Per Valeria Rossella. La signora della luccicanza

di Davide Rondoni

Valeria Rossella, Quello che vedo, Interlinea, 2021

Valeria Rossella è nome noto ai veri estimatori della poesia, per le sue raccolte, per i suoi studi, per le sue traduzioni dal polacco, da Czeslaw Miloszc a Chopin. In questa asciutta e potente nuova raccolta, mostra per così dire il motivo di questa fedeltà alla poesia. Il titolo così netto, spoglio, dimostra in tutta la sua esatta forza il nucleo vitale del percorso della Rossella. "Quello che vedo" - titolo che sembra in dialogo con il "Veder cose" di Seamus Heaney - si introduce con una "Aubade" (genere di componimento caro a Ungaretti, e anche a Caproni) dove il tempo "piange ininterrotto". La poesia della Rossella è un un'alba che abita nel pianto ininterrotto del tempo, e lo fa con grazia e mano ferma di stile, con libertà di percezione e di geografie esteriori e interiori.
In questa raccolta è memorabile la sua Torino abitata da presenze prodigiosamente contemporanee.
"Sfrecciano i bambini in bicicletta/ accanto ai loro coetanei di cent'anni fa", dice una poesia. E in altre appaiono presenze di persone amate in altri tempi, tavoli dove si gustano gelati mangiati quattro anni fa, figure scomparse ma anche presenti ora e qui, o viceversa, oppure riappaiono compagne e compagni di scuola, come nella bellissima "Edda". Sempre un passo indietro dell'elegia, la Rossella sa comporre un suo controdiario, dialogando coi maggiori del '900 (da Ungaretti a Montale, certo, ma certo anche gli stranieri, l'amato Milosz, i russi, e quello straniero in patria che fu Doplicher). Non si tratta di un elegiaco tempo di fantasmi, ma una vivace drammatica compresenza dei tempi, una contemporaneità del tutto, per dirla con Eliot. Anche in una bellissima poesia sulla pioggia e la sua voce, la vivacissima percezione degli eventi della poetessa realizza un gioiello di contrasto tra perdita e senso, e di metamorfosi dell'evento. Solo a costo di udire quella supplica straziante di qualcosa in lei, nella pioggia, come un guaito o una luce ("tirami fuori da qui prima che tutto torni fango/ tirami fuori qui presto veloce... tirami fuori da qui da ogni goccia..") solo a costo di tale destino di visione, che si allena nelle ombre e nel segreto, la pioggia contiene una "scintillanza" che si vede svanire e però diviene battesimo... È una poesia meravigliosa, che da sola vale metà delle poesie scritte da poetesse e poeti odiernissimi e famosi come cantanti di quart'ordine. Qui siamo altrove, nessuna poesia seduttiva, solo poesia tremendamente viva. Quello che vede il poeta (anche nella propria biografia) è la fodera del mondo, il livello in cui i tempi si confondono, in cui il significato fa il tempo, l'enigma lo anima. Nel libro si susseguono apparizioni, presenze che recano indizi, e che scorrono "nel tempo come fa la musica". Non funziona la poesia come Kintsugi, arte delle cicatrici, come in molti facilmente vorrebbero. No, le presenze e le nuvole trapassano il corpo e l'anima feriti, non c'è rimedio, la poetessa non cede all'inganno della letteratura come leggerezza calvinesca del salto sulla tomba -no lei indaga, riceve sentenze, segni, dialoga con il presentarsi della perdita, del lutto e delle visioni. Libro quanti altri mai attuale (altro che le poesie sugli alberi...) in un tempo in cui la "durata della specie" è divenuta la nuova ideologia dominante, come se il tempo umano fosse esperienza simile a quella del carciofo o del batterio, puro cronometro. L'appartata e sapiente poetessa arriva con questo libro dalle mille sorprese, tessuto da un lessico che non civetta con i gusti della poesia più in voga, che viaggia tra le memorie di Tasso e i limoni dipinti da Zurbaran, genio pittorico amato dalla Zambrano, tra stazioni di provincia e secenteschi libri dei miracoli e la salma di Lenin. Fino all'autoritratto con festa finale, con quelle presenze di giovani compagne e compagni usciti dal "permafrost degli anni", mentre "luce tra le foglie dà lezioni di ricamo, punto erba/ punto ombra, punto croce". Una signora della poesia italiana, verrebbe da dire, se non fosse lei la prima a sorridere. E forse a vedere in questo titolo un ennesimo enigma, un bizzarro annuncio, una verità obliqua e ulteriore.

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