Volto di Poesia

Incontrai Giulia alcuni anni fa ad un premio di poesia e nel vederla rimasi colpito dalla sua leggerezza. Una ragazzina minuta, semplice, con un sorriso dolce da adolescente. La ritrovai negli anni successivi, in altri concorsi, sempre vincitrice, sempre ad occupare i primi posti, pronta, precisa, attenta, presente in ogni occasione purché ci fosse la poesia a parlare. Quello che subito balzava agli occhi era il suo grande amore, la sua passione per la poesia, tutta la poesia, senza eccezioni, tanto da andare oltre alle sue conoscenze scolastiche. Ebbi la fortuna di poter leggere i suoi primi testi e rimasi colpito dalle sue conoscenze, dal significato che investiva nelle parole. Ed ora la sua opera prima, Cuore quarantena, CartaCanta editore.

Il senso di questo lavoro, è già nelle parole della stessa Giulia: «Questo libro è la mia voce prestata a storie che non possono morire, a uomini che chiedono di poter essere ascoltati. Mi hanno chiesto la parola e io gliel’ho data. Sono loro questi versi».

In fondo, forse, il senso del fare poesia è tutto qui: dare voce ai morti. Essi parlano, si muovono, raccontano, segnano le loro storie, arrivano dalle ombre, dall’oltre, come una nuova antologia di Spoon River. Parlano, sì. Sarebbero rimasti chiusi là, nelle loro stanze dell’Archivio Storico del Banco di Napoli. Sarebbero rimasti inascoltati, fermi, morti per sempre, se non ci fosse stata la mano di Giulia ad aprire la loro voce e ad ascoltarli. La poesia allora è un mettersi in ascolto, un ascoltare quelle voci, come nella splendida metafora usata da Fabio Pusterla nell’episodio in cui il protagonista del Viaggio al centro della terra si smarrisce in uno dei vicoli bui, ma di lì ascolta i suoi compagni, anche loro perduti in altri vicoli bui. La poesia è soprattutto questo. Voci che vengono dal profondo e che il poeta deve saper ascoltare e tradurre – “Adesso tu / devi tradurre”, scrive Milo De Angelis in Quell’andarsene nel buio dei cortili – ascoltare, tradurre e lavorare sulle parole. E Giulia Bravi ci riesce benissimo, senza strappi, con la leggerezza che vuole la poesia. Non ha importanza sapere che i testi sono nati come risposta al concorso de “Il Banco dei Poeti”, concorso in cui Giulia risultava vincitrice, non ha importanza conoscere l’occasione che ha dato inizio al suo comporre, ciò che conta è sapere quanto studio, quanto lavoro ci sia stato prima che il testo giungesse alla sua forma definitiva. Un lavoro di documentazione, perché in questo caso le parole non si inventano ma sono tracce ben visibili di storie vere, vissute, conservate.

Sono cinque sezioni, raccolte e cucite da un filo invisibile. Ogni sezione è costituita da sei testi, testi che non si possono separare, ma vanno letti nel loro insieme: il primo, i protagonisti di «un amore sempre imperfetto», dove risalta l’ Ecce Homo, il dramma, la tragedia della colpa e del sangue versato per un amore vissuto nella sua forma estrema; il secondo La luce della festa, un altro canto d’amore, come lo fu lo sguardo di Dino Campana nel finale di La notte nei Canti Orfici, quando il poeta si trova in «un’ansia del segreto delle stelle, tutta un chinarsi sull’abisso», e Giulia «La vertigine che sei / toccare l’abisso, il mistero / del tuo essere al mondo». La terza sezione, Il prezzo del mare, in cui lo schiavo Mustafa, venduto per pochi ducati, a chiedere “acqua”, dove «nessuno sentiva» o «sentivano tutti», che sopravvive solo per sua madre e che solo per lei accetta «la maledizione di essere un uomo». Poi la peste nella quarta sezione, Cuore Quarantena, la terribile peste che colpì Napoli nel 1656, come castigo ma anche come canto d’amore, perché «Amare forse è questo / chiedere salvezza / e non poterla avere». E infine l’ultima sezione Gli Incurabili, dove sono gettati i corpi, i dannati, gli ammalati, i “diversi”, dove vive Ursola che una volta era bambina e che ancora vuole cogliere rose, le rose con le sue spine che lasciano solo tracce di sangue, le sue unghie così tagliate cortissime per non ferirsi.

Si assiste, procedendo lungo la lettura, a un climax ascendente che ne accentua i toni, fino alla visione finale, l’Ospedale degli Incurabili, dove sono ammassati gli ammalati, ciascuno con le sue storie, i suoi drammi. Ma c’è un filo conduttore che li unisce, è il filo d’amore che li salva tutti, come nella bella immagine di copertina: il volto di una giovane donna, con piume attorno ai capelli, una specie di divinità, che bacia un giovane dormiente. Forse in quel bacio, come in una antica favola, c’è il risveglio. Il dormiente si sveglierà perché sarà la poesia stessa ad accompagnarci in questo viaggio. Ce lo svela la stessa Giulia: «Io penso che sia la poesia quella donna… che baciando dà la vita. Quello che ho cercato di fare con questo libro. Mi rivedo molto in quella donna. Tanti mi hanno chiesto se fosse un ritratto».

Sì, è un ritratto, perché per Giulia Bravi la poesia è tutto, si china e dà la vita.

 

 

Sogliano al Rubicone, 11 marzo 2017

Bruno Bartoletti

 

 

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