Tomaso Tiddia

Una voce che cerca il ritmo non altrove dal desiderio, non altrove dalla domanda. Una voce di poesia che sa per cosa correre e precipitare, per quale misteriosa preda.

Davide Rondoni

Cielo altissimo, profondissima terra
sento nascermi in me un’altra volta
ancora, incamminarmi nuvole, alberi
risalirmi, rincorrermi vento, sono
soltanto questo mondo che racconto,
il sole che cataloga i minuti, ma quanto
eterna è l’ombra che sostiene i bagliori
incalcolabili argini di vite solo
immaginate, pietà che stringi preghiere
in bozzoli di pietra per gli assenti,
consegna a ogni uomo i suoi infiniti.

Così hanno tolto respiro ai sassi
le troppe chiacchiere dei silenzi
e gli amori sono fuggiti sazi
di sguardi e ammiccamenti
per le musiche rubate a mosche
e ragnatele, ah le polveri
innalzate sulle iridate
maree dei sensi fulminati
finalmente dalla necessità.
Bussava Beethoven archi in fuga
sulle navate morte, depredato
l’altare del lungo bacio dell’addio,
Dio mio, a quale dolore risponderà
questa follia che i corpi spinge oltre
la sfinge ammassandoli dell’immobilità
ancora all’inferno della replica?
Non è forse una vita già abbastanza
il fuoco del giorno un satellite
della schiantata folgore dell’eterno?

Solo l’origine sa essere
altitudine di gioia e dolore
e togliere le maschere
all’amore che vaga tutto
intorno alla preghiera
e in quell’altare che miste
ha rose e fosse mettere
il fittone che eterno stilli
un’alta chioma di tifone.

Tomaso Tiddia, nato nel 1965 a Cagliari, dove lavora come libraio. Ha pubblicato un libro di poesie presentato al "Cabudanne de sos poetas" lo scorso settembre, mentre "L'azzurro e il rosso cielo" è uscito con Transeuropa a luglio.

Lascia un commento