Veronica Tinnirello

Credo che la forza della poesia di Veronica Tinnirello sia di natura epica.
Intendo che sotto la fitta trama delle metafore, spesso brucianti in un chiarore analogico e linguistico di grande intensità, vibra uno sguardo epico (basti vedere questi “alberi che fioriscono all’indietro” o le “lepri sparse nel vuoto” o ancora “il carretto scomposto dei suoi passi”, “la torsione del ramo assorto”). Insomma, nel quadro restituito a pennellate, a cenni, di un lutto privato restituito con un lirismo trattenuto, possiamo cogliere – ed è gran cosa nella poesia – un movimento più generale, vasto, del vivente, non ridotto a solo panorama dell’anima ma per così dire fissato in una visione che ce ne richiama, appunto, l’epica profonda. Così che il mistero delle “linee della mano” – personalissima impronta e segno individuale – vive in una relazione attuale con le linee misteriose dell’universo, mai percepito come idea ma sempre come evento, al modo di quanto avviene, per dire un nome che porrei a tutelare di Veronica T. in Dylan Thomas. In tal modo, qui la poesia adempie il suo strano compito di indicare all’unisono di un verso (qui affranto e compatto) la epica minima e sfuggente di una vicenda personale e il grande mistero in cui ci muoviamo, antico e sempre nuovissimo. Al suo destino di strana, autentica conoscenza.

Davide Rondoni

 

Veronica Tinnirello è nata a Firenze nel 1980. Laureata in Storia del teatro all’Università di Roma, La Sapienza e diplomata alla scuola per attori di prosa “Alessandra Galante Garrone” di Bologna. Si specializza all’estero presso l’Università Nuovelle Sorbonne, Paris III. Ha pubblicato una raccolta di interviste Naira Gonzalez, La voce che disegna l’orizzonte, Editoria&Spettacolo 2006, la raccolta di racconti Gli angeli vanno a dormire presto, Coniglio Editore. Insieme a Francesco Tedeschi e Mariano Rose ha scritto la sceneggiatura di Ouroboros in Dylan Dog Color Fest n°11, Bonelli editore 2013. Polaroid stile impero è la sua prima raccolta di poesie (Raffaelli Editore, 2013, segnalata al Premio Anna Osti 2013 e finalista al Premio Camaiore 2014 Opera Prima). Ha curato e condotto il progetto radiofonico “Il Rubino”, sulla poesia contemporanea, dal 2013 al 2015 per Radio Città del Capo di Bologna. Attualmente studia filosofia presso l’Università di Pisa e sta lavorando alla sua seconda raccolta.

 

LE LINEE DI UNA MANO

sul tavolo il raggio vivo
dell’autunno una sua carnagione
fichi secchi e pane. un prezzo adorabile.
giungeva precisa la richiesta. evadere
un perimetro. non essere
muti di storia e osservare la scia
che lenta una lumaca lascia
o il lungo salto
tra segno anteriore e posteriore.

***

passato mappatura di vetro
ora si apre alle falene

***

e il fiorire degli alberi va all’indietro
silenzi inquieti come lepri sparse nel vuoto
sparso alfabeto era il clima dell’infanzia
di stoffa un bruco la bambola seduta a fissare
corse giù in discesa senza fine senza dove
l’intreccio di un albero delle formiche
l’enigma l’antico egitto dei piccoli affari
scovarne lingua casa l’ostinazione imparare
la solitudine del grano l’inchino del suo respiro.
e se la terra
se la terra si spacca delle parole la sutura.

 

A NICOLETTA M.

invecchia toscana la casa di lana i piedi
tagliati da un ricordo un volere
taciuto sempre
non morite mai!
e questi miei saltelli
sul ring del parquet
ad intontire il silenzio
nel suo punto più fitto.

***

la scena è questa: legno d’inverno
cavità che contiene le curve del lavoro
una macchina da cucire il pedale
zoccolo di bestia che batte
e la stanza si spacca si apre
sulla valle il fiume dove lei è invecchiata
uno scuro fondale le sue molte specie.
e queste sue mani celacanti
abboccano al filo della mia storia.

***

un ospedale. architettura d’agosto.
i sonni erano legni di wengè.
sua l’impronta
senza più parole come voglio. nipote. scialle
come quello che gli uccelli in squadra fanno
quella sera visti migrare
fuori dal tempo o da una finestra
il carretto scomposto dei suoi passi.

***

la sua camicia migliore. platea interno notte.
microscopici fiori. nodi che non vogliono essere sciolti.
e come lasciava scoperti. suono che più non fanno
sotto il peso di un nitore. il maiuscolo silenzio.
marmo tempo. casa morte. monumento.

***

uscito via rumore. porte. parole. ossa.
e un pudore. la torsione del ramo assorto
lo spirito freddo della domenica
nel ventaglio chiuso della quiete.
in silenzio i siciliani semi
fatti frutto. stagioni portate
dalle grosse mani
chi non è più rimasto.

***

tappeto terra non crudele.
la memoria è una tasca sottile
sottratta al ritmo dell’aria
porta rugosi segni discendenze lei.
e l’estuario del tempo si propaga nel petto. l’oro
si perde tra i seni la sua catenina tutti li cunti
si posano sul fondo ore a respirare con lui.

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