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La fama, malacopia dell’eterno

di Flaminia Colella

L’arte è questione di vita e di morte, perché ha a che fare con la vita e con la morte. Con il sacro e il profano, con il terribile e il miracoloso della vita e della morte degli uomini, di cui sarà sempre la più grande testimonianza. Da qui il grande rispetto che occorre nutrire per la materia che si tratta, il tremore, la venerazione per l’eccellenza dei grandissimi, fortunati o sfortunati, che hanno lasciato opere da cui stilla sangue e cielo, che riconosciamo frutto di un lavoro assistito da una certa mano accanto, di natura umana e non umana. Tutte cose estreme. Fare arte significa spendere una vocazione (dal latino “vocatio”, chiamata a, verso qualcosa) un talento, da mettere a frutto, pena l’essere vomitati dalla bocca di Dio, come ci insegna la vertiginosa parabola dei talenti contenuta nel Vangelo di Matteo (25,14-30). Le parole di Cristo sono molto chiare: “i tiepidi andranno all’inferno, e Dio li vomiterà dalla sua bocca”.

Dunque capirlo, patirlo, sentirsene in qualche modo condannati e benedetti. È il lavoro dell’artista che dura una vita, per il tempo gli sarà dato di vivere. Eppure imperversa il gioco, il troppo gioco con questa materia sacra e delicata e seria, troppo divismo, troppa e nauseante facilità con cui editori e altri attori del “mercato dell’arte” prestano il proprio avallo, in ogni campo dell’esperienza artistica (senza alcun rispetto, né timore, né considerazione della grandezza e della umanità di chi ha fatto la storia dell’arte nei secoli della storia umana, anzi, dimenticandosene con astuzia e simulato candore) per rincorrere soldi e fama, o inseguire la moda, sorella gemella della morte, che da forma a tutto ciò che è destinato a tramontare (Leopardi). E troppi non-artisti (da influencer che cercano una patente di legittimità culturale, a calciatori, a veline, a chef, a donne e uomini di spettacolo) che giocano grazie ai tanti follower, vengono da questo sistema marcio e patetico incoraggiati a introdurre confusione, finzione. Trovate che durano il tempo di una bolla gonfiata dai media, che sporca di opacità il vetro del mondo. Per chi conosce la disciplina e pratica ricerca artistica con tremore e rispetto e umiltà, è stancante e noioso e frustrante vedersi circondati da questo impero di scimmie, parolai e prestigiatori. Ma saranno scherzi destinati a tramontare, come insegna il Vangelo. Tutte queste tiepide imitazioni della vera umanità, e del vero sentimento dell’arte, quello che conduce a spendere il talento e il sangue per qualcosa di più grande di sé, scivoleranno nel respiro breve da cui vengono.

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