Tre poesie dalla nuova raccolta di Menotti Lerro

Introduzione di Davide Rondoni

Menotti Lerro, Canto Randagio dal Cilento, Ladolfi Editore 2019
Iperletterarie in modo quasi fanciullesco e felice, e tese come un canto antico e randagio, queste poesie che vengono dalla raccolta in uscita di Menotti Lerro, sono voce di un testimone che traversa epoche e le personali vicende dell'amore con una fiaccola nello sguardo, con un nitore di anima e di dono del cielo. Un cantore antico e nuovo, che brucia di amore per la sua terra - così devono essere i poeti, il cosmopolitismo, che Lerro conosce bene, non è alternativo ma ne è nutrito di consapevolezza.
In mezzo a tanto minimalismo nichilista, spesso via di fuga per diari altrimenti poco interessanti, la voce di Lerro ci porta vicino all'eco della poesia di sempre, all'adempimento del suo strano e prezioso compito.

I

 

Cilento

 

A un riverbero di labbra dall’Irno
i tuoi arenili, i borghi allucinati
dalle inestinguibili bocche montuose,
le strepitanti rovine delle civiltà remote.

 

Scriverò di te, oziante su una pietra
a Finocchito, smarrito in una pace saracena.
Chiudo gli occhi, il sole mi trafigge,
mi protegge, disco fluorescente: Elea,
torre nera, ulula Mefistofele ogni sera,
Palatina croce sull’acropoli, tesori,
anime di un anfiteatro scevro di candele.
Frantume di vetro, Paestum, templi
succosi come i fichi eterni di Prignano.
E se Palinuro giace nel sonno di acque
sconosciute, è nell’Alento che immergo
mani di emigrante per bruciate strade.

 

Un ricordo – istante infinito – e già nelle
conchiglie del viso Cicerale: semi, olive, bestiame.
Capaccio, ancora, dalle bufale canute
come la pace, come rocce di Trentinara
a picco nella Valle del Sele, poggiolo tiepido
su una costa, su un’azzurra grotta.
Roccia come Monteforte, Magliano,
Capizzo perciata, come Stio
guerriera e normanna su un pendio,
o Torchiara nobile e carbonara.
La poesia a Gioi è un battito per Maia
curato con il sale; a Moio, greco presidio militare.
Se ripenso a Salento si innalzano dottrine
cesellate senza tempo – lì fangose criniere
d’Italia mutano in usignoli
in un carico giorno di funesto pianto.
Omignano disfatto mille volte,
caldo giaciglio, giardino cristallino
germogliato da un incantamento.
Tra i marosi sirena, Acciaroli;
Pioppi, elisir di vigore.
Oh, Agropoli, il cardine tuo
sul promontorio sedusse Apollo
e Castellabate è il suo Giacinto.
Su ogni fiore veglia Vatolla
che all’occhiello ha una cipolla
e il simposio fresco di una rocca.

 

Cilento – mai letto di Damaste,
di Afrodite e Pan prediletto figlio,
disamore e amore, supplizio –
dove la costa lambisce la montagna:
Cervati, Gelbison, Stella: nel segreto oblio
che ristora, amaro e pago asinello
in un verde sconfinato senza sella.

II

 

L’amore che ripulimmo dalle ossa a forza
ha lasciato lì la sua impronta
come un livido che non scompare,
nutrito dall’assenza, ma si espande
in immagini di noi: lame distorte
di luce e di dolore.
L’amore che sfiorava le guance
e poi rideva, senza temere
di imbruttirsi, di se stesso certo
aspettando il volo per la terra del poeta
di cui rubammo lingua e segreti
per non essere ancora
nella nostra patria stranieri.

III

 

[…]
Canta per me Lorelei al tramonto.
Sui tuoi scogli brucerò il velo
di poesia che ho negli occhi, strenna di lacrime
agli uomini, così colmi da farne mare in risacca.
Sia la tua lingua come le chiome
di Andromeda sciolta, ma la tua lira
tornita da un’astrale lima.
Fulgore nel vento fiorisca il tuo lamento
e se ne nutrano gli uomini come Endimione
ogni notte della luna.
Già polvere i corpi che si illusero d’amore
inseguendo il canto che uno solo vinse.
L’amore che senza non moriremmo in vita
né rivivremmo in morte.
Amore che percuote chi più è percosso
e che solo uccide chi è già morto.
“Ho visto occhi nascondersi nei mantelli
e ali immense sprofondare in un vaso d’acqua.
Per le anime che mi nutrirono ho pregato
e nutrito una preghiera che di anima mancò dote.”

 

Mi inginocchio al fremito della tua fronte.
Il punto di domanda che hai negli occhi
è una risposta amara pronta a vacillare.
Randagio ritorno al tuo ricordo
di tenerezze affranto e ti rivedo luce
di come non brilla il mondo.
A testa alta nei lacerti dei giorni
cercando bagliori dove più cupa è la notte.
Dammi il puro tuo esitare dinanzi
all’inganno dei gabbiani,
le stelle che per me sgorgavano
dai cieli del tuo volto. Non lasciarmi
in un giardino senza il tuo profumo.
Non lasciarmi in questo abisso
senza conforto: non basterebbero
i versi del cosmo per ricucire
la ferita che modellò l’assenza.
A cosa serve amare un giorno se non basta
una vita per dimenticare? A cosa serve
un bacio se la sua eco ci fa sordi?
Eppure è nel silenzio sfibrato
di quel tocco incauto di labbra
che tutto si riscatta, come un sacrificio,
come in croce.
Canta per me, Lorelei, modula
e nutri la poesia di fantasmi,
guardiani dell’ultima pietra.
Su di essa fonderò la mia atea chiesa
per attenderlo con l’impazianza
di un agguato, dirgli finalmente:
“Cosa comprendi che a noi non è dato?”
Come Faust implorerò l’anima
quando non avrò più essenza,
Patroclo indosserò gloriose vesti
per divallare nell’ombra e beffato
beffare il trapasso.

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