Daniele Giustolisi, La condizione dell’orma, Italic Pequod, 2025
di Alessia Iuliano
Cinque anni fa, avvicinandomi a Se scendevi per strada (Cartacanta, 2019), seconda raccolta di Daniele Giustolisi, annotavo su queste stesse pagine alcune impressioni preliminari, tra cui l’idea che con questo autore si giungesse a sfiorare «un’altra versione della storia, della vita, forse più vera». Già allora osservavo come l’elemento insulare rappresentasse la chiave di accesso a una dimensione di ieraticità dal timbro profondamente greco, capace di proiettare una luce dura e scolpente sulle sagome delle case e sui nomi, generando ombre altrettanto nette.
Ora, con La condizione dell’orma (Italic, 2025), che raccoglie testi scritti tra il 2020 e il 2024, ci troviamo davanti a una voce che prosegue il proprio cammino con una, se possibile, maggiore consapevolezza formale e tematica, pur mantenendo intatta la propria radice originaria.
Non solo permane il richiamo al Sud, ma esso si impone ora come un’urgenza ineludibile, un centro identitario imprescindibile della sua poesia:
«avremo sempre Mìlai davanti agli occhi, / […] la luce antica, lenta dell’onda / […]» (p. 29).
Nelle note al volume – chiedo scusa per la deviazione dall’ordine delle sezioni in cui il libro è strutturato – l’autore rivela come il luogo di riferimento, Mìlai, l’attuale Castelmola, sia stato lo scenario della propria infanzia e adolescenza, consegnandocelo come un “assoluto”, sospeso fuori dal tempo, in una dimensione che è insieme onirica e fatale:
Monte azzurro del giorno
che appari tra nuvole e autostrade,
sei dell’affanno isola del sogno,
Ionio che non perdi nella distanza.
E ritorna piano in te il cuore
come se fossero per sempre neve e pane,
un canto antico le tue strade,
paese di novembre che più a fondo è sera
dove, a volte, tra muschi di pietra
sospirano povere verità senza più nome.
Sta tutta qui tra le case la memoria
di questa altura ferma come un destino
incendio di voci e volti dentro ogni cosa,
la sua brace raggelata nel mattino.
(p. 46)
Quella di Giustolisi può dunque essere definita “poesia meridiana”, non in senso puramente geografico, bensì come uno sguardo meridiano: prospettiva radicata nella meraviglia ancestrale delle origini, che diviene strumento di riconoscimento, incontro e fondazione di una propria etica interiore.
La raccolta dialoga costantemente con lo spazio bianco della pagina, grazie a un allineamento dei versi non sempre convenzionale che contribuisce al ritmo e alla tensione visiva dei testi. Alterna poesie brevi e versi lapidari a taccuini in prosa, mantenendo in entrambi i casi una qualità poetica intrinseca. In Taccuino II emerge con forza la capacità di Giustolisi di intrecciare memoria collettiva e stupore infantile, senza scivolare nell’elegia:
Poi abbiamo ricordato. Era senz’altro il
duemiladiciassette, l’anno del grande inverno
sull’isola, la neve apparsa una mattina al risveglio
su ogni angolo. Hai detto «è un segno, qualcosa».
Una cosa mai vista prima quassù. I vecchi scesi
tra le strade a raccontarla, ciascuno a suo modo,
ciascuno col suo senso. E i bimbi con le mani
a toccare per vedere dove fosse finita l’erba.
Ne ho guardato uno, la gioia che era, il sud dei suoi occhi
allontanarsi nella meraviglia. Il mare non
era stato mai così vicino.
(p. 48)
Anche la percezione della perdita e il compito di custodirne la memoria vengono evocati con misura e intensità, come nei versi:
Ci vorrà la pazienza di una madre
per andare via da qui,
portando ogni radice del nome
e volti e orme come la prima alba,
il primo richiamo;
sentirne ancora con tutto il corpo la sua fine.
(p. 49)
Rispetto a Se scendevi per strada, La condizione dell’orma segna un’evoluzione evidente. La metrica si fa più varia, la prosa poetica si intreccia naturalmente ai versi, che si distinguono per un prosciugamento essenziale, lontano da ogni accumulo barocco. Alcuni testi si riducono a un sigillo di senso e di visione, come alle pagine 74-75:
Sigillo del mattino
sulla prima sabbia,
che simile alla carità
offre intatto il suo manto.
*
Figlia unica, indifesa.
Che mentre vado lascio, perdendo.
Questo minimalismo, che non rinuncia però alla densità semantica, è segno di una poesia che predilige la misura alla retorica. L’io poetico di Giustolisi sembra aver trovato un proprio “sistema linguistico”, per dirla con Marina Cvetaeva, destato dalla parola ispirata e in essa rivelato.
Il tema della luce e del buio attraversa l’intero libro, con riferimenti alla veglia, alla nascita e alla rinascita. Penso ai versi: “a un’altra luce ti esponi,/ madre che entri leggera” (p. 8); oppure a pagina 13: “ma tu porta ai nostri occhi / la riva buia della tua terra, / quel frammento di sponda / che scioglie i nodi della domanda [...]” (p. 13), e ancora “Cosa accade nelle stanze vuote della sera,/ nel blu della veglia” (p.21); “Tutta la luce della stanza /per passare come mai più / dalla stessa porta bianca” (p.22). Fino a che non si arriva alla soglia di pagina 25:
Sei nata
nella luce chiara
che porta aprile,
nuovo respiro del mondo
che al mondo dona ancora
il suo avvenire.
L’evoluzione di Giustolisi raggiunge il suo punto più alto là dove il sentimento-ispirazione nasce dall’incontro con presenze molteplici, che l’autore non può fare altro che nominare. La stessa parola “nome” ritorna con insistenza nei titoli di ben tre delle nove sezioni: Il sigillo del nome, Porto d’ogni nome, Il poema bianco dei nomi; a testimonianza di un’attenzione costante del poeta verso la presenza altrui e la memoria dei legami.
Fra tutti questi incontri, quello decisivo – già anticipato – è con la figlia Diana, attraverso il quale la vita appare come “nuovo respiro del mondo”, pur nella contraddizione di “sorriso e dura pena” (p. 9) del cui enigma il poeta prova a farsi testimone (cfr. p.10).
Così, se pure i luoghi non sono soltanto quelli della sua terra e i nomi appartengono anche all’esperienza di incontri trattenuti nel misterioso “dell’aldiqua da sé”, l’orma che segna questo libro è quella di un lirico puro, capace di custodire, se pur provvisoria, la bellezza di “[...] essere stati nel vento / una corsa sola” (p. 42). Leggere La condizione dell’orma equivale, allora, a sostare davanti al mare – lo Ionio nel nostro caso – lasciandosi agitare dalle sue onde e insieme placare dal loro ritmo.
Ed è in questa tensione tra movimento e quiete, tra presenza e memoria, che il pensiero di Marina Cvetaeva trova naturale risonanza: «non dimentichiamo che identica è la struttura del mare, del sangue e della poesia lirica»[1]. In Giustolisi, questa affermazione sembra racchiudere il nucleo della sua nuova e feconda prova poetica. Anche dove si riconoscono richiami a modelli consolidati, l’autore li restituisce con freschezza e misura. D’altra parte, «al lirico e al mare non chiedi lo scorrere senza ritorno, ma l’onda che sempre ritorna [...], la ripetitività dell’imprevisto (marino e lirico) e l’immutabile necessità dei mutamenti [...] l’ineluttabilità del tuo stupore dinanzi a loro»[2].
Poesie scelte:
III
Non le parole, non l'inganno
di una lingua tentata,
ma questi miei pochi passi per te
stancati, bucati di terra,
fiato che nella nebbia si dilata.
Come finisce presto la strada
nei volti che si contendono destini,
la mia testa dietro quella di un altro,
dove si è niente, sagoma che taglia aria gelida
sguardo che nel crollo ti pronuncia,
come un testimone che prepara il tuo arrivo.
*
Pochi passi,
saldi dove è più dura la terra,
scale, febbre di Ionio
e tu che mi precedi come Oriente.
Come è stato breve sostare
impreparati nel taglio dell'onda,
l'imprecisa orma che cede,
l'ora che non difende né più trasforma.
Tutto il niente è stato il viaggio,
orme sepolte dove è più buio il fondale,
correnti che altrove disperdono le trame
dove tu sei l'eterna risalita
che non è dato vedere.
*
Bellezza del volto
che porti tutti i nostri anni.
Li offri dove dilegua il giorno,
nella luce azzurra delle cose.
Sei, a chiamarti, il confine
che non arretra, a quest'ora della sera
di città senza più nomi
e lunghi sogni dai davanzali.
Resterai, innominata alla gente,
persa, un giorno, nella tua dimora d'aria,
invisibile nelle prove dei millenni,
come i fondali sconosciuti
ai grandi cieli.
*
Cammini leggera
in una città di portici
che ha unito il dolore
al fiore violento dell'amore.
Arriverà il primo inverno
senza il nome,
i suoi occhi d'alga accesi
come carità nell'ombra.
Vorresti solo parole
che dicano dove il niente
si disfa del niente
in un'aria di primavera.
Ma scende piano la sera
sui viali calmi di Bologna.
Sei tutto il pianto del tuo cuore,
la sua libertà guerriera.
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