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Daniele Melarancio, I racconti del Bar Boiardo

Daniele Melarancio, I racconti del Bar Boiardo

di Pietro Cagni

Un giorno Robbi scomparì dalla circolazione. Nell’anfratto del suo appartamento, nessuno venne a sapere – neanche i più intimi conoscenti – che egli rimase per giorni interi immobile dietro una colonna corinzia, di cui amava l’ombra discreta – specie nelle ore meridiane. Smagrito e accovacciato nel vecchio soggiorno di casa, divenne anche più bello, gli crebbe una folta barba grigia, le ciglia cadute per l’abbondanza delle lacrime, immerso nel fetore della sua igiene marcita. Di tanto in tanto si alzava per controllare se la porta fosse chiusa a chiave. Meditò accuratamente di accollarsi quell’esilio, abbandonare il mondo e rinunciare giudiziosamente alle facezie solite. Avrebbe lentamente, malgrado il rodaggio faticoso, assunto la forma e le fattezza di un potus, come quelli che stanno sul balcone di mamma – poche gocce d’acqua al giorno e un filo di sole, fino al compiersi della sua ora fatale.
Poi un venerdì, alle sette di sera, ebbe un moto d’orgoglio e si fiondò sotto casa, con gli occhi sbarrati e una sete formidabile. Era di nuovo al Boiardo, come se niente fosse accaduto, e biascicava…

 

…Ho camminato in su e in giù, in giù e in su. Ho calcolato in maniera perniciosa quanti passi occorrevano per andare dalla cucina al salotto. Ho disegnato curve immaginarie che lambivano gli spigoli, attraversavo le stanze come fossi un aeroplano, un degenerato malato di mente, un bambino capriccioso. Con cura ho calibrato i miei passi affinché non toccassero le linee di fuga delle mattonelle, pena la squalifica definitiva di me. Milioni di discussioni, accalorate fino a diventare bello rosso, quando sulla tazza del gabinetto mi spingevo nei dilemmi più articolati e noiosi – miracolo della transustanziazione, il perché della cattiveria…

Melarancio ha scritto un libro che non esiste. Su un bar che non c’è più. O, meglio, c’è ancora, ma è un po’ diverso. E io quel libro l’ho letto, perché Melarancio l’ha impaginato e stampato, senza isbn, con l’aiuto e l’insistenza di Elena, e una sera l’ha letto con una voce incomprensibile sommersa dagli effetti. In quel bar che non è un bar e la gente ci va per bere assai o il giusto. Per giocare al calcetto, in coppia o in quattro. Per una trasfigurazione. Qualcosa che rimetta in un vortice oscuro la vita, «l’incendio dentro inestinguibile».

Gli otto brevi racconti di Daniele Melarancio sono una sonorizzazione dei suoi disegni. E i disegni una condensazione del suo racconto. La lingua è vorticosa, lingua strabordante, “barocca” se la intendiamo bene, perché il cuore di quell’arte non era l’horror vacui ma l’amor pleni. La linea nei disegni di Melarancio è finissima e grossolana, come le sue parole attraversano inciampi di ogni tipo, ma senza inciampo. Il suono arriva prima del significato, e c’è chi crede che Melarancio scriva prima di sapere cosa stia significando, per scoprirlo solo dopo. La stanza del suo discorso è piena di impressioni e oggetti, nel suo sguardo non c’è spazio per far riposare gli occhi: ogni cosa si carica di dettagli, sulle cose si accalcano sempre nuove stranezze.

Nelle storie di Daniele Melarancio prendono vita i suoi disegni, e in quei disegni ci siamo noi anche se non vorremmo. Io è un altro. Così inopportuni, goffi e imbolsiti. Tremendi eppure teneri, bambineschi, quei bambini che a un certo punto hanno domande impossibili come perché dio ci ha mandati sulla terra? Il lutto dura per sempre? Cosa vuol dire “ciarpame”?

Catania è una città residuale, che sta scomparendo e forse è già scomparsa. Città di smarriti, di artisti: poeti, musicisti (Claudio Palumbo su tutti), attori, performer e tutti tirano a campare provando a non morirci dentro. Talvolta, delle occasioni per ascoltarsi, per parlarsi. Due o tre posti d’elezione. Uno di questi, che si è inventato Melarancio ma esiste davvero, è il Bar Boiardo. Trasfigurazione di vita sbilenca e apocalittica, luogo rivelativo, dove puoi sorridere con qualcuno al disastro che ti si apre sotto i piedi. «Era tardi pomeriggio». Basterebbe questa frase, dopo la colazione dei due protagonisti nel Prologo: «bignè al pomodoro, birra in lattina». E cos’altro, in questo mondo che si sveglia e investe tutti i “bricconi” di Melarancio: Ghirlando e Geppi Strammazzo, Senofonte Saggiaruga, il proprietario del Boiardo, Robert (Robbi, Robi) Heidegger, Turi Schinni, Gerri Malernia, Salvo Ananasso, i fratelli Arcangelo e Romuldo Bellannata, Berto Spalomma. Li seguiamo nella loro città che è un insostenibile palinsesto di segni («Poi vide la sua Geppi svoltare l’angolo, - Mia crocifissa preferita, ti aspettavo, stavo sciogliendomi nella pece»), ci muoviamo dentro un’apocalisse che non ha rivelato molto, ha scoperchiato tutto e ci ha lasciati attoniti, col sospetto che se davvero è accaduto qualcosa, qualcosa di importante, ora ci sfugge. Ci siamo persi qualcosa, qualcosa è andato storto. Manca la trama, la tessitura che tiene insieme il cosmo.

Il maestro segreto di Melarancio è James Ensor (“pittore di maschere” che non sono maschere, perché non coprono ma rivelano): ha dipinto l’entrata di Cristo a Bruxelles, ha ricalcato il “Cristo e l’adultera” di Rubens. Il suo Le terme di Ostenda potrebbe essere una pagina del Cataloghetto di Melarancio. Gli altri, ma la lista si allunga ogni volta, li ha rivelati in un’intervista: «i bambinelli di Mantegna, Ulisse Aldrovandi, Roland Topor poi Fabian Negrin, Amanda Vähämäki, Atak, e per fare il cattivone Stephane Blanquet». La folla, il carnevale, la festa, la calca dei volti. A grandi passi, nei disegni e nei racconti di Melarancio, le figure attraversano lo spazio senza più il desiderio di una impossibile ricomposizione: hanno imparato a navigare e a sorridere nel caos. Una parata festante di scarpe enormi, macchine che sono macchinine  - né fiat punto né opel corsa - nasi a patata, capelli impomatati, gambe lunghissime, abiti antichi, labbra storciute. Affiora, come in Ensor, un sottotesto religioso. Forse un retaggio culturale, un residuo, o forse una deliberata reminiscenza: «oggi non è vivibile», ho sentito dire a Melarancio una sera. Così sempre, sperduti quanto vogliamo, facciamo festa, vogliamo una bellezza, un istante pienamente umano. Nella penombra del bar Boiardo, in via Iscariota, al civico 33, ci si nasconde: «tramezzini al tonno e prezzemolo, gente in gamba, figa non tanta, ma nonostante tutto si ballava tranquilli».

Lì incontri Salvatore Marsigliese, ossia Turi Schinni, da spaccare il cuore: «era tutto un corollario di tic e spasmi facciali che non davano spazio ai convenevoli. Il suo deserto interiore, un’interminabile sequela di pesi sulla coscienza - già nel suo impianto una dimora fatiscente di spine al cuore - avevano frenato il suo propendere agli altri». All’improvviso un affondo, e lo senti dire:

Tu non lo sai, il medico una volta mi disse dopo che mi fece spogliare, lei è troppo magro signor Marsigliese. Io gli risposi, ora vuole fatto un applauso? Questa carne che mi porto addosso, che sembro una cotoletta secca secca, sono tutti nervi, brucio tutto, dottore, che le devo dire. Un tempo stavo bene, fino ai ventitré anni - un giorno ero sdraiato nel letto a castello, sopra c’era mio fratello, non lo so cos’è successo, da quel momento il mio cervello è cambiato, sono nervoso. Prendo la pensione da invalido io, ho il libretto in tasca, vuoi vedere cosa c’è scritto? C’è scritto esaurimento nervoso.

Al calcetto del bar, «i polsi di Turi erano due kalashnikov. Gli avversari, alla prima distrazione, Schinni li freddava con un repentino scatto di polso». Attorno a quel calcetto, a giocare come bimbi, si radunano giocolieri e studentesse, appassionati di swing, circensi innamorati, sconosciuti di passaggio, con sorrisi disarmati che non ce sono mai abbastanza a questo mondo. Al bar Boiardo, «sconsacrato altare di devoti chiacchieroni e naturale seno di sfaccendati», deragliano le parole:

 

I croccantini al maiale sono buoni qui, diceva il Ghirlando ogni tre minuti, mi hanno rimesso in vita, peccato che non ho nessuna gatta con cui parlare, spero di soccombere presto, l’ultimo vinello e mi spengo a casa, bastardi. Io sono morta un anno fa rispose la Geppi fumando una sigaretta all’eucalipto.

 

Melarancio ha il dono della grazia, il tratto sottile della prosa. Pure magniloquente, resta dolce e minuta nel pastiche, raggiunge sempre lieve la fine della frase. Lo sfondo bianco, affollato dei suoi «bricconi», li mette a fuoco, nitidamente:

 

La pioggia smise. Ananasso col pretesto di fumare una sigaretta sulla soglia della porta di entrata, scomparve nel giro di qualche secondo, non lasciando tracce di sé e del portafoglio agguantato con scaltrezza. Era già lontanissimo come un gabbiano migrante, agli antipodi del derubato.

Manolesta, guitto delle fogne suburbane, demone dai guizzi innati dedicati alla ruberia di alta fattura, estro diamantino votato alla scelleratezza, egli volpeggiava con l’aria da scemo, aggirando quella povertà che aveva inflitto le sue sentenze e i suoi lacci indistricabili. Svezzato in una cloaca a ritmo di sberle puntuali, sanguigne e immeritate, immeritato fu quel satana bifolco che l’aveva addestrato, mani da furetto, a sventare qualsiasi tipo di ostacolo, alla fame, al dileggio dei benestanti, alla distribuzione non ponderata del capitale.

 

Scendono in città da chissà quale paese i fratelli Arcangelo e Romuldo. Le loro figure sgraziate e inconsapevoli, assolute, arrivano al bar Boiardo perché lì certo non li pestano come negli altri, li fanno entrare, ma nessuno li degna di una chiacchiera, così restano lontani da tutti: «i due fratelli - seppur visti come piccole e imbarazzanti zecche da schivare e di cui vergognarsi -, guazzavano in quelle acque torbide con sprezzante disinvoltura, schiaffati da dopobarba, sottomarca di cipollaccio silvestre incapace a celare il timbro di pozzo nero da cui provenivano». La loro stessa presenza inopportuna, fuori luogo, è un’implorazione. Per qualche commercio finito male, pestati a sangue e fatti per bene, si sveglieranno «ai piedi di un oleandro». Ma cade infine su di loro, come una carezza insperata, uno sguardo pietoso, commosso dalla loro disperazione:

 

Uno scarafaggio, pattuglia notturna del quartiere, dal cuore cremoso come pochi, si impietosì della vicenda, e pregò che fosse fatta giustizia. Alzò gli occhi al cielo, e se ne andò, con un vistoso groppo in gola.

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