Per la nostra splendente eredità. A proposito de “La terra desolata” di Eliot, ridataci da Aimara Garlaschelli

di Davide Rondoni

 
Ci voleva la umile caparbietà di una poetessa, ci voleva il furioso amore di una lettrice, ci voleva la follia quieta di Aimara Garlaschelli per mettersi a donare al lettore italiano una nuova versione de La terra desolata di Eliot. Testo la cui interpretazione e dunque traduzione sconforterebbe il coraggio dei più, ma non, appunto, la femminile tenacia di una brava poetessa. La quale traduce e annota il testo, pur iniziando tali note con una citazione di Eliot che preferirebbe abolite le sue stesse note al testo (suprema ironica delicatezza). Non vale la pena dar conto degli scostamenti dalle traduzioni precedenti, alcune a firma prestigiosa e "timbrate" dallo stesso Eliot (Praz e Sanesi) essendo questo compito da specialista che non sono. Mi limito, per assaggio, a un convinto plauso trovando che finalmente Aimara s'è decisa a tralasciare quell'oscuro "combinazioni" quando si parla dei vestiti della dattilografa ("dryng combinations") che attende il suo "foruncoloso" amante per  consumare agli occhi di Tiresia un poco di sesso senza gioia, e a tradurlo con un più giusto e femminile "completini". Forse i virili Praz e Sanesi non riuscivano a pronunciare la parola? Come si poteva sopportare quelle oscure "combinazioni" nel tinello della dattilografa? E altro più focale punto, segnalo come finalmente la Garlaschelli metta non una bizzarra "ruota" nello stupendo testo di Phlebas il fenicio e della sua "morte per acqua" ma appunto, tra le mani di noi che osserviamo la sua sorte e dobbiamo riflettere sul suo e nostro destino, un "timone", restituendo più nitore ed efficacia a quel grande momento di poesia. Ma al di là di questi e numerosi altri esempi (sul memorabile avvio però "vince" Praz),  alzo un convinto brindisi ad Aimara Garlaschelli che ha compiuto questo estremo atto d'amore per un'opera e per un autore che mai avranno abbastanza gratitudine da parte dei poeti, essendo non solo Eliot un poeta di sfolgorante e inquietante bravura, ma un uomo che ha patito, e patito molto la sua epoca, la sua arte, la sua vita. Intendo dire che pochi come Eliot incarnano quel che lui stesso diceva di Baudelaire: ha avuto nella sua epoca una sofferenza negata ai giornalisti. Come a dire che la voce del poeta forse più grande del Novecento ha di quel secolo patito personalmente tutte le tipiche ferite esterne, civili, storiche e interiori. Lo documenta con qualche faziosa parzialità, ma con energia, Anthony L. Johnson in una introduzione a questo volume dato alle stampe meritoriamente da ETS, con audio scaricabile, e nato anche dalla amicizia collaborativa della Garlaschelli con Stefano Agosti, Nicola S. Ajmone e Erika Urban. Quasi in una fattiva neoaccademia poetica raccolta per l'impresa. Non a caso, parole di Agosti vengono riprese nelle note per indicare il "metodo mitico" nella composizione di The Waste Land, ovvero la messa in scena fenomenica nel testo di una "eredità di parola". Di tale eredità di parola che proviene dai riti della vegetazione, dai libri antichi, da Agostino o dai ritagli di giornale, un poeta immenso ha creato la sua opera, necessaria per arrivare poi alla rivelazione del senso del tempo ne I quattro quartetti. E ora che tocca, miseramente, indubbiamente, terribilmente a noi fare lo stesso, grazie anche a questo bel lavoro di Aimara Garlaschelli, l'opera di Eliot entra più a fondo e con più duro splendore nella nostra eredità di parola da cui trarre parole vive.

19 Condivisioni

Lascia un commento