1.
Mi faccio compagnia con attenzione.
Chiedo testimonianza dell'esistere
al cane e alla quercia il restare.
Rimprovero gli amori e i fallimenti
alla vita, ma senza delazione.
Non mi rivelo niente, so già tutto.
La sconfinata versione dell'esistere
l'ho già rimessa, insieme ai miei peccati.
Passeggio tra le stoppie,
sfioro il cardo mariano,
cerco il nome di Dio tra le rovine,
ma nessuno risponde, il paese è lontano
come la madre, come le istruzioni
per un nuovo crepuscolo.
Mi leggo nello stagno
questa storia in minuscolo.
2.
A volte sfiora un pensiero civile,
un fatto da pensare
che abbia un legame con l'intimità
del mondo, un'evidenza
che quello stesso mondo sia reale.
Che esistano i vicini ed i distanti,
i sofferenti, gli artefici del male.
Ma è un attimo, poi tutto torna chiaro,
spariscono i viventi, il sole sale
e rimuove ai dormienti ogni riparo.
3.
Gliel'ho detto al lentisco:
è tardi per espandersi, hai avuto
tutto il tempo di marzo per pensarci,
una vita lunghissima, un dolore
per ogni mutazione.
Che sembra una finzione
questo crescere esausto
che devo moderare a ogni pensiero,
potare a ogni illusione.
Nessuno fa miracoli, nessuno
ti dona lo stupore, ti sorprende,
nemmeno più un amore.
That is all Ye know on earth
and all ye need to know.
4.
Così quando è vicino
il movente si sposta, si nasconde.
Lo vedi nel canale
che corre con la piena, poi ristagna.
Non c'è libro
o manufatto umano che lo spieghi,
non un solo artefatto,
una bitta, un martello, una fucina.
È in questo modo che si resta soli
nel falso del giardino,
in questo falso autunno
senza governo e senza pentimento.
5.
A distanza di anni vi trasporto,
amori inevitabili, sussidi
per i poveri andati in un miracolo,
per i cieli di Roma. Vi sospendo,
amori insospettabili, paludi
tra le paludi e Dioniso bambino.
Che ricordo le gambe, ritorsioni
inedite al destino, i seni arguti.
A distanza di tempo vi soccorro
facce del Novecento, arche votive,
reliquie polverose
del fanciullo divino.
Quel teatro è dismesso, quella parte
non la vuole nessuno, nella scena
finale voi morite, muore l'arte
di segnare i ricordi, muore iddio.
E un poco pure io.
6.
Qui c'era la palude e qui la piena
della pressa, del pezzo che mancava.
Qui nessuno pregava,
nessuno riportava la sua pena.
Tu passavi ridendo, rimediando
nel vestito fluttuante le vocali,
le canzoni e i portali
della casa caduta respirando.
Adesso il muro è aperto, sanguinante.
Nel ricordo il ragazzo si è perduto,
s'è perduto l'amante.
Noi ripassiamo spenti il canto muto
di quel padre sognante
il sogno di quel figlio mai vissuto.
7.
Stanno viaggiando in treno, la ragione
del viaggio è che qualcuno
sta aspettando in stazione.
È una stazione piccola, riversa
dentro il sole di luglio.
C'è una pista ciclabile ed un argine,
un cane e una canzone,
il viaggio è un'occasione
per vedere le acacie e le robinie,
l'illusione
che qualcuno li aspetti.
Io viaggio solo e poi ritorno solo,
mentre li guardo fingere
dentro il mese di luglio.
Sono poveri e vividi nel tempo,
poveri nel ritorno e nell'attesa.
Così scendo con loro ma li attendo,
li aspetto e sto con loro.
Intorno è tutto macchine e presidio,
esistenza e decoro, misura e convivenza,
resistenza e lavoro.
Il Dio che li accompagna è un operaio,
il tempo è un concistoro
di menadi ebbre, la canzone
è nata all'improvviso
e ora viaggia con loro.
8.
C'è una casa quadrata in fondo al lago.
Non sul fondo ma in fondo.
Quattro olmi sui lati e quattro vite.
È come una dogana, un'evidenza
del fulmine
su quelle quattro piante.
Qualcuno pesca
qualcuno sogna invano.
Il padre ha i suoi pensieri, il figlio canta,
c'è una cagna che allena
i nati al gelo e all'alluvione. A volte
sta alla catena,
quando passa il corriere,
a volte latra a un passante,
a volte pensa alla vita sott'acqua,
al fenicio annegato.
La madre invece nutre ogni speranza
e quando è notte
spinge i cuccioli al sonno.
9.
Pioverà di nuovo,
non avremo ripari questa volta.
Dovrò farti da portico,
farmi arco, rifugio, salvezza.
Ricordarmi del mare,
di quando ti salvai
dalle buche improvvise di Licola,
mentre le madri dentro le cabine
pensavano ai costumi della terra,
a cosa avrebbero fatto di me,
al dolore da darmi.
Dunque sono preparato
alla tempesta prossima
e alla prossima ancora.
Che pure adesso il tempo
è una buca flegrea:
profonda e inaffidabile.
Io sarò l'arco e il prologo,
il mago e il sodalizio,
un portico a coprire la discesa.
10.
Ho pensato che potrebbe
interrompersi la specie, seccarsi la radice.
Ma questi anni in giardino mi hanno detto
che non muoiono mai se parlano con te,
se ti raccontano le visite notturne,
le crepe ed i cunicoli, le arvicole
che a loro volta sfamano le gatte,
che non muoiono mai
se parlano di te.
È tutto semplice ma il salice grigio
è morto di silenzi, di sventure
improvvise del tempo. Allora chiedere
agli avi di tornare,
al giornaliero omonimo spiegare
questa cosa del tempo inesauribile,
piangendo sui tramonti interpretare
il fragore del padre e della madre,
non serve ma consola.
Così l'anima sale al sole sola.
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