Poesie di Flavia Cidonio

C'è nelle poesie di Flavia Cidonio un cortocircuito tra congettura mentale e violenta e delicatissima immaginazione fisica. Tra colloquiale e visionarietà i suoi testi stabiliscono subito, prodigiosamente, una lunghezza d'onda a cui il lettore può semplicemente sintonizzarsi, a patto d'esser disposto poi subito a dislocarsi, a deviarsi verso frequenze non previste. Un lessico pulito e colto, una teatralità delle pause e delle fratture, una esattezza riservata a pochi elementi essenziali, tessono una poesia che sembra cercare il silenzio provenendo dal silenzio, a cercarne, interno alla coppia o comunque nello spazio di un dialogo, una ulteriorità più vera, a ogni costo, anche spietatamente.

Davide Rondoni

Flavia Cidonio è nata nel 1992. È autrice dello spettacolo teatrale Finché tempo non ci separi (Teatro Ivelise di Roma, 2019), di un adattamento de Le notti bianche (Teatro dei Sassi di Montecelio, 2016) e L’amore è un cane che viene dall’inferno – Performance teatrale liberamente ispirata all’opera di Charles Bukowski, entrambi con la regia di E. Carboni. Ha partecipato all’antologia di racconti Confondendo memoria e desiderio ispirati a La terra desolata di T.S. Eliot (Robin edizioni, 2013) e all’antologia poetica Distanze Obliterate, (Puntoacapo edizioni, 2021). Autrice della silloge Antimonio, (Gattomerlino edizioni, 2019) e Lieta sciagura (Nulla Die edizioni, 2021).

Enigma

Infine
sul fondo mi sussurri la bugia più antica e cara
la stessa che protegge l’uomo
dagli spettri in cui vede il suo volto,
inconsapevole di attrarne altri
ben più somiglianti.

Così quando la luce occulta i margini
tu
allontani gli occhi, già stanchi
perché non sai resistere a quel che ha compimento
su ombre opposte e speculari.

Tu che hai in me la forma assente di enigma
e risuoni nella tregua, privo di nome
mi condanni alla ricerca,
su labbra che non somigliano alle tue
le tracce di una soluzione.

Giglio

Dovessi dirlo io per prima
Svanirei, perdendo nome e volto,
somiglierebbero a quelli di chiunque
ti abbia porto gli occhi
in cerca dello stesso buio
con la bocca socchiusa per completare
come nei peggiori film
un sospiro che non gli appartiene.
Poi terminerebbe l’ombra che accompagna i passi
e mi rende libera
perché altra dalla mia stessa figura.

Non avrebbe più luogo in me
la cura esiziale di un intuito
che avvelena con spietata dovizia
già il primo sole
(compito ingrato di chi non ha stelle proprie in cielo).
Infine ricomincerebbe l’ora priva di termine
che sfiora le gote senza posarsi davvero,
come petali di giglio sul feretro.

Allora sii tu a dirlo per me,
restituiscimi la libertà di un silenzio intatto,
privo di suggerimenti.

Un giorno

Le gioie vane racchiuse fra i denti,
e tutto il peso di una gioventù che non ci merita
persino le lunghe dita del mare
sui nostri ventri pallidi
che si allungano come artigli invisibili
e stanano i sospetti,
ben più interessanti
li nutrono
di quanto non ha spazio fra le parole
che mancano per ribadire
le tetre cantilene umane che si
aprono come fisarmoniche lungo le pause di silenzi
come stai,
cosa racconti
che pensi di fare
come importasse qualcosa
come non fosse tutto volume
per distoglierci l’un l’altro
dal dolore dei corpi che ingrigiscono
(interrotti dall’invenzione di un disagio qualsiasi
per regalarci un solo peso)
senza restituire un solo momento
che resti qui dentro di noi
mentre sorridiamo l’un l’altro
stupidi e innamorati
come solo gli stupidi possono
stesi a prendere un sole.

Casa

A volte
più di tutte,
desidero la beatitudine
di un posto
che non mi appartenga,
nessun cassetto aperto
per ricordarmi cosa c’è
sotto la scorza,
cosa aspetta di essere consumato
prima che scada
o cosa manca,
libri che non siano i miei
letture che non farei mai
il pudore degli angoli
sconosciuti
e di cucine intonse, oppure lise
ma in modo diverso

Temo tutto ciò che mi corrisponde
ma in particolare
ciò che mi è quotidiano
nel quotidiano,
mi inchioda a un muro
a un angolo
dentro un cassetto.

Immagine

Poco prima
di ogni sonno che non sopraggiunge
mi rannicchio stretta e calda
per cullarmi via dalle scorie del giorno
È lì che sfioro la mia pelle
con un pensiero impreciso e perfetto
e ti immagino già nuda
riversa sul letto o china sopra di me
lì dove non abbiamo bisogno di alcuna condizione
o pretesto
- accade sempre che siamo sole
silenziose e un poco assorte -
ma ne creo uno lo stesso, sempre nuovo
per godermi quel che accade come fossi
spettatrice silenziosa
che ci osserva al di là del letto
diverse entrambi,
tu più alta, gli occhiali già poggiati chissà dove
o forse non ne hai bisogno
e io più formosa
sempre dedita a rendere onore
al tuo riflesso
fra i baci profondi che leniscono
ogni distanza.

Atti pubblici in luogo osceno

Attendono entrambi
l’ora più fioca
protetti dal buio
lo costruiscono lentamente
un’ombra alla volta

C’è vita là fuori?
È ancora tutto così carnoso, pulsante, putrido
allo stesso modo in cui lo abbiamo dimenticato?
“Ciò che manca
è lo scheletro”
mormora lei, piano.

Allora lui
le afferra spesso le mani
(il suo tocco gelido e molle
le entra nel respiro, fa un nido di vermi)
Spesso ha bisogno
di baciare il vuoto,
di chiamarlo a sé
come fosse un volto di donna.

Quando lei è nuda
è già tutto finito.
La guarda e sorride
come se le sue parole
non le avesse mai udite davvero,
come non avessero mai avuto un peso.

Lei tace allora,
si sporge per toccargli il petto
Ma le sue dita di cenere
non sanno più danzare sui corpi:
si dissolvono, piene di vergogna.

Movimenti involontari

Siamo
quel fiato di piume sulla pelle
sappiamo
accarezzarci le spalle
solo per sentirci ancora interi
(ancora per poco)
come una rosa su di noi
poggiata distrattamente
dimentichiamo
il sapore delle nostre spine
per accogliere una tregua lieta,
superflua
più dolorosa ancora
della guerra.
Le tracce
sui nostri corpi
erano ben presenti già allora
Scrissero di noi, mentre ci avvolsero:
sembrava dormissero.

Sentinelle

Non esistono guardiani più difficili da eludere
se non quelli messi al soldo da noi stessi
nel giorno in cui abbiamo smarrito le ombre
prodotte dai passi
scrollandocele di dosso fra le risa
quando abbiamo barattato un cammino
per una tana qualsiasi
quando sul margine dei nostri occhi
non c’erano che lame,
affilate, dritte
pronte a resistere,
eppure ancora nuove.

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