Vanina Zaccaria e la poesia della nostalgia

Leggere le poesie di Vanina Zaccaria è una esperienza cruciale. Si nota una certa vicinanza con due grandi mondi, quello greco e quello russo, che diventano substrato di una scrittura che è sì, profondamente attuale, ma allo stesso tempo rimanda a un senso di nostalgia. La magia dell’antica Europa in versi che quasi non riescono a contenere la storia. Eppure il lettore non guarda ad essi come a qualcosa di distante. La grandezza è qualcosa da cui si deve saper ricominciare.

 

Selezione di testi inediti:

 

Il Comandante di lancia

 

Cosa ne sai del tempo Isabella, tu che sei rimasta ragazza vicino al fiume

con le gonne che si bagnano di acqua vite e il sorriso di filigrana, corri e ridi

e salutami le ricamatrici di Lione, io ho un gatto che non dorme

e la foto di mio padre

prendo camere in affitto e mi imbarco per quattro soldi con la camicia nuova

e proverò a non piangere e a non pagare per l’amore,

tu prova a non pensarmi e a rimanere sempre giovane.

Ma cosa ne sai Isabella della solitudine e del languore

la tua leggerezza benedetta non si scambia col mio sudore

agosto trema nella mia impazienza di lino, la città annega

per una notte di pioggia.

Mi sono venduto le scarpe per vedere il circo

all’acrobata era rimasto ancora un tratto di filo

avrei voluto gridargli lascia stare dal basso, sapessi quanto ho riso di me stesso

scappa e salvati Isabella

tu che sei rimasta addormentata mentre io conosco la pena

e l’inclemenza della veglia.

Scrivimi ancora di te e di come ti fermi, davanti al mare

a contare le imbarcazioni minori che tornano dalle rotte sicure

punti di metallo giallo e turchese che sembrano coriandoli di mare

e metti a posto i tuoi capelli quando un pensiero li divora

il tempo non ti scopre se resti lì girata e ferma, nasconditi Isabella

io tiro a dadi e gioco a mosca cieca, la mia immaginazione è terminata

ho fatto domanda come marconista su una baleniera, ti mando un corno di avorio

e un dente d’oro,

perdona la mia claustrofobia, perdona il mio silenzio, ho segreti maledetti

non parlo con nessuno.

Cosa ne sai tu Isabella, tu che sei rimasta a raccogliere conchiglie

che ci metti ancora sopra l’orecchio e dici di sentirlo, l’Oceano

che invece non ha mai detto una parola

io ti ho creduto, è a me stesso che mentivo, salutami la semina di marzo

io metterò la firma di soldato.

 

 

*

 

Opera di tufo

 

Questo inverno ci piegherà i rami, ci restituirà alle piazze alle panchine

come dardi di neve

lascerà ai vecchi il tempo per l’immaginazione

si faranno gesti piccoli, come di richiamo, come di saluto

le vele dovranno attendere e sedere.

Questo inverno ci metterà a riparo dalle piogge

lascerà all’uomo il tempo per la vergogna e alle riviere nude

il segno di gesso dell’onda ingigantito dai fanali

la coscienza della misura corretta dell’acqua.

Quelli abituati alla deriva avranno da bere e da raccontare

quando nelle stive

il catrame della solitudine si mischia al languore della tenerezza.

Questo inverno ci dirà la combinazione

l’aria rarefatta e immobile dove verrà deposto il fiato,

i bagnanti ritireranno i sandali dagli usci di casa

guarderanno impazziti l’ampiezza delle spalle della stagione gialla

i caffè sfolleranno la brava gente venuta d’abitudine

questo inverno avremo più reduci

e meno contrabbando, a qualcuno resterà il sospetto d’essersi incontrato.

Questo inverno solleverà le sabbie d’Arabia per i carovanieri in fila alla frontiera

mescerà il vino e le occasioni,

questo inverno mia cara conteremo i caduti

dalle finestre vedremo le rincorse del mare.

 

 

*

 

La casa di paglia

 

Venimmo meno a molti giuramenti,

lo sapevamo bene ad ogni inizio del maggio.

Forse avremmo dovuto stringerci

fosse anche una mano magra

in un’altra mano magra

aspettando la fine dei venti.

 

Scrivi il mio nome su una busta per lettere,

non spedire adesso

fallo quando mi diranno morto

in un quieto pomeriggio d’ottobre.

Forse bastava una carezza, una preghiera, un abbraccio di arresa

quando con espressione assente mi indicavi l’Europa

e giuravi di non averne colpa.

 

La casa di paglia che avevi animato col tuo animo lieto

ti è crollata addosso.

Adesso sembri la guerra quando si annuncia senza parole

ma soltanto col fuoco

adesso sembri il filo spinato, la polvere, gli stivali zozzi

e la fossa.

La casa di paglia dove mi invitasti ad entrare

mentre fuori le spighe mettevano il grano

ti è crollata addosso

adesso sembri l’esilio, il naufragio e lo scandalo.

 

Siamo gente raminga, senza riposo

forse speranza, forse, forse la pace, ancora

è possibile?

Te lo domando, la casa di paglia

tu che ricami lettere sulla mia fronte bagnata

non era febbre

la mia malattia, non era febbre

c’è un rimedio in fondo alla strada

se mi avvio con passo deciso ritienimi in torto

e trovane un altro.

 

C’è una busta per lettere, cambiaci il nome

perché non mi dicano morto, perché non dicano altro.

 

*

 

 

L’intemperanza di Ester

Sono scarti, spiccioli, resti di cose

Sono piccoli sogni, code di locuste

Sono i coccodrilli d’Africa con le bocche spalancate sotto soli cocenti,

la fronte bagnata di Ester, che aspettava un destino meno feroce

di occasioni e occasioni, arrivi clandestini e figli al seno

arresti alla frontiera.

 

Dominava la sera l’annoiata montagna

annerita sui fianchi da secoli di lave calde e di contrabbandieri,

ardente e solitaria.

Tagliava il mare un improbabile legno

dondolato dalle correnti che gonfiano l’Atlantico,

circolari e calde.

E furono piogge malevole e odore di benzina, sguardi cardiopatici

E la fronte di Ester, percorsa dalle febbri,

che impastava parole d’amore dietro parole d’ombra

e conveniva starle alla larga e conveniva guardarsi le spalle

che furono fremiti marini, di sotto la carcassa delle onde,

traiettorie sbagliate e il tiro a segno del compasso

sul bordo minuto delle carte

E la fatica di Ester, a tenere ferma la mano.

Avanti chilometri di sabbie brune e sfiati di caldere

accordi con la memoria, dimenticanze e fatti

e avanti ancora la nobile promessa, la Vita

aperta e chiara, come i cieli meridionali

come le danze notturne, i giovani che scrivono lettere.

 

 

*

 

Il mercante d’armi

 

Il deperimento delle cose

come una lebbra antica che passa e che rovina

L’inverno furioso si scaraventa sulle balconate

ne muove i ferri come fossero banchi d’alghe.

 

Ci perderemo come i pensatori del deserto

che scavalcano staccionate di sabbia

pensando alle brillanti navi d’Acapulco

disarmate e senza schiavi.

 

Ho atteso per molte notti lo stesso sogno

era l’uomo magro con la valigia di cammello

che mi portava mercanzie importanti

impreziosite dal tempo e consumate dalle distanze.

Era l’uomo che aveva conosciuto il Pacifico

e visto muoversi donne flebili dietro le tende di Pechino,

sulla via tortuosa della guerra e della stoffa.

 

Ho atteso ogni notte lo stesso sogno

ma venne il sonno nero senza occhi

e la luce malevola della lanterna ad olio del mercante d’armi

che immobile su una seggiola

lucidava il fianco di una spada

E così rimase Memoria

sguaiata e tiepida,

come l’amore senza perdono.

 

 

*

 

Gli occhi di Ivàn

 

Non esistono azzardi Isidora

è solamente il tempo che ci perisce

benché ci pensammo giunchi

irresponsabili sotto il peso dell’acqua.

Abbiamo corso sui gomiti, sui palmi delle mani

e sui ginocchi

una catechesi feroce tra noi e la strada

e lo sguardo di tua madre, a cui non si ebbe accesso,

immacolato come un feretro cristiano.

 

Mi hai raccontato di Lui

che ebbe per te lo stesso peso di una morna

e lo cantasti e ricantasti, trasfigurato

come se non dovesse finire mai

l’azzurro nebuloso dei suoi occhi

ché solo quello il ricordo salvò

il resto in pasto alle stagioni

veloci come cani da slitta.

Te lo portasti dentro come una nenia,

tua madre non sapeva,

e ne amasti i tratti

con la solitaria passione dell’uccello feroce

destinato al suo esilio di rupi.

 

Non esistono azzardi mia bella

è solamente il tempo che ci monda

in questa irriducibile primavera

e ci consegna come ostie nelle bocche dei credenti.

E ancora il ricordo tremendo

della sua pelle bianca

quando al confine con Palanga

si rinserrava austero nella piccola giubba.

 

 

 

 

 

 

Nota biografica

 

Vanina Zaccaria vive e lavora a Napoli.

In ambito artistico si è dedicata al teatro, sia portando in scena spettacoli come attrice, sia collaborando come direttore artistico.

Attualmente è presidente della Fondazione Lermontov; Fondazione di cultura russa impegnata nell’ambito della ricerca in campo letterario, storico e sociale e nello scambio culturale Italia-Russia. Per la Fondazione si occupa di ricerca in ambito storico-politico e artistico-letterario. Cura rubriche per Osservatorio Etico, Itinerari russi e La lezione greca, e si occupa della gestione della Biblioteca Lermontov, polo di ricerca e studio che mette a disposizione circa 5000 volumi in lingua italiana e russa.

Collabora da diversi anni con il giornale in lingua italiana e russa Sussurri e Grida.

L’amore e la passione per la Grecia, antica e contemporanea, le ha permesso di sviluppare intense collaborazioni con la Comunità Ellenica di Napoli e Campania, organizzando eventi culturali per la diffusione della cultura greca. I suoi testi sono inseriti in alcune antologie tra cui si ricorda Ifigenia siamo noi, curata da Giuseppe Vetromile (Scuderi, 2014). Nel 2008 ha vinto il Premio Internazionale di Poesia e Narrativa Napoli Cultural Classic.

Melania Panico

 

 

 

 

2 pensieri riguardo “Vanina Zaccaria e la poesia della nostalgia

  1. Fa piacere ritrovare e rileggere la poetessa Vanina Zaccaria, attraverso queste sue nuove liriche inedite. Ritrovo gli angoli, gli sbalzi improvvisi che spiazzano, le rotondità e le dolcezze di molti tratti, i mondi lontani eppure vicini, le ansie e le nostalgie di uomini e donne mai rassegnati… E tutto questo, sempre di più illuminato da un verso che ondula e affascina, senza perdersi mai. E’ evidente, come giustamente nota Melania Panico, il riflesso di un mondo greco e di un mondo slavo, nei versi della Zaccaria, riflesso o riferimento che ha sempre improntato il suo dettato poetico. Una poesia che appare sempre più sicura, quella di Vanina, sempre più unicamente “sua”, distinguibile e apprezzabile per lo stile del tutto personale e originale, per la maturità raggiunta, per i contenuti intelligenti e attuali. Complimenti alla nostra cara poetessa e a Melania Panico, critico puntuale e competente.
    Giuseppe Vetromile

    1. Grazie Pino, amiamo tutti la poesia di Vanina e speriamo di poter leggere presto qualche pubblicazione. La aspettiamo! Grazie per le tue parole e il tuo affetto.
      M.

Lascia un commento