolo, non vedi qualcuno succhiare nervosamente la sua sigaretta rollata accanto ad una rastrelliera per bici appesa alle ruote anteriori come a dei denti del giudizio strappati via (ma quando impareranno la lezione). Nessuno sta parlando con nessun’altro. Almeno non ancora. Per un secondo metti in scena l’imbarazzo borghese finché non capisci che, va bene, non c’è bisogno di far finta che ci sia gente che mi sta aspettando, non c’è bisogno di fissare il cellulare per fingere socievolezza, questo è un posto dove si va da soli. Sono le nove di sera e il concerto sta per cominciare. Non molta gente ha trovato la strada fino a questo posto, ma quelli che sono dentro sono venuti qui spronati dal mio stesso diavolo. Sembra che la maggior parte di noi non sappia davvero come sia finita qui. Come mai qui e non a circa venti minuti in direzione sud-ovest al teatro dell’opera? Come mai qui e non all’ultimo piano della Hancock Tower? Come mai qui e non a un tavolo della biblioteca? Come mai sto indossando questi vestiti monocromatici – vecchi jeans neri e una canottiera strappata che un quasi-amante ha lasciato a casa mia? Tranne che per i pantaloni di un hippie in piedi lì in un angolo, l’unico colore in questo posto è nei miei occhi.

Le persone vengono qui per fare la muta, per essere purificati dai decibel. Andare al museo e guardare l’arte no, non basta, le immagini raramente ti bucano il corpo. Ma il suono sì. Ti trapassa le viscere, ti fa male ai timpani, ti fa usare il tuo corpo, ti unisce al tuo corpo, devi farci i conti. Narita degli High Rise nel 1996 ha detto – in giapponese ovviamente – che «se ti prendi il disturbo di fare musica allora devi dare qualcosa alla gente che l’ascolta, altrimenti è senza senso. Devono essere shockati dalla musica. Qualcosa che li spinga a essere violenti. O li faccia impazzire. Quello è il miglior tipo di musica, non è così?». Quindi, guardandolo suonare la sua chitarra come uno psichedelico Paganini punk rock all’Empty Bottle l’undici d’agosto, capisco cosa vuol dire. Alcune band si ascoltano solo dal vivo. Alcune band producono dei suoni che funzionano come scope nel cervello ma non puoi – e non dovresti – portarti la scopa a casa. Narita è minuto e fuma fuori da solo. L’espressione del suo viso è sospesa da qualche parte tra stupore e calma ammirazione per le cose di questo mondo. Vorrei fargli tante domande, ma a volte alcune domande sono già una risposta.

Come se l’unico risultato immediato dei corpi in collisione fosse la morte. Se mi muovo, ti uccido. La lattina di birra o la pistola. L’inerzia o l’annichilazione. Ed è lì che subentra il rumore – allunga lo spettro dell’esistenza. Il rumore è il risultato della collisione dei corpi – desiderato o no, chissenefrega, ma non ti uccide. Ti sveglia, ti fa chiudere la finestra, la bocca, le orecchie, ti fa finalmente scambiare una frase con il vicino, interrompe i tuoi tweet, il tuo ennesimo selfie su Facebook, ti fa alzare gli occhi e distogliere gli occhi dallo schermo del tuo portatile. È nella natura del rumore interferire, creare silenzio e slancio.

Per il futurista italiano Luigi Russolo il rumore era l’apogeo della musica occidentale. “Suono-rumore” l’ha chiamato in L’Arte dei Rumori (1913). Basta con il buon vecchio violino, l’organo e il pianoforte. Evviva il ruggito delle macchine, degli animali, delle catastrofi naturali, quegli «schiaffi in faccia risonanti»! Il suono, nella sua opinione, è musicale, innaturale per la nostra vita, qualcosa come un evento a cui prendere parte. Diventa «per il nostro orecchio quello che all’occhio è un viso troppo noto». Il rumore, al contrario, è una costante, ma «giungendoci confuso e irregolare dalla confusione irregolare della vita, non si rivela mai interamente a noi e ci serba innumerevoli sorprese». Con parole più chic, il suono è ideologia mascherata di bon ton, il rumore è semplicemente la conditio humana. Oppure, con parole più semplici, il suono è ciò che ti è stato detto di ascoltare, il rumore è ciò che senti. Il rumore è permanente, è dirompente, è uno schiaffo acustico in faccia che ci richiama «brutalmente alla vita», e QUESTO VA BENE.

Negli anni Settanta, il guru dei sound studies, R. Murray Schafer, ha scritto: «I rumori sono i suoni che abbiamo imparato a ignorare» e, vorrei aggiungere, non gli interessava (e non gli interessa affatto) cambiare le cose. Semmai, vorrebbe un mondo privo di rumori. Per Schafer il rumore è una forma di inquinamento, un suono indesiderato, un suono non musicale, un non gradito «disturbo in qualsiasi sistema da segnalazione». Ne consegue, quindi, che, perché un suono non venga percepito come una perturbazione, deve essere desiderato, musicale e gradito. Capisco: deve giungere dal background familiare e culturale giusto, dalla classe, dall’etnia, dalla nazionalità giusta, dal colore giusto, dev’essere invitato, legale, voluto, benvenuto. Segui Schafer e impegnati solo con dei suoni – e perché no, anche con attività e persone – che cerchi e desideri consapevolmente, organizzati secondo un sistema predeterminato che esclude il “disturbo” – qualsiasi cosa significhi in qualunque cultura – e, finalmente, vietato entrare, questa è proprietà privata. Fiuuu. Questo risolve tutto. Una lattina di birra o la pistola. Disciplina o punizione. Mi fa venire in mente una cosa che ho letto: «Possiamo fare tutto ciò che vogliamo a patto che sia INSIGNIFICANTE. Però in tutte le cose SIGNIFICANTI il sistema tende sempre più a regolare il nostro comportamento». L’ha scritto Ted Kaczynski.

Dall’altra parte dell’oceano, il semiologo Yuri M. Lotman – la durata della vita del quale, tra l’altro, è coincisa quasi completamente con quella dell’Unione Sovietica – definisce il rumore come «l’intrusione del disordine, entropia o disorganizzazione nella sfera di struttura e informazione. Il rumore soffoca l’informazione». Il rumore, come in Murray Schafer, viene associato a dei termini che tutti noi percepiremmo come negativi: intrusione, disordine, entropia, disorganizzazione, il soffocamento di informazione. Un libero, ininterrotto flusso di informazioni, la struttura e l’informazione stesse, sono desiderabili. Ma l’arte, continua Lotman, «è capace di trasformare il rumore in informazione». Mentre per Russolo il rumore dovrebbe disgregare l’informazione, e per Schafer la musica come forma di arte e il rumore sono inconciliabili, per Lotman il rumore può diventare un elemento musicale e, attraverso la musica, diventare informazione. Ma davvero vogliamo che il rumore trasmetta informazioni e contenuto invece di interromperli? L’informazione del rumore non è forse quel flusso ininterrotto che dovremmo evitare? Qualsiasi cosa che fluisce liberamente e senza nessuna interruzione prima o poi diventa ideologica. Quando lo schiaffo nella faccia viene caricato di contenuto, cos’altro può significare se non punizione?

E finalmente, la somma sapienza dell’Urban Dictionary: «Il rumore è ciò che suona di esserlo. […] Può essere doloroso sentirlo». Yogi Berra non avrebbe potuto dirlo meglio. Il rumore è ciò che suona di esserlo. Il dolore in forma di punizione è ideologia. Il dolore in forma di interruzione è rivoluzione. È quest’ultima che mi fa prendere autobus vuoti attraverso il South Side nel bel mezzo della notte.

Non ho intenzione di idealizzare l’Empty Bottle, ma è uno dei pochi posti a Chicago che sembra così adeguatamente fuori posto. Inclusivo. Se pensi al Green Mill, sei fuori strada. Vecchi punk, dottorandi al verde, metallari amichevoli, artisti bipolari, mammoni, operai, hippie, hipster, rapper, scegline uno e lo trovi al Bottle. Un po’ come Sean, che ha imparato a pogare senza schiantarsi veramente contro nessuno. Quando Sean dice che odia una poesia, intende che ne odia la spiritosità. Come le poesie del New Yorker, così barocche nel loro tentativo di esibire la loro spiritosaggine da far impallidire Giambattista Marino. Così Sean maledice lo schermo del telefono e fa il dito medio alla poesia perché sì, amico, l’abbiamo capito che sei spiritoso, ma adesso vattene affanculo con la tua poesia carina e spiritosa. Mentre sto scrivendo queste righe, mi chiama e mi viene in mente una sua battuta dall’altra sera quando mi ha detto, guardandomi dall’altro lato del tavolino del bar, «sono capace di annusare quanto sia bella la tua vagina» e siamo scoppiati a ridere. Sean è poliamoroso e ha un bel fenicottero. È uno di quei americani che non ti dirà mai il suo luogo di nascita, ma ha testa barba e baffi di un dandy dell’Ottocento – o meglio, di un patriota balcanico – e sono sicura che al Chicago Art Insitute ce l’hanno un dagherrotipo di lui da qualche parte nella sua cantina piena di roba non catalogata. Conosce le band tipo gli High Rise e ascolta CAN e i suoi occhi sono un po’ folli quando li fissa nei tuoi. Ha senso, perché dalle 9 alle 5 lui fa il velociraptor. «Se per farlo non rischia di ammazzarti, non lo stai facendo bene», dice lui nel suo solito modo memorabile, if it’s not trying to kill you, you’re not doing it right. Penso che stavamo parlando di Frankenstein e dell’IA. Gli piace toccare le persone e spera di farmi affezionare a lui massaggiandomi delicatamente dietro al collo con le dita. Non gli ho detto ancora che funziona solo quando sono io quella che tocca.

È stato al Bottle dove ho sentito gli ONO per la prima volta e ho guardato Sean fare la sua performance-pogo. In verità, gli ONO non li senti. Li vivi. ONO è come venire al mondo dalla vagina. ONO fa male, e vuol dire che stanno facendo qualcosa che va bene, vero Sean? ONO è “onomatopea prima della musica”. Il loro suono-rumore è come un martello sui tuoi timpani, implacabile ma ritmico, orecchiabile ma non intontito. Non capisco bene come. Il basso si distingue facilmente; le batterie normalmente hanno un assolo alla fine; la voce di Travis, come quella del Metatron, non può non essere ascoltata; ma il resto? Senza incastrarci in dettagli tecnici, è più facile percepire ONO in termini organici, come se fosse una grande massa viva e appiccicosa che si muove, accovacciandosi lentamente, viscosa come asfalto bollente. Lasciati abbracciare da Travis, mentre vieni cullato in un ritmo dalle batterie e dal basso, fino a quando Rebecca e compagnia ti pigliano e ti sbattono contro il soffitto quando meno te lo aspetti. «J. Edgar Hoover. J. Edgar Hoover». Impermeabili gialli, tute bianche da disastro nucleare, vestiti rosa, e veli neri, gonne da dervisci, e la barba di Babbo Natale, occhiali da professore, e un movimento di spalla da diva, abiti da sposa dal negozio di vestiti usati, parole parole parole, chiari ma indistinguibili, che ti spazzano l’interno del cervello, hai detto alla tua ragazza che non sai affrontare l’attaccamento? davvero?, ecco qui, metti questa nave negriera tra le orecchie, e già che ci siamo, anche il Vietnam, il tuo abbonamento Netflix non ha funzionato?, ecco qui il mio nero queer punk predicatore veterano corpo per te, «Sono nato e cresciuto Chickasaw-nero a pre-integrazione, pre-elettricità, pre-impianto idraulico, Itawamba County, Mississippi»; il tuo cane soffre d’indigestione e i tuoi vicini sono troppo rumorosi? «Vivo al South Side di Chicago e vedo tutto ciò con cui la gente vive. Per l’America, da corpo nero, io sono rumore». Su, su. «Se sei venuto per la musica, vattene adesso!» Il corpo nero, queer, straniero, femminile, disabile è rumore. QUESTO è il contributo del South Side ai sound studies.

Non avresti potuto inventartela questa, Russolo, miope come eri. Qualche corpo etiope per la tua orchestra noise non sarebbe stato qualcosa? E Schafer? Come catalogare questo tipo di rumore? Quali azioni urbane possiamo implementare per sopprimere e regolare questo non-voluto, non-musicale, non-benvenuto nei nostri quartieri, nelle case, nelle aule? L’arte dovrebbe trasformare questo rumore in informazione, Yuri, così da farcelo digerire più facilmente? Preferisci una bella risata, generazione Game of Thrones, con la guida alla scrittura poetica per lo stronzo di Jeffrey McDaniel? Oppure puoi venire qui, pronta ad avere il corpo svuotato degli organi attraverso la distorsione? Deleuze, ti presento gli ONO, e la Moor Mother di Philadelphia ha ragione: qui a Chicago non possiamo capire davvero cosa siano gli ONO, sbilanciati come è la nostra morale dal fallo della Sears Tower.

Ora dall’Empty Bottle la solita tappa successiva è l’Hideout. Lì ho conosciuto Billy che è una poesia. Gli piace ballare. In realtà, lui è un Jack Kerouac ma dice che non sa schiacciare le parole tra due copertine (lo dice mentre muove le sue mani come se spremessero aria da una fisarmonica) – ce ne sono troppe. È un bambino ma è saggio perché ha pregato Gesù sotto acido, e ha dormito per qualche mese sul divano di una drag queen di Chicago. Il suo nome era Kay e l’ha accolto con uno “sweetie” pendente dalla sua bocca. Sì, tutti abbiamo visto Transparent, Billy no. Ma sa che la realtà esiste oltre le serie televisive mentre i miei studenti della triennale la vedono solo sullo schermo. «Che cosa ne pensi della musica fatta da gente cattiva? Hai mai ascoltato la Manson Family?» mi chiede, invitandomi a fare un giro gratis sulla barca con lui. Billy ancora usa tali parole come “moglie”, pensa di essere un maoista, ed è quasi stato stuprato su un treno merci, ma non so dove stava andando. Mi ricorda un aneddoto che il mio amico Graham mi ha raccontato di Axl Rose che pure è stato quasi stuprato. Billy è l’Axl Rose millennial, ma non gli è stato concesso il lusso di una stanza di un motel, e indossa la sua bandana intorno al collo. L’ho appena visto caricare un furgone a noleggio ad Hyde Park per qualche spicciolo, e poi se n’è andato su un treno merci per Boston, penso. «Posso scriverti quando sarò all’estero?» domanda. «Puoi». Ma io all’Hideout non ci ritorno più.

Philadelphia ci ha prestato l’onnipotente Moor Mother per la sera del ventitré agosto, ma l’Hideout era il luogo sbagliato. Non si fa venire un profeta in un posto che ha una riputazione da difendere: “Il pub più amato di Chicago” è la teoria critica per i bar di Chicago – presuntuoso, quasi completamente uniforme nel suo tentativo di essere diverso; quindi non ci si va da soli a meno che non si sventoli la bandiera del proprio gruppo; è il posto dove la gente che dice “post-umanesimo” (perché suona en vogue) viene a fumarsi una sigaretta auto-compiacente nel cortile mentre crea un’atmosfera che farebbe fare Patti Smith da tappezzeria. Non fraintendermi: non è lo spazio in sé, né chi ci lavora. È la folla che ha cominciato ad attrarre in questi ultimi anni. Noi pochi che andiamo al Bottle, cacciatori di DIY, noi cerchiamo di appenderci a qualche gruppo, ma lo stile qui è una misura protettiva, è denso di sovrasocializzazione, per citare nuovamente Ted, e la logica della lattina di birra o la pistola entra in vigore con il “ciao”. «Mi ruba tutti gli amici. Capiterà anche a te, Peter», ho origliato una ragazza mentre sto scrivendo queste parole fuori, dopo aver vissuto nuovamente gli ONO. Quindi Camae Ayewa, a.k.a. Moor Mother, senza saperlo, è arrivata per il concerto come una popstar di fronte un mucchio di individui che cercano la catarsi nelle cause collettive di altra gente. «Il sassofonista farà solo una canzone con te?» chiede il tecnico del suono. «Noi non facciamo canzoni», gli risponde, e voglio abbracciarla, Travis ha trovato la sua anima gemella.

Moor Mother è una poetessa epica. Scrive l’epica della schiavitù, della discriminazione, della sofferenza. “Scrive” è il verbo sbagliato. Ma lo sono anche “rappresenta” e “canta.” Moor mother avvocia e rumora, incanala come uno sciamano. Il suo materiale è il rumore della storia. Salta da una data all’altra per tirarne fuori le distorsioni e per imbrigliarle in un rumoroso schiaffo in faccia alla storia occidentale, e il sassofono PIANGE, guaisce, strilla, incanta serpentinamente, si lamenta balenicamente, «plastica, plastica, plastica» lei dice nel microfono, EBOLA, «non sono morti abbastanza europei», il basso perfora le viscere, la sua voce le orecchie, «l’hai visto al telegiornale?» su una campionatura di Nina Simone, è il suo lamento epico, «nel frattempo cinquantadue liceali sono spariti…. Noi condividiamo la vostra ira», un canto funebre per tutti i corpi rumorosi messi a tacere, «vedrai il mio cadavere alla protesta». Il lamento della Madre non ha inizio né fine, lei sta in medias res perché è li che stiamo sempre, e l’applauso educato che la folla zombi le getta è inappropriato, «l’applauso è un po’ british», replica lei, e io voglio abbracciarLA nuovamente e portarla ad Agnes, madre mia dei Caraibi, che potrebbe creare un buco nero sotto il lago Michigan e ANDREBBE BENE, questo lago sterile come l’impero Ottomano, una pozzanghera disciplinata che non ha storie da raccontare. Ma Moor Mother, Caribbean Mother, South Side Santa – i vostri manifesti tonanti, i vostri polmoni da minatori pieni del carbone della storia – voi non siete delle metafore, più qui ed adesso di così si muore, e fate male, e non venite qui per farvi applaudire, venite per il sangue. E poi «ho dimenticato, cioè, quanto forte possa essere il suono come esperienza emotiva», origlio fuori, «la band era anche… lui è gay», lo stesso post-umanista continua, prima di cominciare a parlare dell’ultimo album di Taylor Swift, ed io all’Hideout non ci ritorno più. L’imbrigliamento del rumore storico scoppia nell’afrofuturismo, ed io all’Hideout non ci ritorno più perché lì la gente assiste a dei concerti e ascolta la musica, segue artisti, e questo non li uccide quindi lo staranno facendo male. Vieni, tu, menade dell’East Coast, fallo a pezzi questo edonismo.

Finalmente, con Ariel, vado al Ballroom a Bridgeport, “uno spazio abitato per esibizioni, performance, apprendimento, incontri, e altro”. Ariel dice che lui non capisce la poesia mentre punta il dito verso la cupola di legno del posto, ma non ha sentito la Mother. Lui fa accadere le cose, cucina per me, ed è solo per la destinazione. Quando andiamo in bici verso nord, mette un’app per contare le calorie e la distanza, poi comincia a pedalare senza nemmeno una sosta fino alla fontanella di McCormick Place per guardare lo stormo di oche. Gli ho detto, le oche volano alto come gli aerei commerciali e, un giorno, voglio mandare i miei figli al Deep Springs in California, ma lui sta già volando avanti sulla sua bici italiana, raccontandomi dei suoi ultimi progetti del festival, ed io riesco a catturare solo boccate di significato quando lui occasionalmente guarda indietro per assicurarsi che ci sono ancora (non indosso il casco). Certo che è vegano, ma dice che il veganismo e l’ambientalismo non sono due lati della stessa medaglia. Questo mi fa arrabbiare soprattutto quando vedo il formaggio vegano impacchettato in tre strati di plastica al negozio di alimentari. Ariel è sorpreso di sentire che sto imparando da lui. «Non sapevo che si potesse imparare qualcosa da me», mi dice, camminando sull’aria, e poi continua a parlarmi dei Laibach e dei Fuck Buttons, e di un tipo che sta mettendo insieme una storia della musica punk israeliana. Il modo in cui raccoglie i capelli sulla spalla destra lo fa sembrare una bella ragazza da dietro, mi fa venire la voglia di guardare dipinti, da vicino. Non si fida di me e dice cose del tipo «il tuo corpo è come una bottiglia di Coca Cola» mentre mi versa un altro Jack Daniel’s con ghiaccio.

Al Ballroom, è il quattro di agosto, ci sentiamo a casa, sprofondiamo nei divani, avviamo conversazioni, va’ a vedere l’Experimental Station su 61st e Blackstone, è l’ultima birra, quella? condividiamo, ed è rumoroso. DIY Chicago al suo meglio, Ganser/ONO/A Deer Horse/Flesh Narc/Thin Skin/Nonzoo, voci stridule e codini di ragazze borbottando sopra accordi veloci, l’attrezzatura muore alla prima band, parecchie volte, attesa nell’aria, il chitarrista è nervoso, stanno aprendo per ONO, e c’è anche Billy, che fa le sue mosse di break-dance, e anche quel tipo che continuo a vedere dappertutto, la prossima volta che sarà accanto a me gli chiederò di fare amicizia e gli dirò di andare a vedere gli Aerial Drones di Chicago e l’Observatory di Singapore, e gli dirò come ho smesso di andare al Chicago Symphony Orchestra perché si comportano come nessuna donna avesse mai buttato giù della musica su uno spartito. È qui che la MoorMotherGoddess avrebbe dovuto tuonare, così vicina alla folla che staremo stati tutti indistinguibili, lo spettro della esistenza allungato fino al punto che avresti potuto sentirlo addirittura risuonare.

È qui che devo essere in questo momento, è qui che tutto si riunisce per me sulla più piccola ma più precisa scala al 42o parallelo latitudine Nord, Tito, Binyomin e il suo Chagall, il baklava buonissimo di Scheherezade, il figlio di Ilmi di 25 anni e il suo qeleshe, la casa bruciata della Sig.ra Grau, i baffi di Karl, l’anca rotta di Randal, il passaporto americano, il passaporto americano, il passaporto americano—quel rumore cosmico che chiamiamo vita. Quando sei nato in un paese comunista e sei cresciuto nelle sue macerie, “radicalizzare” non vuol dire diventare socialista, iniziare una comune, oppure ostentare il tuo Marx. Non significa neanche rasarti la testa e indossare la fascetta di manica con la svastica. Piuttosto, comporta una ricerca implacabile per un’alternativa a tutte le ideologie. E se ideologia vuol dire musica, allora l’alternativa deve essere il rumore. Forse dobbiamo imparare la lezione di Travis e di Moor Mother e fare del tutto a meno di termini come “musica”, “canzone”, e “band” per poter apprezzare pienamente lo spettro degli eventi sonici là fuori. Inoltre, quando a trentuno anni senti il bisogno di infliggere dolore sul tuo corpo, non cerchi aiuto o medicine, prescritte o no; è una scelta, un urlo contro il disciplinamento del corpo che ho subìto durante la mia vita di donna senza paese e famiglia. Ecco un comandamento per te: non giudicare quelli che hanno dovuto ballare sulla musica dai servizi di immigrazione. “Infliggere dolore sul mio corpo” vuol dire possedere il diritto di farlo io stessa.

Forse altri sono stati sufficientemente fortunati da essere colpiti da questi bisogni più presto nella vita, si sono travati capaci di viverli, e ora sono pieni di saggezza sulle cose del mondo. Complimenti sinceri a voi. E complimenti per il privilegio. Ma, sinceramente, che cosa ne sapevo io di scelta e di alternative all’età di sedici, ventuno, o persino ventisei anni, occupata com’ero a sopravvivere? Forse, sei anni fa, ai miei occhi in survival-mode Billy sarebbe stato un barbone, Ariel un hippie, Sean un pervertito, e tutte le cose che ho sentito quest’estate a Chicago, beh, un proverbiale casino. Quindi è proprio qui che devo stare in questo momento. Russolo ha scritto che «la caratteristica del rumore [è] di richiamarci brutalmente alla vita». Ed io direi che, se hai brutalmente vissuto una vita, quella ti condurrà inevitabilmente al noise.

Il rumore non tollera altri generi, non è un evento, non è un discorso, non è strutturato o alla ricerca di un senso, ciò che regoli sono le tue orecchie, non il rumore. Chicago è stata allattata al seno del blues, ed è ora mangiata dal verme del rumore, e QUESTO VA BENE, i nostri corpi indesiderati stanno risalendo dai quartieri infestati di scarafaggi, inservienti dell’est, baristi messicani, cassieri di colore, dottorandi di classe operaia, dinosauri sottopagati, aspiranti Kendrick, Saul Bellow è morto, quindi se hai letto fino a qui cercando una bella conclusione accademica con qualche citazione da filosofi tedeschi, vattene adesso! Perché non sono qui per l’applauso; sono qui per il sangue.

Fonti

Alamo-Costello, Chester. "ONO - An Unabridged History in Conversation." http://www.thecompmagazine.com/ono/ [August 7, 2016]

Kaczynski, Ted. Technological Slavery: The Collected Writings of Theodore J. Kaczynski, a.k.a. "The Unabomber." Port Townsend, WA: Feral House, 2010.

Lotman, Yuri M. The Structure of the Artistic Text. Translated by Ronald Vroon. Ann Arbor: [Dept. of Slavic Languages and Literatures], University of Michigan, 1977.

Quillin, Sarah Jane. "Profile: ONO." http://www.fieldsmagazine.com/profile-ono/ [2017]

Russolo, Luigi. "The Art of Noises (excerpts)." In Futurist Manifestos, edited by Umbro Apollonio, 74-88. Boston: MFA Publications, 2001 [1913].

Sasaki, Toshi and Kuniaki Satoh, transl. by Alan Cummings. "High Rise. Interview with Munehiro Narita." https://www.squealermusic.com/reviews/naritainterview.html [1996]

Schafer, R. Murray. The Soundscape: Our Sonic Environment and the Tuning of the World. Rochester, VT: Destiny Books, 1977.

 
Foto

Luigi Russolo, Automobile in corsa, 1913
Fonte: wikipedia

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