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The Guiness Man – Racconto

di Julia Zyla

Arrivò alle diciassette in punto e il Garavan’s iniziava a riempirsi a quell’ora. Fuori pioveva violentemente e il piombo del cielo non aveva alcuna intenzione di liberare il sole.
La porta antica si chiuse alle sue spalle. Gerda prese un respiro profondo come se avesse appena fatto una nuotata nel freddo oceano.
Guardò l’interno del locale che da decenni era il silenzioso testimone delle faccende umane e ora anche della sua.
Dietro il bancone, in mezzo ai rubinetti della birra, spuntò la familiare chioma di ricci rossi, l’immancabile barman che sembrava un personaggio uscito dal romanzo di Tolkien. Lo hobbit era insolitamente alto, il suo viso era solare e le guance stellate di lentiggini, proprio come le guance nordiche e ben pronunciate di Gerda. Lei le aveva ereditate dalla nonna, pittrice danese che fuggì nel giorno del suo matrimonio combinato per sposare un apicoltore polacco. Le guance e il nome non erano le uniche particolarità che aveva preso dalla nonna, era ugualmente testarda, ribelle e incurabilmente sognatrice.
Gralan la guardò da dietro il bancone per salutarla. Tranne il nome, non sapevano nulla l'uno dell'altra eppure lui, inconsapevolmente, diventò il complice nella questione che Gerda aveva trascinato fino a Galway.
Proseguì verso lo sgabello, accanto alla colonna che divideva il bancone in due, lo scelse con cura il giorno in cui arrivò. Dieci passi esatti dall’entrata. Sembrava attenderla.
Quattro posti più avanti, sulla curva del bancone, il solito uomo anziano fissava la pinta della Guiness mezza vuota. Gralan gliene porse un’altra, piena. L’uomo ricambiò con le monete, la sistemò con devozione accanto alla prima e tornò a fissare entrambe. Un rito senza parole che si ripeteva ogni volta che il livello della birra scendeva a metà.
L’uomo era alto e robusto. Ormai pochi capelli bianchi coprivano la parte posteriore del cranio evidenziando la voglia nera sopra l’orecchio. Sembrava un tatuaggio a forma di stella e il suo naso una grande patata rossa, era buffo e misterioso. Muto e quasi immobile, una statua umana.
Senza togliere lo sguardo da lui, Gerda si sfilò borsa e cappotto nero. Il cappello, verde come i suoi occhi, non lo toglieva mai.
- Come stai? - Gralan chiese alla minuta straniera dai biondicci capelli ondulati catturando la sua attenzione.
Lei lo guardò improvvisamente spaesata e l’espressione del suo volto fù una risposta sufficiente. Gerda sentiva l’odore del fallimento nell’aria.
Il barman annuì lentamente e non fece domande.
La ragazza tirò fuori dalla borsa i fogli di carta sistemando il plico sopra il bancone. Sigillò la composizione con la penna stilografica dalla quale non si separava mai. Fu un regalo di Thomas. Si incontrarono per caso in un giorno qualunque, qualche anno addietro. Fino ad allora inconsapevoli delle proprie esistenze, da allora inseparabili.
Un anno prima bevvero un whisky proprio in quel pub dove ora Gerda sedeva di fronte ai fogli che ormai avrebbero dovuto essere inchiostrati di parole e invece giacevano davanti a lei, bianchi come la neve e muti.
Si sentiva di nuovo un pesciolino nella gabbia dei conigli che per sopravvivere si rifugia nel loro abbeveratoio.
La pinta della birra, scura come la notte, posata energicamente accanto ai fogli bianchi la salvò dal naufragio melmoso di quel pensiero.
- Ma io prendo la mezz... - cercò di obiettare.
- A me sembra che tu debba aumentare la dose. Questa la offre la casa - tagliò corto lo hobbit molto convinto. Non aveva tutti i torti.
- Alla tua - pronunciò concordante. Alzò la pinta e fece una lunga sorsata.
Guardando la birra pensò alla propria follia - oltre duemila chilometri per arrivare qui, per scrivere una lettera e non scriverla!
Determinata prese la penna ma la poggiò in fretta come se fosse ferro rovente. Guardò la statua dell’anziano e poi puntò gli occhi sulla pinta davanti a lei. Poggiò il mento sul legno del bancone e la osservò, come fanno i bambini sconfortati.
- Che cosa non ho capito? - lo chiese al bicchiere -. Ci sono voluti anni ma ho compreso il suo tormento, ho accettato i danni che ha causato. Ci sto ancora facendo i conti ma l’ho perdonata - continuò la confessione - e non riesco nemmeno a scriverglielo. Rimane attaccato a me, come una cozza allo scoglio -. Concluse perplessa.
Finì la birra, nella sciocca speranza che, ingoiandola, avrebbe avuto la risposta.
Non accadde.
Girò una sigaretta e si alzò per andare a fumare nel cortile sul retro del pub. Si fermò davanti alle spillatrici dove Gralan versava le birre e ne chiese un’altra per sé. Udì la voce dal timbro dolce.
- L’ho vista con la sua birra - disse la statua umana.
Gerda puntò lo sguardo incredulo sull’uomo. - Ma parla? - pensò.
- Sa, lei assomiglia a qualcuno che conoscevo -. Disse guardandola con occhi timidi e lucidi e aggiunse - Tutto quello che non ha scritto...
- Per mia madre -. A Gerda sfuggirono le parole senza alcun controllo -. Ma - disse cercando di rimediare indicando il poster alle loro spalle con scritto: “No one wants to hear about your troubles, they have cartloads of their own”. (Nessuno vuole ascoltare dei tuoi problemi, ne hanno i carri pieni dei propri.)
Lui la guardò con premura e continuò - Quei fogli rimarranno vuoti. Il perdono non può volare solo perché lo si pretende. Lei, signorina - l’anziano puntò il dito sul cuore della ragazza -. Lei vuole che voli?
- Come fa a sapere... - chiese allibita.
- Gliel’ho detto - l’uomo prese la pinta piena e con essa indicò i fogli immacolati sul bancone, - prima l’ho vista lì, con la sua birra.
Gerda rimase immobile accanto all’uomo con la stella sul cranio e la domanda che le trapanava il cuore:
- Lo voglio?

Fine.

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