Vivian Lamarque, “Il signore d’oro”, Crocetti

di Edoardo Sant’Elia

Uno sfalsamento continuo di piani, un tentativo goffo e sincero di cambiare posizione, fisicamente e spiritualmente, di mutare pur rimanendo immobili, di raggiungere comunque l’altro, a tutti i costi, con tutta l’anima. Riappare dopo 34 anni Il signore d’oro, di Vivian Lamarque, storia in versi di un amore irrisolto, un amore impossibile, quello che una paziente prova per il suo psicanalista.

Una vicenda autentica e banale, inevitabile se non addirittura auspicabile nella logica del rapporto paziente-analista, una vicenda che trova il suo compimento in poesia. È su questo terreno, infatti, che la fantasia della paziente può sbrigliarsi senza freni, può galoppare ovunque, libera di immaginare ogni situazione, di creare ogni circostanza, nei più piccoli dettagli. E tuttavia senza farsi illusioni: “Era un signore bello e meraviglioso. / Vicino a lui non si poteva stare sempre sempre, bensì mai. / Lui, il Lontano, viveva dispettoso con la sua famiglia, in un altro luogo”. E dall’orlo di questa lontananza la paziente tesse la sua trama, con inaudita pazienza, con puntigliosa caparbietà: “Ad ogni inizio di notte gli inviava pensieri, adeguati all’ora del silenzio e dei baci. / E gli adeguati pensieri, di tetto in tetto scivolando, a lui quasi preso dal sonno giungevano, appena appena in tempo, quasi in ritardo”. Gli aneliti onirici si sommano ai dettagli concreti: il signore abita in una stanza sotto il livello stradale, possiede una stufetta e “…una piccola finestrina dai vetri colorati (come quella delle chiese). La notte di Natale, a mezzanotte in punto, il signore la spalancava, entravano i rintocchi delle campane”. Le attese patetiche divengono propositi a tempo: “Chi aspettava? / Aspettava l’attesa di un signore. / Aspettava l’attesa? / Si, prima devono compiersi le attese dei signori, in seguito sulle stradine arriveranno i signori in persona”.

Di verso in verso si dipana, controluce, ambigua, la figura del signore, colui che possiede le chiavi dell’inconscio e malgrado ciò non si decide ad usarle perché dev’essere lei, la paziente, a fare il primo passo e poi il secondo e poi tutti gli altri, una sequela ininterrotta di movimenti, di atteggiamenti, di ripensamenti che non spengono il desiderio, anzi non fanno che alimentarlo. I viaggi interiori in tutte le direzioni divengono allora la regola, placano l’ansia ma solo temporaneamente perché la meta ultima resta sempre troppo distante, sempre un passo oltre. Soave e professionale, il signore mai si concede, non è questo il suo ruolo, la sua funzione: egli dirige un’orchestra in cui gli strumentisti hanno l’onere e l’obbligo di intuire i suoi suggerimenti, di farli propri attraverso un continuo processo di assimilazione, benedetto, di tanto in tanto, da alcuni bagliori, annunci di una enigmatica visione ultima perché, lungi da loro, “…in una casa assolata, pigro e paziente, aspettando di essere trovato, in un angolino, il signore d’oro luccicava”.

Il desiderio non esclude l’ironia, come si vede. Gioca su vari, sapienti registri la Lamarque, mimando un linguaggio infantile, fino ai limiti del balbettio, oppure descrivendo con allucinata precisione; a volte incorpora maternamente la figura del signore, “un signore d’oro fino, zecchino”, a volte lo inquadra senza remore: “Era il meno innamorato di tutti i signori del mondo”. Un rapporto irrisolto e infinito che inevitabilmente nell’ultima poesia, quella che riassume in pochi versi il loro primo incontro, si chiude con un punto interrogativo: “La signora suonò alla porta e il signore aprì. / E dopo?”.

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