Vittorio Macioce, “Dice Angelica” – La recensione

di Davide Toffoli

Vittorio Macioce, Dice Angelica, Salani, 2021

Un romanzo d’esordio, in delicato equilibrio tra favola e leggenda, che non si limita a recuperare il profondo passato, i tempi antichi e le radici, ma si spinge a immaginare un futuro possibile, che sappia fare tesoro di tutti i racconti ascoltati, attraversando un labirintico intreccio di storie di eterne quotidianità. C’è l’energia ironica e creativa delle grandi voci della narrativa, ci sono l’attenzione e la cura per i dettagli, mai marginali e sempre determinanti, il rispetto per il potere sotterraneo e costante del mondo della magia.

Una storia che ne catalizza mille altre e che regala, per la prima volta, un punto di vista sin qui dimenticato, quello di Angelica, che si racconta per frammenti, per guizzi, per piccoli specchi e per grandi emozioni. La sua vicenda ha matrici lontane, nella Bibbia, nelle storie di Luciano di Samosata o di Ovidio, parla la lingua raffinata e creativa di Ariosto e di Boiardo, si accorda armonicamente nel racconto e ne svela i risvolti più evidentemente pop, ne suggerisce il divenire in “una giostra di palcoscenici che ruotano”. Uno spin off in piena regola, insomma, con Angelica nel ruolo di suggestiva protagonista.

Molto, proprio nel solco della tradizione ariostesca, viene lasciato in sospeso e incantato ci abbandona all’ansia di sapere come andrà a finire; molto però disvela e lascia trasparire, come le contaminazioni dei Pupi Siciliani o degli Spaghetti Western di Sergio Leone. Magico, fantastico e reale si intrecciano in maniera stretta e armonica: dietro le storie di Orlando (campione indiscusso della Cristianità, ma innegabilmente brutto e pesantemente strabico) e di tutto ciò che si muove attorno a lui si cela “un generatore magico di storie”.

Quella di Vittorio Macioce è una scommessa riuscitissima, che trasuda amore profondo per il fantastico come specchio privilegiato del reale. Un’operazione che recupera gli archetipi, modella simboli, pennella sguardi e costituisce una vera e propria spina dorsale del mondo. Dice Angelica è un romanzo che riesce a dare voce all’oggetto stesso del desiderio, tramutandolo in personaggio reale, fatto di carne e di sogni. Angelica si racconta, asseconda le proprie incertezze, le proprie paure. È il sommo prototipo di chi sta ancora cercando la propria strada. È anch’essa, a suo modo, “cavaliere errante”: insegue l’invisibile e riprende, quando possibile, i fili spezzati. Ha il fascino irresistibile e misterioso di un antico mazzo di tarocchi. Si racconta, come detto, per frammenti e per immagini.

Macioce, con leggerezza e incisività (che non stupiscono di certo chi ne ha da sempre apprezzato lo stile ampiamente letterario degli articoli), confeziona pagine intense e calibrate, tesse la sua inesorabile tela, offrendo più di un tributo al Calvino della Trilogia degli Antenati; professandosi innamoratissimo di Ariosto; rammentandoci il Buzzati più ispirato, quello dei racconti come il Colombre o di Romanzo a fumetti, o addirittura il Fenoglio di Una questione privata. Inserisce, tra i tanti frammenti narrativi, delle canzoni, che potrebbero farci tornare in mente il Tolkien de Il Signore degli anelli, restando nel campo degli autori e delle opere che tanto devono all’Ariosto e al suo genere narrativo. Uno spiazzante elenco di Canzoni di Angelica permette di comprendere sin dove si sia spinta l’eco di questo personaggio (non ci stupisca trovare in elenco Lou Reed e Mark Knofler, Fabrizio De André e Franco Battiato, Franco Califano, l’Ivano Fossati dello splendido Lindbergh o Edoardo Inglese).

L’espediente più riuscito è senza dubbio la doppia linea narrativa, con capitoli che alternano la voce di Angelica a quella del narratore. L’effetto è quello che si può condensare nell’immagine della doppia scala che scende e che sale nel pozzo di San Patrizio di Orvieto: permette di procedere nel racconto senza mai restare impantanati nel pur evidente traffico di informazioni e di sollecitazioni. Luigi Mascheroni, proprio a tal proposito, tira efficacemente in ballo l’immagine dell’intreccio delle spirali del Dna. “Una ragnatela di sogni e una trama di incanti”. “Non ci sono buoni o cattivi, non ci sono prediche e sermoni, ogni personaggio segue le proprie ossessioni, quasi sempre vane, e si ritrova a fare i conti con l’inatteso”.

Conoscevamo e apprezzavamo già Vittorio Macioce come raffinata firma del giornalismo culturale italiano; lo scopriamo adesso anche come romanziere di pregio. La sua storia ha il potere di creare dipendenza come un videogioco ben costruito, richiama le atmosfere avventurose del Capitano Achab, le ambientazioni magiche della saga di Harry Potter, le suggestioni epiche dei duelli interstellari tra gli Jedi di Star Wars. Si attesta quindi, senza sfigurare, perfettamente nel solco della tradizione ariostesca.

Le parole di Angelica, da subito, reclamano attenzione e regalano suggestione: “Sono in questa piazza che ha per ombelico un pozzo, le mura di pietra di una locanda alle spalle e davanti un teatro improvvisato senza quinte e senza sipario. Il paese potrebbe chiamarsi Roncisvalle. È il luogo dove inizia il cammino di Santiago. Attira viandanti e peccatori, con il passo degli affamati e i sorrisi della festa. Ci sono anche io, pellegrina tra i pellegrini”. Pirandellianamente non si riconosce nelle storie che parlano di lei. Ma potremmo essere in ogni luogo, in ogni nascosto angolo di mondo. Avalon, la corte di Carlo Magno o, perché no, quel crocevia di Storie che è la Val di Comino da cui l’ossessione dell’autore nasce, nella magia di ogni fine agosto. Conosciamo semmai con certezza, o meglio lo riconosciamo, il luogo del sestello, dello scontro definitivo: l’isola di Lipadusa, che “è ancora lì, frontiera di pace nel mare di mezzo” e ci ricorda il presente.

Angelica, sicuramente più terrestre e umana, ma col suo fascino perfettamente intatto, continuerà a fuggire, si ostinerà a nascondersi da chi la vuole raccontare. Continuerà ad andare, per sempre, da qualche parte. In perpetuo cercarsi e divenire. Vittorio Macioce, salvato da quel frammento di spirito di Astolfo che ancora gli sopravvive dentro, non poteva però presentarcela meglio di così, proprio in “quel perdersi bello / nel nulla del passo”.

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