Sette su sette. Diario di una poetessa che non era preparata

di Melania Panico

“Peter si domandò subito come avrebbe potuto volgere la catastrofe a suo vantaggio; decise di fare tic-tac, e così le belve avrebbero creduto che egli fosse il coccodrillo, e lo avrebbero lasciato passare senza molestarlo. Egli fece tic-tac superbamente, ma con risultati imprevisti. Anche il coccodrillo udì il suono e lo seguì, non si saprà mai se con lo scopo di riprendere ciò che aveva perduto, o semplicemente da amico, persuaso però di essere ancora lui che faceva tic-tac: in ogni modo, come tutti quelli che seguono una idea fissa, il coccodrillo era una stupida bestia".

E così mentre leggo per l'ennesima volta James Barrie mi sento a metà tra Peter, creatura abissale e demoniaca e il coccodrillo, la stupida bestia con l'idea fissa.

Senza riflettere troppo sul perché – proprio mentre salivo sul primo dei treni del lungo viaggio per portare in giro Non ero preparata – io stessi leggendo nuovamente Peter Pan, a freddo, dopo alcune settimane, apro una pagina word per parlarvi di una misteriosa esperienza (per me): parlare di poesia, nello specifico del mio libro di poesie, sette giorni su sette. Premesso che non so dove andrò a parare e premesso che è una cosa bella che mi invitino ovunque, sono talmente sconvolta dall’accoglienza e dall’interesse che dico sì a tutti. E quindi è successo che il mese scorso ho avuto presentazioni tutti i giorni, una sorta di tour a mia insaputa che continuerà ancora, circondata dall'affetto di amici che mi hanno accolta nelle loro case mentre vagavo incosciente con la borsa piena di biglietti e barrette vegane (fase salutista).

Ma il punto non è questo. Tutto molto bello, ok. Il punto è che chi mi conosce sa che io sono una persona molto pigra ma soprattutto ho un grave deficit: il contatto con le persone mi spiazza nel senso che ho una incapacità innata a rapportarmi con la gente. Quando devo parlare di me vado nel panico più totale, mi agito completamente, comincio a pensare le cose più assurde, rifletto sull'imprevisto, vengo meno alle più elementari regole del buon senso mentre penso a ciò che potrebbero chiedermi, a ciò che le persone vogliono sapere. Tutto questo ovviamente senza che appaia nulla all'esterno. Il mio fegato un giorno mi chiederà i danni.

Voi direte che è strano, perché il libro l'ho scritto io, quindi dovrei sapere cosa dire. E invece no! Perché l'autore è il peggior critico di se stesso oltre ad essere – come nel mio caso – uno che per capire il libro ha bisogno di leggersi attraverso le parole degli altri. E in effetti, se ci pensate, una volta che la fatica più grande è stata fatta (scrivere), perché uno dovrebbe parlarne ancora? Più volte, nelle mie temerarie sedute di immaginazione ossessiva, ho pensato a una possibile presentazione con le persone dietro un vetro, stile interrogatorio, anziché di fronte oppure a me nascosta dietro un grande telo coprente.

Le ossessioni “da pubblico", i deliri nei bagni prima di cominciare, la perdita di peso evidente, gli amici che ormai non rispondono più alle chiamate per paura di dover subire le mie vessazioni.

Il primo giorno è tutto strano ma bello, c'è tanta energia, l'idea di dover rispondere alle domande delle persone spaventa ma incuriosisce. Nella mente comincio una riflessione unilaterale, mi faccio esempi di domande e mi do pure la risposta. Cerco anche di mantenere un contegno, una sobrietà. Intanto a un'ora dalla presentazione ho già fumato un pacchetto di sigarette e mangiato nulla. Se parlassi di questa cosa con qualcuno, quel qualcuno mi prenderebbe per pazza: “ma hai già fatto tremila presentazioni”. Cerco un microfono e provo le vocine. Sorrido come se avessi una paresi in uno stato di alienazione totale.

Il secondo giorno mi alzo dal letto dopo notte insonne, le insicurezze del giorno precedente mi aiutano a capire dove poter migliorare, mi presento alle persone riconoscente e incredula. Alla fine non riesco a credere che la sala sia piena per me. Per un libro di poesie. Ce la puoi fare, Melania, sei umana e fragile e non c’è niente di male, mi ripeto mentre lo stomaco mi precede annunciando l’ansia. Tra il pubblico cominciano a manifestare interesse per alcune poesie in particolare, alcuni fanno delle domande che riguardano il rapporto tra l'io lirico e l'io empirico, qualcuno accenna alla presenza del dolore e del perdono. Mi chiedono a cosa non fossi preparata. Io rispondo. Cerco di spiegare che non vorrei raccontare i fatti miei, che in fondo a chi interessano i fatti miei? Che il poeta può prendere spunto da tante cose…

Al terzo giorno comincio a vacillare. Com'è che diceva Nabokov?  “Una lingua è una cosa fisicamente viva da cui non ci si può sbarazzare così facilmente”. Infatti ho più l'impressione che sia la lingua a volersi sbarazzare di me.

Quando rileggi le poesie in pubblico non è mai la stessa cosa della volta precedente, le poesie sono vive e le parole sono complicate. Le parole sono dei macigni. Ogni volta che leggo mi sembra di consegnare qualcosa che non riavrò mai e mi sta bene. Ma che fatica. Mi sento svuotata e comincio a mancarmi. Devo amarlo proprio molto questo libro. A volte quando leggo mi sembra di sentire la mia voce dall'esterno. Sto diventando estranea a me stessa?

Al quarto e quinto giorno arranco. Mi trucco molto per coprire le occhiaie da insonnia. Non ho più difese e la gente lo sente. Il che può sembrare pure più coinvolgente e emozionante per gli altri ma non per me. L'idea di essere senza difese mi spaventa. All'improvviso mi sento come se mi fosse crollato addosso un quadro di Caravaggio con tutta la sua luce e come se questa luce si spargesse ai miei piedi. Comunque la botta l'ho sentita.

Gli ultimi giorni non sono più io. O sono io? Le parole mi hanno devastata e non so più dove sto andando.

  • Ma sei tu nel libro?
  • Ma a cosa non eri preparata?
  • Ma quando parli di perdono è perché sei tu che hai perdonato?
  • Ma tu scrivi quando sei triste o quando sei felice?

Rispondo sì a tutto. Sono stanca. Cerco di concentrarmi.

Poi mi chiedono di leggere la poesia a pagina 31. Respiro. E la leggo.

Lui avrebbe fatto così
con le mani avrebbe spezzato il gheriglio
e noi lì a raccogliere frammenti di grida
e poi la sera alla fermata – l’aria guasta –
una multifilter spenta tra le dita
rumoreggiare i ragazzi
eppure noi contemplavamo quell’andare lento
ancorato alla strada
una roccia cosciente, smagrita
il peso specifico delle cose.
Aspettarti sotto foglie smilze
l’atmosfera dipinta per l’occasione
troppo profumati i rametti di lauro
perché, mi chiedo, non ci sei nel mio lungo inverno
ma il tempo è un braciere mansueto

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