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La tensione vitale e morale di Stefano Massari

Stefano Massari, Macchine del diluvio, Mc editore 2022

di Davide Rondoni

Il libro più recente di Stefano Massari, poeta che conosco fin dagli esordi, che ho potuto leggere finalmente, è un libro morale. E anche per questo umorale, perché a differenza di troppi versi moralistici del nostro tempo, la tensione morale dei testi è tutt’uno con l'esistenza dei corpi (proprio, degli antenati e dell'amata) in una specie di festa o carnevale dei vivi e dei morti, e della vita e della morte.

Un disperato e dolcissimo carnevale, in mezzo a tali "macchine del diluvio" ovvero direi azioni meccaniche responsabili della fine dell'umano possibile. Laddove dolcissimo si intende non per via di edulcorazione, bensì per estrema e direi quasi stremata risorsa di tenerezza come arma per "stare al mondo". Rispetto a una genealogia poetica evidente e riconosciuta - che va da Fortini a De Angelis, deviando con Charles Wright - e se vogliamo anche "maggioritaria" in questo torno di inizio millennio, la voce di Massari si fa meno sacerdotale e più "animale", meno sapienziale e più vitale. In un corpo a corpo il cui esito è sconosciuto al lettore come allo scrittore, perché è appunto in corso, il libro procede per sezioni a gorgo. Non è dunque una scrittura postuma all'esistenza, suo regesto e finta pacificazione letteraria, e nemmeno riparata in una sorta di scontato engagement oggi ritrito e vacuo (come quelli che dicono "restiamo umani" ma non sanno rispondere alla domanda di Leopardi "e io che sono?" se non in maniera sociologica e quindi transeunte e aliena a ogni "restare"). Intendo che in Massari vedo una imminenza dell'assoluto - ve ne è traccia in un lessico non di rado di natura o ascendenza religiosa - che non implica necessariamente una lettura trascendente di tale assolutezza, bensì una sorta di assoluta partecipazione. Come accade all'amante che vuole partecipare dell'amore, forza che lo sovrasta e conduce e drammatizza. È un libro abitato da "lo sguardo nudo che promette e scava/ come una fede divora sempre".

Un libro dunque dove il lettore più che leggere e apprezzare la scrittura si trova coinvolto in un carnevale di rabbia e di dolore, di apparizioni e delicatezze, restituiti da una furia metaforica e anche allegorica che riesce a sostenersi. Delicatezza particolarmente nella parte finale dedicata all'amata con versi duri struggenti e incisivi.
La fede in un possibile sguardo "nudo" è la tensione dei poeti ed è una tensione non solo estetica - sarebbe penoso - ma appunto di natura morale. Quando siamo nudi siamo pari, e pronti per guardarci con disprezzo o cupidigia. O con amore, sempre da riscoprire in un mondo violento e imperfetto.

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