“Zingonia e gli incontri nel deserto”

Come si può naufragare nel deserto? Come è possibile perdersi, affogare, nel luogo per eccellenza senza acqua? “I naufragi del deserto” (Edizioni della Meridiana, 2015) di Zingonia Zingone è un viaggio in versi che percorre e tocca l’esistenza umana fatta di desiderio e sete. Lo scrittore Antoine de Saint-Exupéry fa dire al suo Piccolo Principe che la bellezza del deserto sta nel suo nascondere un pozzo da qualche parte. Un pozzo: miracolo d’acqua da cercare mentre si cammina, meta per le labbra, luogo magico dove poter abbeverarsi. A questo tendono i tre personaggiprincipali del libro: il principe Khalil; “la bella giovane/ dalla pelle bianca e gli occhi neri”, Soraya; Bâsim, il bambino figlio di un padre lontano.Accumunati dalla mancanza che prosciuga la gola, dall’urgenza della loro sete. A ogni personaggio è dedicata una sezione della raccolta, ognuna introdotta dai versi mistici dell’antico poeta Omar Khayyam: “L’oracolo della rosa”, “Le campane della memoria”, “Fiume nascosto”.

Il primo personaggio che si incontra è Khalil: un principe che “non è un principe”, un re oppresso dal suo stesso trionfo, un Sisifo, “un mendicante” con la corona di spine, “un vampiro/ che mendica amore”, “un uomo del deserto”. Khalil è un uomo innamorato delle rose, attratto dai loro “boccioli sorridenti che danzano/ a un ritmo dischiuso e verginale”; le sfiora con premura, con la punta delle dita, “le accarezza dolcemente” e le sfoglia “con furia spettinata”. I suoi occhi si fanno attenti quando guarda il fiore: “ama la rosa e conosce il suo aroma. / Con minuzia percorre il suo sinuoso contorno”. È amante appassionato: “Gioca con la corolla, attraversa il monte, / morde il frutto spaccato, il fico i coralli. / Bagna il volto nelle onde, affonda/ la sua carne nella carne” ma la sua è un’“urgenza mendicante”. Sa riconoscere il profumo delle rose ma non ne conosce la vera essenza, il loro mistero. Il suo deserto è la nostalgia e la solitudine da cui cerca di fuggire tramite il desiderio e l’amore. È un uomo oppresso da se stesso che “annota/ le sue inquietudini” in posizione di loto; un uomo che si interroga senza sapersi dare risposte, riconoscendo di non sapere (“Adamo non sapeva. Khalil non sa”) e tornando in questo modo un bambino privo di parole e verità, “muto e indifeso”, che può solo cercare nell’“abbraccio caldo/ di una madre” la sua salvezza.Il suo cercare approdo è una battaglia contro il suo stesso essere (“si aggiusta la corazza ed esce a lottare/ contro se stesso”; “si affida alla sua armatura, impugna/ la scimitarra e fustiga con rabbia/ il fantasma dell’essere”) che non può risolversi in vittoria (“la sua corazza diviene velo, la sua scimitarra, / un grido spietato”). La solitudine ancora una volta ha la meglio e Khalil non può fare altro che abbracciare la ragazza e affondare “la disperazione/ nella morbidezza di quel seno”. Khalil cerca una finestra, una luce, un albore e lo dice allo spettro che lo trattiene e non lo lascia andare; il desiderio rinasce in lui e “la luce si fa donna, / placa l’aria e i suoi echi. / Meraviglia e biancore.”, Khalil “segue lo sfavillo della lucciola/ l’ipnotico richiamo, / l’urlo di un angolo remoto del cielo.”. Così può avvenire “la riconciliazione dell’universo”, così Khalil può dirsi vivo e rinunciare al trono senza dolore, così può amare e nutrire la rosa bianca.

I naufragi proseguono nel personaggio di Soraya che ha perso l’infanzia “in un angolo della notte”, “in un inverno senza pioggia”, per la violenza subita da suo padre quando era solo una bambina che non riusciva ad urlare (“affiorano volti/ mostruosi d’uomo, / rubano il grido d’orrore/ tappano la piccola bocca”). Soraya si sente sporcata da quella casa che doveva accoglierla come figlia ma che si è trasformata in una tomba (“il suo corpo fino porta/ il peso di una infanzia/ sporcata dal destino. / La casa è la sua tomba, / il mormorio della gente, la sua morte”). Anche Soraya, come Khalil, cerca di fuggire da se stessa: “Soraya danza sul palco/ per fuggire da se stessa/ e strappare i chiodi piantati/ nella carne dei ricordi”. La violenza subita da bambina trasforma Soraya in una donna che vende il suo corpo agli uomini, “compra/ allegria. Vende allegria, compra/ oblio. Si libera dal presente/ inchiodandosi alla croce della lussuria, / martire del piacere e della vertigine”. Poi a salvarla dal deserto arriva la voce e la domanda di un uomo: – Chi sei? -. Quell’uomo è cieco ma è il primo a vederla senza guardarla, tanto che Soraya “si aggiusta la gonna, passa/ la mano tra la furia dei capelli”. La vede tanto che le “cola il rimmel/ sulla guancia, muta ritorna/ la luce dell’infanzia/ nel suo angolo buio”. Soraya si racconta e si condanna di fronte a quell’uomo “vecchio” che “non la guarda in volto/ perso nella nostalgia ridente del cielo”. Il deserto si fa ascesa nello sguardo cieco che salva mentre “lei segue il battito ipnotico/ delle sue palpebre” e il suono delle campane riempie il cielo.

Il terzo personaggio di questa raccolta poetica abita l’ultima sezione del libro, “Fiume nascosto” e si chiama Bâsim. È un bambino come Telemaco, con il padre assente, lontano. Sua madre è una Penelope che ripete nei giorni il gesto della tessitura e “il bambino osserva/ il filo passare da destra a sinistra, / da sopra a sotto; / sciogliendo un punto, formandone un altro, / trasformando il filo in pezzo e il pezzo/ in mappa dell’avvenire.” Vede sua madre aspettare un uomo che non torna, credere ancora nell’amore e nel ricordo. Bâsim è amuleto, materia di quella attesa che non sa dire (“Bâsim non chiede/ dov’è mio papà.”) e intanto salta la corda, gioca a campana. Si riscopre “fiume irredento del desiderio” mentre piange e le sue lacrime vengono inghiottite dalle “onde del vuoto”. Allontanandosi da quella madre Penelope “in apnea”, dagli “occhi umidi”, Bâsim ritrova se stesso, “sul suo volto/ splende il sorriso del futuro”; è lui a riuscire a disfare quella lunga tela, a ricondurre alla libertà “la farfalla prigioniera nel deserto”.

Si può naufragare nel deserto, ci avverte Zingonia Zingone con questa sua bella e intensa raccolta poetica: l’assenza può farsi presenza, rinascita; la morte può farsi vita. Allo stesso modo, i gambi spinati delle rose si fanno corona dorata, sulla copertina del libro, a dimostrare che la bellezza può nascere anche dal dolore, vincerlo.

Giulia Bravi

Poesie Scelte:

Da “L’oracolo della rosa

Il principe Khalil

percorre i sentieri della notte.

Cerca negli occhi tiepidi

un rifugio, un abbraccio furtivo.

Boccioli sorridenti che danzano

a un ritmo dischiuso e verginale.

L’inizio della vita e i suoi tormenti

e il desiderio di gioia

che stordisce il tempo.

Il principe ama le rose

e le accarezza dolcemente.

Ama la rosa e la sfoglia

con furia spettinata,

nel suo petto la cadenza di un’altra età;

eterno principe nelle tenebre.

La rosa fiorisce

nell’incandescenza e salino sfiorare

delle ombre

inaugura il tremito profondo e femminile;

la gatta graffia

e si accomoda per essere:

il silenzio dove affonda

il ruggito del sovrano.

Khalil non strappa l’ultimo petalo,

custode dello spirito

copre il germoglio e si allontana.

Guarda negli occhi cristallini dell’alba

e la rosa non è una rosa, lui non è un principe

e l’abbraccio fu soltanto e non è più, ora.

 

 

Da “Le campane della memoria

 

«Vuoi una storia, bimba bella?

Ne ho molte da raccontare…»

La voce del padre si avvicina

nel crepuscolo vespertino;

la branda tremante,

l’aria impregnata del fumo di un agnello

sul focolare in cucina,

l’orrore di un silenzio complice

e Soraya trattenuta in un respiro.

«Dimmi tu, di quale vuoi?»

La risata tra i denti, i denti

tra le cosce; il forare del ribrezzo

nella fessura che conduce all’anima.

Il selvaggio inchioda

la sua lingua di schiuma e tabacco

nella gola dell’angelo,

impedisce il suo pianto l’urlo

del terrore. Un salto brusco,

un grugnito tetro:

crosta che nasconde morte in vita

ferita sanguinante.

«Così fu. La bella giovane

dalla pelle bianca e gli occhi neri,

soddisfò gli sfizi del re…»

Intorno si sente l’orrore

il silenzio complice.

 

 

Da “Fiume nascosto

 

Lei non disfa la lunga tela

che giorno dopo giorno tesse in silenzio.

Crede ancora nell’amore.

Nell’impeto del cuore

che al fiorire si chiama Bâsim.

Lei aspetta nell’ombra.

Il bimbo ride e insegue il frullo leggero

dei suoi pensieri, farfalla delirante

sopra i cactus del giardino.

Un uomo brucia nel ricordo di sua madre.

Il bimbo salta, segue il volo

fino ad arrendersi alle fiamme

che rigenerano il mondo.

Lei bacia la chioma crespa di Bâsim,

amuleto contro il mal consiglio.

Crede nell’amore e nel ricordo

splende vivo un uomo. Lei carezza

suo figlio e riprende tra le mani

d’ombra la tela dell’attesa.

 

 

 

 

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