Giorgio Caproni, saggio critico di Elvira Lops

La pneumocritica letteraria:
la condizione esiliatica dell’ultimo Caproni

di Elvira Lops

  1. Tracce d’esilio nella soggettualità prospettica

 

Il vero oggetto del nostro amore non è mai stato qui,
e il bene da noi desiderato non era in queste cose;
il nostro vero amato è altrove, e non è possibile unirsi a lui
con un abbraccio carnale, ma solo partecipando della sua natura
e in virtù di un suo reale possesso.
Plotino, Enneadi

 

Le tracce d’esilio vissute in Res amissa (1991), raccolta postuma di poesie di Giorgio Caproni, raccontano la battuta di caccia interiore intrapresa dal poeta al limitare della vita, nell’intrico di un Io alla ricerca della Presenza assente esperita ormai quale perdita irrevocabile e senza speranza. Il nemico dentro che cela il dono ricevuto, riponendolo in un luogo talmente nascosto da essere dimenticato, si può identificare con un’affezione persistente nello stato mentale di ogni uomo: l’allomania morfica. È l’ossessione di voler essere diverso da ciò che si è, quindi la disposizione a scindere la propria immagine sino a rendere impossibile il ricordo dell’imago prima che, pertanto, si smarrisce nel suo offuscamento scindendo a sua volta la soggettualità ormai alterata. Il Bene perduto diviene in Caproni l’ossessione di un Dio mai trovato, il limite di una ragione che non illumina, per cui se «Nil obscurius luce», allora categorica sarà per lui la conclusione: «Lasciatemi nel mio buio./ Solo questo. Ch’io veda».[1] È la resa all’inconoscibile, al non poter superare il muro della terra:

 

Ho provato anch’io.
È stata tutta una guerra
d’unghie. Ma ora so. Nessuno
potrà mai perforare
il muro della terra.[2]

 

L’insormontabile ultimo borgo che non dischiude all’oltre, all’altro suolo, si configura come incapacità di pronunciare il fiat risolutivo, la vittoria della Bestia[3] sulla Presenza, l’uscire a mani vuote senza un perché, descritto nella poesia Mancato acquisto[4]. Ma è veramente senza un perché il senza perché della mancata scelta? La pneumanalisi indica la frontiera esistenziale dello spazio intimo tracciata da un Io sovrano che tutto a sé acclude, tanto che dal our native home[5] non sa e non vuole più fuggire. Nella caccia al Deus absconditus, per la mancata accettazione della Presenza,[6] quel Deus che con affanno è ricercato permane amissus, per precisa volontà del poeta-uomo, quando si rivolge alla realtà tramite una ragione offuscata dalla prospettiva mentale nella quale risiede per la sua condizione di perenne rivolta. Per cui nulla di esterno lo trattiene tanto da dover esclamare:

 

Fermi! Tanto
non farete mai centro.

La bestia che cercate voi,
voi ci siete dentro.[7]

 

La pneumanalisi rileva che rintracciare l’integrità iniziale è l’oggetto perpetuo della letteratura, in cui il paradigma del femminino immacolato costituisce la guida sicura per gli smarriti, il tentativo di valicare l’inappartenenza tendenziale dell’Io a un sé asfittico e di conseguenza a un Tu ineluttabilmente disperso.

Al tema della resa s’intreccia il tema dello smarrimento che rende impossibile l’oltre dalla dimensione empirica, la quale si destina invalicabile a sé stessa, negando così l’approdo a una certezza sicura al di là delle confuse apparenze:

 

Sono già oltre la morte.
Oltre l’oltre.

Già oltre

(in queste mie estreme ore corte)
l’oltre dell’oltremorte...[8]

 

L’indeterminatezza geografica, le coordinate spazio-temporali volutamente omesse indicano il dolore dovuto all’assenza di una destinazione, che inducono, nel momento della confessione di incongruenza esistenziale, ad ammettere la resa di fronte all’irrea-lizzabilità dell’ancoraggio agognato messo in fuga:

 
(Non ha saputo resistere
al suo non esistere?)[9]

Cosa impedisce a Caproni di accettare ciò che con tutto sé stesso desidera sia? Sino a manifestarsi in una preghiera di genere ottativo più che esortativo:

Dio di volontà,
Dio onnipotente, cerca
(sfòrzati!), a furia d’insistere
— almeno — d’esistere.[10]

 

Descrivendosi come uno dei tanti «smarriti disabitanti»[11] del pianeta, svela l’arsura figurale, ciò che l’uomo avverte senza parola: la mancata unicità e la disabitazione ontica di un luogo smarrito e non ancora recuperato. La valenza allegorica di questo spazio d’essere da conquistare, per poter giungere all’unicità voluta, descrive l’essenza che ci accomuna, il dolore percepito da ciascuno eppure mai condiviso con alcuno. La segretezza, a tal riguardo, nasconde l’impudenza che ci assedia, il buio che giace nelle zone più impervie del nostro enigma individuale. La scommessa perduta di spingersi sempre avanti verso altre terre non lo acquieta, il mistero permane e nel permanere delude la sua mente incerta nel viaggio:

 

Ora

sapevo che quello era
l’ultimo borgo.

Un tratto

ancora, poi la frontiera
e l’altra terra: i luoghi
non giurisdizionali.[12]

 

L’ultimo borgo preannuncia forse un altro luogo, o per l’uomo vi è soltanto un suolo senza patria, a causa della dispersione smarrente in cui si ritrova? Il poeta non vive una condizione esiliatica, dacché l’esilio implica comunque una patria che gli è stata negata per la mancanza di una indicazione convincente:

 

      «Confine», diceva il cartello.
Cercai la dogana. Non c’era.
Non vidi, dietro il cancello,
ombra di terra straniera.[13]

 

Per una fuga ci vuole un luogo in cui fuggire, ma il confine del possibile da lui imposto rende impossibile il fuggire da quel destino che si destina nell’indicazione del suo limite. Allora il vero problema è l’assenza di una guida sicura che lo rassicuri del percorso, o il freno della caparbia ragionevolezza amartica[14] a non voler raggiungere una verità che sia in qualche modo oltremondana? Quanto dipende dall’impossibilità umana di trovare un reale fondamento, e quanto dalla non volontà aprioristica di ammettere che questo in fondo possa esistere?

Caproni afferma di sbieco, attraverso un’antinomia esistenziale: «Il mio viaggiare/ è stato tutto un restare/ qua, dove non fui mai».[15] E in un convegno su Il poeta e la poesia dichiara:

Quella che soprattutto m’interessa è la figura del cacciatore — come già la figura del viaggiatore — in veste di cercatore. Cercatore di che? Di Dio? Della verità? Di ciò che sta dietro il fenomeno ed oltre l’ultimo confine cui può giungere la ragione? Della propria o dell’altrui identità? Una domanda vale l’altra, e forse si tratta solo di ricerca per amor di ricerca .[16]

La zona liminare, il chiaroscuro della logica che conduce alla perdita, è la tematica diversamente modulata della sua ultima poetica. Il continuo cercarsi senza ritrovamenti, il domandare senza giuste conclusioni, portano Caproni al termine di un chiarimento mai riuscito. Il suo verso si asciuga come la speranza di una soluzione. La parola si rende reversibile, e reversibilmente si accartoccia in una forma ossimorica, per dire ciò che non sa dire, essendo tutto incomprensibilmente muto. L’altro suolo, vagheggiato senza alcuna precisa indicazione, appare/scompare per poi riapparire scomparendo, in un alterco interiore che non conosce vincitori, perché comunque si è vinti sin dal nostro primo apparire. La condizione invalicabile dell’uomo è l’agonia della perdita: perdita di sé, di Dio, del mondo, del senso della vita, a cui non si arrende pur capitolando alla drammatica postulazione del nonsense esistenziale:

 

S’avvicina il Natale.
Gesù, portami via.
La tua è la più bella bugia
che possa allettare un mortale.[17]

 

Il rapimento da parte di Colui con cui ha istituito un corpo a corpo, una lotta furibonda con il mistero e con ciò che questo cela, nasconde un’urgenza non soddisfatta:

 

Uno dei tanti, anch’io.
Un albero fulminato
dalla fuga di Dio.[18]

 

Non si comprende se la delusione del poeta sia per quel Dio in fuga, o per chi pensa di averlo messo nella condizione di fuggire (l’interiorità gestita dalla Bestia). La confusione che si deduce riguardo alla figura dell’Altissimo (inesistente, incompetente, ucciso, suicidato, rubato, fuggito, scomparso, non si sa perché e per come, ma soprattutto dove è andato se è andato, dove è stato così per lungo tempo, e infine come mai non è tornato) dichiara il disamore che dilaga e il dubbio nell’attribuzione della colpa.

L’ammissione di un cielo vuoto non risolve il dissidio interno. La rissa dimostra più che un ardire blasfemo, l’impossibilità di accettare un piano diverso, una logica inversa: che l’ultimo sia il primo, per cui ogni possibile ineguaglianza si azzeri. La venatio Dei si risolve nella venatio homini, nella caccia a quell’uomo che nel cattivo fondo vive. Lo sconcerto della caccia antropologica è scoprire se vittima e carnefice sono un tutt’uno: chi mai sarà la preda? Non serve uccidere Dio, le cose non cambiano. Serve invece uccidere la Bestia che è posta in noi. Ma chi è questa «bestia sanza pace»[19] che inquieta si aggira? Quale parte di noi deve uccidere quella parte di noi, così inquietante? La qualifica che la individua, il senza pace, qualifica anche colui che ne è inabitato. La scoperta di ciò che siamo incomincia nel sapere chi veramente siamo: la verità prima dell’essenza.

 

  1. L’antinarciso o l’Io murato dentro

Non è totalmente corretto affermare che «quod cupio me cum est»:[20] nell’appa-rato intrapneumico non si verifica l’agnizione, il riconoscimento della propria identità mediante un narcisismo primario, in quanto non amiamo la nostra immagine bensì il desiderio dell’immagine, il baluginio di ‘grandi cose’, quale tacita promessa. Pertanto, risulta necessario parlare piuttosto di antinarcisismo originario, causato dal conflitto tra due strutture intrapneumiche costituitesi in noi per una sorta di paura meontologica di apparire un nulla invece che il tutto: l’ideale dell’Io e l’Io ideale[21] sempre in cerca di un’intesa.

La piccolezza non ci appartiene, l’ombra di sé si deve a dismisura allungare per poter provare la pienezza della vita, qualcosa di meno non è mai tollerato. La malaugurata procedura, che porta al dilatamento protervo dell’Io nelle sfere dell’essere altrui, si compie quando il soggetto si contrae e contraendosi si innalza, dato che ogni contrazione implica la sottrazione dell’altro dal proprio vissuto. Per effettuare il movimento iconoclastico dell’immagine di chi ci sta accanto, procediamo alla creazione dell’ideale dell’Io per poi passare all’Io ideale quale sua evoluzione pneumica, dettata dalla continua affabulazione di inerente alla narrazione ideal-tipica alterata di un Io che pur non esistendo per davvero, conferisce l’esistenza a ogni cosa. La convergenza delle due tensioni conduce al processo di esaltazione maniacale che ci soggiace: l’Io ideale come ideale dell’Io per via dell’illusione di grandezza, in cui risiede il suo ideale effettivo.

Anche nelle parole del poeta s’individua quella traccia d’incertezza esistenziale che morde rabbiosa l’intimo di chiunque:

 

Quando non sarò più in nessun dove
e in nessun quando, dove
sarò, e in che quando?[22]

 

È così adombrata l’angoscia dell’impermanenza, ma ancor di più dell’insignifi-canza, dalla quale si può partire per individuare l’universale paranoia ontica che tutti affligge, tramite la comprensione del suo abbandono alla «disperazione/ calma, senza sgomento»[23]. Non è la morte che temiamo sopra ogni cosa, bensì ciò che offende di essa: l’inconsistenza dell’essere in un ricordo latore di un vuoto ormai esausto. Per l’uomo, citando Montale, non è la piccolezza «che può reggere all’urto dei monsoni/ sul fil di ragno della memoria»,[24] la violenza del tempo si combatte con la grandezza di un ego allargato. L’oltraggio che ferisce è dato dal fatto che quando non ci sei più, è come se non fossi mai nato. La doppia sconfitta della morte è questa: non solo non sei su questa terra, ma in fondo non vi sei mai stato. Seppellire i morti fin dall’origine fu ricordare, e ricordare vuol dire far esistere ancora chi nell’ancora non abita più, dato che non si teme il nulla quanto il niente di sé. La percezione di tale mancata impronta dipende dal delirio di onnipotenza di un Io murato:

 

[...] Dentro,

rimato tutt’intero
col mio egoismo, il forno
cieco del mio sgomentato,
illacrimato altruismo.[25]

 

L’imprigionamento è voluto per la pretesa dell’assenza-inesistenza dell’Assoluto, o per un disturbo ontico-percettivo dell’individuo che gli rende difficile delineare il confine identitario tra l’io e Dio? Eterni sì, ma a modo nostro. L’eternizzazione deviata è la ragione di quell’inganno giornaliero of himself and of others che desideriamo vivere, per continuare a persistere nell’illusione che ci consola da un’insignificanza immaginaria. L’ostinato presupposto, che ci serve per non dover annaspare, è proprio ciò che invera la meta del cercatore. Paradosso di un non-viaggio il cui inizio è un ritorno e di un non-tempo che non passa né lineare né a ritroso, perché non si è mai presenti nel presente, inabili alla vera esperienza di chi ci è di fronte. L’apresenzialità è il malessere che colpisce ognuno di noi, sempre disperso nella comfort zone di un Io incapace di essere vicino alle cose circostanti, facendoci esclamare:

 

Tutti i luoghi che ho visto,
che ho visitato,
ora so — ne sono certo:
non ci sono mai stato.[26]

 

Così l’epopea di quell’Io che vorremmo a ogni costo descrivere importante si risolve nella sua granitica prosopopea, nell’indizio eroico di un sé mal guadagnato. La perentorietà affilata di chi, nel tuicidio quotidiano, non esita a escludere chiunque si avvicini all’altezza da lui prestabilita.  L’affermazione del poeta, secondo cui

 

La Bestia
è spietata. Spietato
l’Erode ch’è in tutti noi.[27]

 

ci convalida che l’agire umano si fa implacabile contro la pur minima dissonanza. Dissonanza che è l’abbaglio del soggetto esposto all’inganno di un Sé che esautora ogni altro. La Bestia è dentro, e lì dimora. La caccia s’inverte: il cacciatore è il cacciato e viceversa, per una confusione circolare che capovolge i ruoli incerti.

Di conseguenza, si consolida la consapevolezza di essere un diseredato e non un esule, di aver perso un’eredità più che una patria, o meglio di aver perso con la patria quell’unico regno dove la sazietà dei giorni è possibile per davvero. La prima condizione implica la colpa, la seconda la pena per l’errore di essersi estraniati dalla realtà che ci circonda. La «patoteologia», confessata infine dal poeta, comporta la coscienza del perdersi dell’Io nella sua incapacità di perdersi per ritrovare quel Dio che sempre saldo non era mai fuggito. Senza considerare che la proclamata inesistenza di quest’ultimo cancella anche il segno del proprio e dell’altrui passaggio su questa terra, in un’esistenza che rileva la scomparsa della traccia di un soggetto tendente al dileguarsi. Ma il suo dileguarsi risiede nella proterva affermazione di una assolutezza che esclude ogni altro, nel momento in cui è imposta.

Nel teatro interiore le cose si complicano, l’Io il Tu e il Terzo s’intrecciano, il conflitto s’ingarbuglia senza scampo, ognuno è l’altro dell’altro ma mai veramente sé stesso. Il dileguarsi nella modernità non significa la dimenticanza di sé, ma il non riuscire più a trovare per quell’ego che si vuole imporre un reale fondamento, senza il quale l’Io non può neanche sussistere in qualità di essere che desidera affermarsi in qualsiasi maniera. Il vero dimenticarsi non nega il fondamento, ma l’imposizione di un Me nella sua medesimezza, pervenendo a un Io che non è il Sé. Cosa percepisce chi dissolve l’ultimo residuo del Me nel suo Io? Il mondo così come effettivamente esiste, privo di allegoriche finzioni, e con esso la nostra presenza sempre presente qui e ora, svincolata da tutto ciò che non siamo, nella cognizione dei nostri molteplici sdoppiamenti:

 

Un uomo solo in due.
Due uomini in uno.
Due io affrontati

Un solo io.[28]

 

La desoggettivazione finale è operata da Caproni per l’estrema comprensione di non essere in fondo in grado di sapere alcunché di preciso, per cui si congeda da tutto e tutti senza trovare un approdo:

 

Amici, credo che sia
meglio per me cominciare
a tirar giù la valigia.[29]

 

Ma alfine solo il commiato dall’Io, da un soggetto in frantumi a causa dei suoi articolati inganni che rendono impossibile individuare la meta, si dimostra l’unica verità che realmente libera: perché ognuno non è ciò che dice. Così l’ontologia trinitaria, l’orizzontalità aperta dell’esistenza è il possibile rimedio. Al lettore, alle prese con la ricerca di un nuovo spazio in cui potersi stabilire, Caproni ricorda:

 

Attraverso il suo Enea, Virgilio ha saputo darci dell’uomo (di noi) una rappresentazione che ancor oggi è quant’altre mai attuale. Dico di un Enea meno arma che vir (meno eroe che uomo), il quale, scampato alla totale distruzione della sua città, cerca di portare in salvo, sulle spalle, una tradizione che cade da tutte le parti e non lo sostiene più, mentre per mano ha un domani ancora incerto che va sostenuto a spada tratta e sul quale tuttavia è ancora impossibile appoggiarsi.[30]

Questo è il lascito del poeta al disorientato di oggi per un impegno civile dichiarato.

 

Riferimenti bibliografici

Caproni, Giorgio (2016). Tutte le poesie, a cura di Stefano Verdino. Milano: Garzanti.
Id., Ultima immagine dell’Eneide, «La Nazione», 15 marzo 1963.
Id., Dinanzi al Bambin Gesù, pensando ai troppi innocenti che nascono, derelitti, nel mondo, «Famiglia Cristiana», 27 dicembre 1989.
Freud, Sigmund (2013). Introduzione al narcisismo, traduzione di Renata Colorni. Torino: Bollati Boringhieri.
Merola, Nicola (a cura di, 1986). “Il poeta e la poesia”, Atti del convegno di Roma dell’8 febbraio 1982. Napoli: Liguori.
Montale, Eugenio (1980). L’opera in versi, edizione critica a cura di Rosanna Bettarini e Gianfranco Contini. Torino: Einaudi.

 

[1] Caproni 2016: 342 (Istanza del medesimo).
[2] Ibidem: 343 (Anch’io).
[3] Si ricordi Dante, la «bestia sanza pace», in Inf. I, 58.
[4] Cfr. Caproni 2016: 826-828.
[5] Il riferimento della casa natale è a Emily Brontë e alla poesia I see around me tombstones grey.
[6] La Presenza è l’immagine originaria deposta nella autocoscienza dell’uomo, ma offuscata dall’ossessio-ne di sé in precedenza contratta e in seguito volontariamente accettata.
[7] Caproni 2016: 590 (Saggia apostrofe a tutti i caccianti).
[8] Ibidem: 799 (Quattro appunti).
[9] Ibidem: 350 (Postilla).
[10] Ibidem: 383 (Preghiera d’esortazione o d’incoraggiamento).
[11] Ibidem: 837 (Tre interrogativi, senza data).
[12] Ibidem: 456 (L’ultimo borgo).
[13] Ibidem: 297 (Falsa indicazione).
[14] La ragione amartica dell’uomo deriva dalla sua rivolta ontica originaria, e determina in lui quella «piaggia deserta» che, per Dante, è la ragione senza grazia, la quale rende impervi i rapporti umani.
[15] Caproni 2016: 445 (Biglietto lasciato prima di non andar via).
[16] Merola 1986: 321.
[17] Caproni 2016: 918 (Petit Noël).
[18] Ibidem: 958 (Anch’io).
[19] In questo caso la bestia senza pace sta a indicare la disposizione umana alla cupidigia liturgica di riconoscimenti, che diviene la radice di tutti i mali.
[20] Cfr. Ovidio, Met. III, 463-470.
[21] Questi due termini sono stati introdotti da Freud in Introduzione al narcisismo (1914).
[22] Caproni 2016: 838 (Tre interrogativi, senza data).
[23] Ibidem: 258 (Congedo del viaggiatore cerimonioso).
[24] Cfr. Montale 1980: 267.
[25] Caproni 2016: 359 (Il murato).
[26] Ibidem: 400 (Esperienza).
[27] Cfr. G. Caproni, Dinanzi al Bambin Gesù, pensando ai troppi innocenti che nascono, derelitti, nel mondo, «Famiglia Cristiana», 27 dicembre 1989.
[28] Caproni 2016: 541 (Aria del tenore).
[29] Ibidem: 255 (Congedo del viaggiatore cerimonioso).
[30] G. Caproni, Ultima immagine dell’Eneide, «La Nazione», 15 marzo 1963.

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