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Lettera a Marilena Garis su “Rainer Maria Rilke. Luce sull’invisibile”

Marilena Garis, Rainer Maria Rilke. Luce sull'invisibile, Edizioni Ares 2025

di Riccardo Peratoner

Ti scrivo da un luogo che, come autrice, conosci bene: lo spazio di silenzio che si forma dopo aver concluso un libro necessario. Quel silenzio non è il nulla, ma la “pienezza di un vuoto che s’adempie”. È ciò che mi ha lasciato la lettura del tuo Luce sull'invisibile – un'eco che continua a vibrare nelle ossa, come un accordo troppo forte per esaurirsi nel suono.

Cara Marilena,
hai scritto un libro pericoloso e l’hai posto sul confine tra la narrazione – di storie – e la realizzazione – di accadimenti. Rischioso, per tutti noi lettori, perché non si limita a parlare di un poeta, ma ci costringe ad incontrarlo. Nello scalare la tua montagna verso Rilke, è accaduto qualcosa che raramente accade a critici ed esegeti: hai smesso di indicare la stella per diventare tu stessa lo strumento attraverso cui guardarla. Non più saggio, dunque, ma parola che trascende il genere e diviene strumento, tramite verso la voce sepolta del poeta. E dev’esser stato duro, in molti momenti, farsi – ferita aperta – attraverso cui far passare quella voce imperiosa, elegiaca, mistica, vera e, talvolta, assassina.

Sapevo già, come tutti sanno, dei suoi Angeli, delle Elegie, del suo nomadismo; ma tu di quella poesia hai indicato il sangue, la macchia rossa che si forma a terra quando un’anima perde copiosa la sua linfa. Il bambino praghese vestito da bambina dalla madre in lutto è lì che mi osserva pensoso, il suo sguardo greve, carico di premonizioni mi richiama; l'adolescente spezzato nella scuola militare, di cui avverto le lacrime inghiottite in un singulto d’orgoglio, invoca il mio aiuto e brama libertà. L'uomo che sperava possibile, per Clara e Ruth, un amore "da lontano", mi volge gli occhi per dirmi che chi ama non si fa – prigione – per l’altro. Hai mostrato la carne del mito, del suo mito; e proprio lì, in quelle apparenti fragilità, hai trovato la sorgente della sua titanica forza, la magia che cingeva la sua persona di un’aura salvifica, l’attrattiva del suo irrespingibile essere.

Questo libro è la prova che per capire un artista non servono teorie, ma empatia. Camminare, dunque, sui suoi stessi sentieri. Tu l’hai fatto, fisicamente, andando a Praga, a Parigi, a Duino, a Muzot. Luoghi che hai respirato, pietre che hai toccato, alla ricerca di un frammento, di una testimonianza, di un ricordo non ancora svanito. Quando descrivi la notte in cui la prima Elegia irruppe nel silenzio di Duino, non racconti un aneddoto, ma divieni testimonianza stessa di un'esperienza mistica; e, nelle tue parole, si rivela ancora lo sconcerto, tuttora irrisolto in te, sul come questo sia potuto accadere. Devi sapere che quell’essere attonito, colto io stesso nell’incredulità, permane e mi richiama spesso a ripensarci, intorno al focolare dei lettori.

La spiegazione del Weltinnenraum – quello "spazio interiore del mondo" attorno a cui ruota il messaggio rilkiano – mi ha profondamente toccato. Attraverso il tuo sforzo ho compreso che Rilke non ci chiede di evadere dal reale, ma di penetrarlo più a fondo, di diventare noi stessi il luogo dove il visibile e l'invisibile si sovrappongono.

E gli Angeli, quelle creature tremende, così lontane dalle iconiche figure tratte dalla cristianità, provocano in me il tremore interiore e la deferenza che si deve reggere di fronte ad un’alterità radicale. Li hai mostrati nel loro essere – specchio di tutto ciò che non possiamo essere noi umani, qui trafitti ed avvinti nella carne; e, proprio per questo, nostri unici, veri interlocutori.

Il tuo libro non si recensisce, ma si subisce, secondo il principio per cui: se non puoi attraversare qualcosa di troppo grande per essere compreso, lascia che t’attraversi. Ora che un'onda mi ha travolto e adagiato su una spiaggia diversa, posso riposare quel testo sul mio scaffale e riposare il mio spirito, sfatto dalla lettura. La spalla di quella copertina, ogni volta che ne noterò l’umile profilo, so che mi rivolgerà un invito, una chiamata – a divenire io stesso "ape dell'invisibile".

La gratitudine che provo ad esprimerti è per non aver scritto un arido racconto, carico di improbabili spiegazioni su una vita crittografata e misteriosa; per aver creato un testo vitale, che potrà continuare a sanguinare e respirare insieme a me; per avermi ricordato che la poesia non è un lusso, ma un dovere etico. Il dovere di salvare le cose, cantandole.

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