di Davide Rondoni
Franco Arminio, Canti della gratitudine, Bompiani 2024
"Canti della gratitudine", Bompiani, di Franco Arminio è un libro bello, e che si ferma sul limite del rischio. Non ho dubbi a dire che è bello, anche se si potrebbero enumerare difetti (anzitutto la copiosità e una certa mono-tonìa). Ma questi passano in secondo piano dinanzi a questo oggetto creato da uno che, come dice, "militante dell'inquietudine" si trova a essere "un consolatore militante". Ma di cosa consola la poesia di Arminio? Dall'ansia, non solo dalla sua, ma dall'ansia che, come prevedeva già negli anni '40 del secolo scorso W.H.Auden, sarebbe stata la caratteristica dell'epoca. In questo, e non appena per il successo che è fastidioso solo per gli invidiosi, Arminio è un poeta rappresentativo dell'epoca che viviamo. Ci sono poeti dell'epoca e poeti contro l'epoca. Leopardi era contro, D'Annunzio era nella sua epoca. Montale era (apparentemente) nella sua epoca, Pasolini (apparentemente) contro, Luzi veramente contro. Non si tratta di una postura politica o sociale o civile. La "postura" della gratitudine, così la chiama Arminio, è una necessità per questa epoca a meno che non voglia essere sopraffatta in termini personali e civili dalla sola legge dell'ansia. Che genera chiusura e violenza. L'ansia è peggio della paura, perché ha un oggetto meno distinto. È consumatrice, e infatti è propria dell'epoca del consumismo, è per così dire, consumismo interiorizzato. Un individualismo radicale e perciò malato. E dunque i "consigli poetici" che lungo il libro Arminio offre, a se stesso innanzitutto, rispetto agli sguardi, alle attese, alle percezioni, ai valori, ai luoghi sono un viatico ben accetto e cercato da chi ancora non vuole affogare nell'ansia, e cerca di non paralizzarsi nel consumo. Non a caso, in finale e in consonanza con un altro suo libro, e con una segreta fedeltà alla intera sua opera, Arminio accenna al tema del Sacro come dimensione che sottrae al consumo interiore e esteriore momenti, segni, gesti. La forza di certi versi certifica la qualità poetica di Arminio:
"accetta che il tuo corpo abbia terre
nascoste, piene di un sale sereno"
dice al suo stesso corpo declinante in una vecchiezza che, a dispetto di quanto emerge in altri libri di poeti coetanei, non è solo amara e visitata da cinismo. La gratitudine è il contrario del grande scetticismo.
In molti punti questa sua "vibrante vita mesta", come la definisce, risuona di visioni devianti, di aperture, di possibilità di presentarsi "innocente al tuo respiro". Certo, è un Sacro che pare chiuso in una immanenza senza apertura al divino, che trova nella forza dell'eros e in qualche accensione di nostalgia il proprio fuoco più alto. Il rischio supremo, insomma, non è accettato o non ancora messo a fuoco, il punto dove l'io deve aprirsi a un Tu che è la conseguenza dello sguardo che vede "tante bocce, un cuore solo". Quello è il punto in cui la poesia sempre cessa il suo pur connaturato compito di "consolazione", esce da quel limite a volte accolto e persino favorito dalle culture dominanti dei padroni in terra, e sfida il punto supremo della conoscenza del mondo e del suo mistero. Il punto della vertiginosa, rivoluzionaria libertà. Dove il segreto della poesia, per dirla con Ungaretti, consuona con un segreto più grande, comunque lo si voglia chiamare. Il libro, diviso in eloquenti sezioni e chiuso da prose attraversate da temi di riflessione anche civili, che hanno lo stesso colore linguistico delle poesie, si offre come ansiolitico profondo in un'epoca che ne consuma fin troppi di superficie o puramente medicamentosi. Offre e occupa uno spazio comune e pubblico alla poesia, rispetto a quello recintato e sicuro dei petrarchismi iperletterari che sembrano definire alcune linee della poesia contemporanea. In questo senso, la voce di Arminio, leggendo in se stesso l'epoca a cui appartiene, adempie con generosità a uno dei compiti e delle possibilità della poesia. Poi io lo aspetto, come si aspettano gli amici, al varco, con un bicchiere in mano. Intanto, da lontano, un brindisi.
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