Su “Non ero preparata”

di Alessia Iuliano

Scrivere di questa raccolta, di questa offerta al mondo da parte di Melania Panico è stato per me un viaggio, uno snodo sempre posticipato e presente. Non essere preparata a dire di lei, del suo libro, credo sia stata da parte mia la migliore reazione possibile davanti alla verità del libro-corpo che ci troviamo tra le mani. Ad un anno e qualche mese dalla sua prima pubblicazione, però, i versi vibranti delle poesie di questa raccolta tornano ciclicamente a sfiorare le corde di un sentire che diventa stare, che penetra e quindi coesiste col mio essere al mondo. Così, sulla scia di un progetto, quello di Non ero preparata, tutt’altro che impreparato alla luce, scelgo adesso di ringraziare una poetessa che ha preso la sua vita, l’ha spogliata di tutto e ne ha fatto segno, impronta, testimonianza.

Il cammino è mite, temperato
ma quanto costa coprire il grano
abbandonare i segni o
accarezzare il fendente a grata?
Il sasso nella gola è ancora grande.
Il dolore della finestra dice addio
è un gesto

Quello di Non ero preparata è un cammino. Una graduale riappropriazione di significato, affatto priva di difficoltà, da parte delle parole che esigono, mettendo spalle al muro il lettore, di diventare luogo concreto, gesto e, osando, verità. È in queste verità che «ammassiamo nella neve», nel bianco – la poetessa non di rado lo accosta al vuoto – che le «parole sfiancate […] sfinite inutili come noi» subiscono quella metamorfosi positiva, quella purificazione tanto attesa, «la pioggia non arriva più», «dice che domani pioverà / ma abbastanza non piove mai», che scava nella «promessa sgretolata, [nel]la terra» e fa conquistare all’io lirico, a chi è così fortunato da leggere questa raccolta, il traguardo di divenire «roccia scavata». Da questa concavità, da questo vuoto in cui «le cose si aggrappano al braccio / chiedono conferma del loro esistere» il dolore come l’assenza, il tempo, il ritorno, il perdono ne escono fortificati, con addosso una «luce nuova/ come di famiglia». La forza, la necessità dei versi della Panico così si spiega e si scioglie: Melania ripristina il binomio buio-luce con un nuovo e più onesto equilibrio, valorizza la resistenza imparata dal mare, ci chiede di riflettere sul tempo e infine ci suggerisce una direzione chiara: «Il restare funziona così: / è un patto / disporsi in direzione contraria all’ombra».

D’altronde la raccolta, disseminata di parole ossimoriche, non fa altro che condurci gradualmente a rivalutare le nostre questioni serie, penso all’ultima sezione dal titolo La questione è la luce; il vuoto della neve bianca «quasi del tutto scomparsa» si contrappone al bianco «nella sabbia bianca / [dove] le pietre della nostra stanza / sono le pietre della nostra storia» e allora, proprio in questa costellazione di bianchi e vuoti si manifesta la possibilità di leggere la mancanza di qualcosa come quella «roccia scavata» da cui qualcos’altro origina, si comprende che «il perdono porta via tutto / sacrifica le cose / cammina da sé». Il tutto senza retoriche o strani paternalismi alla moda, Melania Panico lo sa quanto valgano poco questi affanni, quanto il «lusso sia rimanere delusi» e «la maestà della neve bianca [sia l’unica] …risposta».

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