A proposito del XIV quaderno italiano di poesia contemporanea di Marcos y Marcos

di Davide Rondoni

Del cospicuo lavoro del Quaderno dell'editore milanese Marcos y Marcos che tocca la quattordicesima tappa – quaderno ove fui mai incluso (e vedendo la pletora di nomi mi par chiara, semmai ce ne fosse bisogno, la natura outsider della mia poesiaccia) – ci si può giovare per aver una idea dei poeti oggi considerati più rappresentativi da una buona pattuglia di lettori, dal curatore alacre Buffoni ai suoi co-curatori Pusterla e Gezzi, fino ai prefatori insigni, da Cucchi a Fiori a Bertoni che firmano le singole note introduttive.

Quando escono tali lavori, al di là dell'inutile chiacchiericcio o piccoli falò delle vanità, occorre guardare e farsi un'idea. E se pur in prefazione la cosa vien fatta figurare come una sorta di estenuante esito di un lungo concorso (da duecento arrivare a sette selezionati), direi che le sorprese sono poche. Il che non significa una valutazione di qualità. Ma che queste sette voci già s'eran segnalate come notabili, pur entro un panorama vasto, ricco e generoso di voci interessanti, come lo è la poesia italiana, ben lungi da poter esser rappresentata in antologie, per virtù di storia e di temperamento.

Delle presenze che onorano il volume con un buon numero di poesie (in parte edite in parte no, e questo è un merito, dare una prova non striminzita) alcune certo più di altre ma tutte ci paiono buone scommesse anzi più che scommesse. Se da un lato, infatti, ottengono una specie di sortilegio la riflessione di Cardelli, impegnato in una ricostruzione del rapporto con il reale, del desiderio e del presentarsi, come un bambino adulto che apre gli occhi in questa epoca post-tutto, dall'altro colpiscono in pieno la scrittura quasi "feroce", come dice Cucchi, e soprattutto l'urgenza di figlio della poesia creaturale di Andrea Donaera, nutrita sì di tanta letteratura ma anche capace di bruciarne tanta, movimentata com'è da una sconvenienza, da una inchiesta insopprimibile, sia nelle poesie di casa che d'amore che di strada. È uno tra i pochi di questi pur tutti bravi poeti in cui non abbiamo sentito "il tavolo" sotto la scrittura, come dire quell'aria che dalla pagina ci avverte: "ehi, ecco stai leggendo una poesia, una bella prova di scrittura". Via, spazzato via, naturalmente per via d'arte e consapevolezza, quel messaggio, quel segnale. Invece i versi, "in regola" (sic!) come dice Gezzi, della Gallo cercano, disegnando una corsa, la possibilità di una specie di salvezza nella sparizione, dinanzi all'insopportabile peso degli eventi, delle cose. Un tentativo di non abitare l'istante, cercando gli infraspazi delle parole, dei movimenti della corsa. Un aldilà già desiderato nell'aldiqua, situazione pericolosissima che l'autrice rende con misura e tremito. Raimondo Iemma traccia una sua perlustrazione del vitale e dell'assurdo, e anche del grottesco, nei microracconti delle sue poesie, apparentemente semplici ma dai molti doppi, tripli, quadrupli fondi. Un effetto da "cronista" del rovescio dell'arazzo, sia che si tratti dell'ospedale, del quartiere, del concerto... La brava Maddalena Lotter ci continua a persuadere per una intensità di sguardo e di sentire che sa diventare, come nota anche Villalta introducendola, versi con uno "scatto", con un ictus di senso, di rivelazione che sono indispensabili alla autentica poesia. Una voce violenta e dolce, che indaga tra fantasmi, insonnie, convegni familiari e cavalli azzurri della memoria, e mette a fuoco una riscoperta della creazione come centro, come interiore forza generativa (prova della vita adulta) ora che si è abbandonata, per età e distacchi e rielaborazioni, quella offerta dai "cieli" dell'infanzia. I "frantumi" di Steffan, forti in dialetto e non sempre ben resi nella traduzione italiana, se da un lato rovesciano lo statuto del dialetto – come avviene anche nel milanese di Davide Romagnoli – in una lingua che non registra la forza nascente del dicibile, ma lo sperpero delle parole, il loro mischiarsi al fradicio del mondo e del paesaggio, dall'altro lo usano come lente di ingrandimento disvelante di una realtà, la sua terra, che diviene particolarissima e però emblematica. E lo sguardo è spietato, fissa pantani, viscidumi di terre e di anime. E il medesimo sguardo si allarga, appeso alle citazioni di Isaia, di Eliot e di Petrarca, a una sorta di giudizio epocale che pare non salvare nulla. Se non che, assumendo la prospettiva di un acuto motto petrarchesco ("una cosa, infatti, è sapere, e un'altra è amare") lo sguardo coglie pure la energia di una volontà residua di bene, nel lercio del male. La terra desolata, guasta, è arrivata in provincia di Treviso, in zona Castello Roganzuolo.

Conclude il libro una corposa sezione del "romanzo familiare" di Giovanna Vivinetto, presentata malauguratamente ancora una volta come un "caso" da Bertoni come già dai suoi editori. Mentre non ci sta nessun "caso", a meno che non si "personaggizzi" la poesia, o peggio, il poeta cosa che mai giova all'arte della parola. Del resto, si offre nelle poesie la classica deflagrazione in un cerchio familiare, il dramma di un padre al mutar del figlio che scrive di sua madre "così mi diede i suoi vestiti, / le sue scarpe, i suoi rossetti" e "si perpetuò in me". Dunque caso di un consueto e oscuro dramma educativo e familiare, e di una difficoltà di riconoscimento reciproco, tema infinito della letteratura. Che in Vivinetto si offre in una buona poesia di tono narrativo, piano e intenso, con talune accensioni liriche e una tenacia tematica tra ossessione e necessità. Una poesia-romanzo che è una flessione diversa di una tendenza segnalata anche da varie presenze nel quaderno di prosette e lacerti narrativi. Quasi una diffidenza verso la sintesi lirica, o forse una incapacità – un affidamento, tranne in certe voci, come Lotter Donaera e Steffan, alla onda più rassicurante e meno esposta della "scrittura" alla sua saggia filatura, e alle sue linfe culturali spesso robuste, invece che allo scarto visionario, alla risonanza ritmica, all'azzardo nella tessitura.

Sette voci che dunque meritano di essere considerate e seguite.
Sette voci diverse, in vario modo circolanti intorno a un grande tema attuale: il dramma, declinato in modi personali, di appartenenza/abbandono, lama che traversa la nostra cultura e civiltà da secoli. Da quando la nascita, come diceva Pasolini e più acutamente Testori, non è più sentita e vissuta come una benedizione.

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