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Lettera d’amore a Giacomo Leopardi di Antonio Moresco

Antonio Moresco, Lettera d’amore a Giacomo Leopardi, Solferino 2025

di Eva Di Palma

Una lettera d’amore come si può scrivere solo a chi ci ha salvato. Perché è andata proprio così: Giacomo Leopardi ha lanciato ad Antonio Moresco una fune che, nei momenti più cupi e apparentemente senza uscita della sua vita avventurosa e ingarbugliata è diventata appiglio salvifico al quale aggrapparsi con tutte le forze. Solo da un amore di tale intensità può scaturire un canto come quello che una delle voci più potenti della scrittura italiana contemporanea dedica al poeta filosofo (poeta perché filosofo, dunque filosofo in quanto poeta) di Recanati.

Lui, il Leopardi conosciuto da tutti, Leopardi il più grande di tutti, a tutti imposto, in quella maniera piatta e istituzionale che solo la scuola esige, capace di piegare la furia del poeta più disperato alla mansuetudine addomesticata di un sussidiario, qui ci viene presentato attraverso gli occhi dell’innamorato. Gli occhi dell’uomo e dello scrittore Antonio Moresco si fondono insieme e dopo averci raccontato come e quando il giovane e tormentato Giacomo gli lanciò quella fune, nella biblioteca di un tetro seminario dove di casa erano umiliazioni e indicibili solitudini, e averlo ritrovato all’esito dei successivi “dieci anni di deragliamento”, eleva il suo canto, dalle Operette morali, allo Zibaldone, passando per i Canti, analizzandolo per voli e salti, seguendo il ritmo sincopato del battito di un cuore, evidenziando il contrasto tra lucidità pessimistica e slanci utopici. E lasciandoci trascinare tra aperture e cambi di rotta, in un batticuore di sistole e diastole, in un movimento continuo e al fondo di questo, nonostante un’invincibile disperazione, la possibilità della grazia, arriviamo a spiccarlo davvero, quel volo, inseguendo due folli rondini, quelle rondini pazze che già Moresco ci aveva fatto conoscere nel piccolo gioiello che è La lucina. Qui le due rondini matte sono Giacomo e Antonio (e forse uno stuolo di altri innamorati, tra cui il fratello Kafka, l’incompreso Van Gogh, la sorellina Emily Dickinson, il barbone Melville e tanti altri) che stridono di tutto, passato e attualità, linguaggio e politica, arte colta e pop, in un’avventura fantastica che solo il vezzo dello scrittore strutturato può concedersi senza spezzare l’incanto del lettore.

Con questo affresco inedito Moresco ci dice che la poesia e il pensiero di Leopardi sono – tuttora – destabilizzanti, mettono in crisi tutto l’impianto concettuale e mentale della modernità: il mito del progresso, l’idea provvidenzialistica del cammino umano e della sua storia, l’idea che l’uomo sia avulso dal resto della natura, che sia la misura di tutte le cose, che il mondo sia stato fatto per lui, che l’essenza venga prima dell’esistenza (e questo ben prima della conclamata filosofia esistenzialista). Il canto puro, denso e profondo di Leopardi ci viene narrato attraverso improvvisazioni nella sua vita di ribelle, che fino all’ultimo ha sostenuto che il male è nell’ordine, ma nello stesso tempo occorre salvare la disperata e vivificante forza delle illusioni, ché la vita è una carneficina senza l’immaginazione. Riscoprendo il suo canto e il suo pensiero possiamo accorgerci del disperato bisogno che abbiamo oggi, in questo tempo drammatico e folle, terribile e catastrofico, di risvegliare e dissotterrare altre forze rispetto a quelle razionali e mentali, forze latenti e dormienti dentro di noi, “perché se l'inizio è sempre una fine anche la fine è sempre un inizio, la fine e l'inizio – i due poli che la nostra cultura ha artificialmente separato e contrapposto – sono una cosa sola”.

Se è vera l’affermazione di Kafka, che la letteratura deve essere come un’ascia che spacca il mare di ghiaccio che è dentro di noi, se è vero, dunque, che un buon libro è quello incapace di lasciare indifferente il proprio lettore, allora questo è il miglior libro letto negli ultimi tempi.

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