Picca, il più grande

di Pietro Cagni

Aurelio Picca, Il più grande criminale di Roma è stato amico mio, Bompiani, 2020

Quando Kurt Cobain arrivava alle feste, nei basement della periferia di Seattle, andava in giro dicendo: «siamo qui, siamo arrivati, ora fateci divertire». In queste parole c’è attesa e implorazione: che ogni promessa sia mantenuta, che l’abisso in fondo al petto venga colmato e che sia una carezza la «mano del mistero che taglia e cuce al millimetro la nostra vita», non un volto di scheletro. Un grido buttato in faccia alla nascita, al suo scandaloso chiedere tutto. L’ultimo romanzo di Aurelio Picca scaturisce ancora una volta da questa «forza estrema. Una energia, come un’ossessione di carne e muscoli». Anche noi, insieme all’autore e al suo protagonista, Alfredo Braschi, avvertiamo in qualche modo un urto terribile: il presentimento, la cupa paura che alla fine il tempo non dispieghi un compimento, e che l’inganno ci abbia abbandonati a noi stessi, cani magri tra palazzi e città fatiscenti. Cioè orfani, come Aurelio-Alfredo, che sente il corpo di suo padre nel suo («Dopo la sensazione dei ventotto anni, nei quali ho percepito che mi abitava, sono tornato a essere lui; e lui me»), indossa il suo anello di fidanzamento con diamante e porta addosso il suo pallore, i suoi occhi, muove i suoi passi.

Per questo Il più grande criminale di Roma è stato amico mio è il romanzo della fame. Che non si riesce a saziare in nessun modo, che affama fino a piegare lo stomaco, che ha molti nomi e nessun approdo, per duecento pagine. È benzina, e non la si scambierebbe con niente al mondo perché è fame che fa muovere, che accende gli occhi. I nostri e quelli di Alfredo, nel dolore per una figlia perduta, nella sofferenza cieca e lunga una vita e che gli ha tolto il sonno e la pace, e nei rimorsi della propria giovinezza spesa senza troppe domande al servizio di Laudovino De Sanctis, detto Lallo lo Zoppo, alle cui piccole esigenze pratiche rispondeva con orgogliosa efficienza, fino alla di lui incarcerazione («Eravamo ancora ragazzi. Io avevo ventiquattro anni, ma era come se ne avessi vissuti cento»).

Nella storia di Alfredo Braschi Picca dà forma a un impulso più duro del cemento crepato di Roma, che lo obbliga a muoversi, a non stare fermo, a non soccombere all’abisso oscuro che lo corteggia a ogni passo. Così Picca, confondendosi con il suo protagonista e distinguendosi da lui, lancia la sua sfida alla vita, alla promessa che ogni nascita porta con sé. Questa lotta, per Alfredo Braschi, fino alla fine del romanzo ha la sagoma della vendetta, di uno sparo in fronte a cui intende votare ogni energia rimasta, ogni brandello di pulsione vitale, stornandolo adesso dal sesso in cui sempre ha cercato di esaurirsi. Il fantasma dell’uomo che deve uccidere diventa il principio attorno a cui intessere le proprie sbandate memorie, divagando, cioè cogliendo nessi, indicazioni, a volte straparlando, fuori dai binari. L’arma che Alfredo custodisce e che per tutto il romanzo accarezza fino a sentirla parte di sé («ormai fa parte del mio corpo. Se non l’avessi con me mi mancherebbe un braccio. Anzi sarei privo del sesso») è la pistola che nel macello di famiglia usavano per abbattere i tori: quest’arma assurda, che piacerebbe al fratello americano di Picca, Cormac McCarthy, è una promessa di compimento, di ritorno nel seno della propria origine, di un’ultima riconciliazione con il fondo oscuro da cui, senza averlo chiesto, Alfredo proviene. Accadrà così, infatti, alla fine del romanzo, ma per incredibile e inspiegata sottrazione, sussulto luminoso, incrinatura.

Il romanzo della fame: è lo scatto famelico che spinge a salire in macchina e schiacciare ad occhi chiusi l’acceleratore. Non è un caso se il catalogo delle navi nel racconto di Picca è una sfilata di Fiat rubate e di veri e propri bolidi, e se il primo atto dell’amicizia (parola misteriosa, vicina all’amore, che Picca si impegna a mantenere intatta, senza facili spiegazioni) tra il giovane protagonista e Lallo lo zoppo avviene nel segno di una Ferrari Daytona viola. Perché questa superba sfilata di automobili? Perché permettono di attraversare ciò che non è crollato, e che non crollerà: i laghi, i colli e le autostrade restano, sono gli stessi che attraversava il nonno-patriarca. È così, a pensarci, non solo a Roma: anche a Gerusalemme, oggi le sponde del lago di Tiberiade sono quelle della Resurrezione raccontata nei vangeli. Davvero questo romanzo «ha Cristo sepolto in petto», cioè nel suo fondale. Lo sguardo capace di radunare i tempi, di concepirli in una misteriosa sincope di prefigurazioni e compimenti, che sfonda l’attimo e le presenze che lo abitano, rendendole eternamente presenti («Allora ho scoperto una cosa di me che non conoscevo. Fin da bambino mi baciavo inconsapevolmente le mani. Sul letto, pensando a lui, ho capito che io non ho mai baciato le mie mani bensì le sue. Per tutta la vita ho baciato le mani a mio padre mai conosciuto» così come nel ricordo che Alfredo trattiene sin da bambino, quando ha visto Erminia, la ragazza che aiutava nelle faccende di casa, allattare il suo bambino: «Anche adesso amo quella madonna. La Madonna Vergine»). In questo modo le figure perdute continuano a generare accadimenti, muovono la narrazione, danno senso e direzione alla vicenda. Alfredo, aggirandosi nella sua Roma come può, senza più riconoscere i luoghi e barcollando con la ninna nanna di sua figlia che gli esplode in testa, continua un rapporto vivo e carnale con i suoi fantasmi. Non c’è passato o futuro, tutto si muove in un presente sfondato che attraversa i fatti di cronaca, gli amori, le donne e tutti i loro aborti, a volte richiesti, i rapimenti e le uccisioni della banda di “scopini” e di cui Alfredo non sapeva niente, perché Lallo lo teneva all’oscuro e così lo proteggeva. Ma quei piccoli lavoretti, si accorge adesso, lo hanno reso colpevole, complice. Alfredo deve guardare tutto questo, fino a riconoscersi: «Io sono l’assassino feroce, non Laudovino De Sanctis». Non basta ancora, dovrà finalmente mettere le mani sull’uomo che cerca, precipitare con lui e avere l’impressione di toccare nel fondo del lago «muscoli, nervi e ossa di animali e uomini ammazzati», in una ricapitolazione ultima e definitiva della sua esistenza. Il corpo a corpo della storia e della scrittura, che è il medesimo per via dell’incessante rifrazione di Aurelio in Alfredo e ritorno, era stato esplicito sin dalle prime pagine: «uccidere o morire». E bisogna che Alfredo compia fino in fondo il proprio descensus, quello dei tre giorni che seguono la Passione (e che per lui è stato ben più lungo di quello “originale”, lungo una vita) perché si prepari la luce, la liberazione che gli fiorirà in petto, aperta, luminosa, inaugurata da una bimba che ride a crepapelle. I suoi pensieri, diventati «bianchi» e poi «bianchissimi», possono chiudere un lungo tragitto, e riposare. Senza spiegazioni, la presenza di suo padre si compie, in unione misteriosa: «Mi alzai in piedi. Non so dire perché frugai nelle tasche. In una trovai un anello d’oro».

Io non so perché ho scritto queste righe sconclusionate. Le trovo sbagliate per il tono (che confonde) e contenuto (che nulla aggiunge). Forse volevo soltanto legare in qualche modo il mio nome a questo romanzo. Spero di scrivere anch’io un libro che sia un grido di battaglia come ha fatto Aurelio Picca, nostro miglior fabbro.

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