Valentina Colonna su ”La traccia delle vene” di Clery Celeste

La mappa del dolore e la poesia di Clery Celeste

La voce di Clery Celeste è un la minore continuo. Parla con ritmo netto, pulito, di respiro ampio in testi seppure brevi e senza punteggiatura. La raccolta d’esordio della giovane autrice (La traccia delle vene, Lietocolle, 2014) si contraddistingue per la potenza e la chiarezza espressive già dal  testo di apertura, dove “(…) Dormono tutti col cappio/ appeso, è solo questione/ di tempo” è la sententia che, spezzata, accorda da subito il respiro dell’autrice con quello del lettore.

Clery scrive “l’eco del mare/ non mi abbandona mai”, ed è esattamente il respiro capiente e ostinato del mare che ossigena la sua poesia e ne caratterizza la cadenza. Resta  la sensazione di un riverbero di sospensione a ogni quadro iperrealista dell’intera collezione poetica, che si struttura nelle tre parti “Il male comune”, “Lo sguardo nudo” e “Un lago di linfa”. Se la prima sezione parla con voce pacata ed estremamente forte, privilegiando il tema della malattia e dell’ospedale (che l’autrice conosce a fondo e da una posizione di privilegio, vista la sua attività di radiologa), “Lo sguardo nudo” è il “movimento” centrale che riacquista una vitalità maggiore. Si percepisce accresciuta la sua dolcezza materna nel trattare il dolore, estremo nel tema della mancanza, che l’autrice racconta con energia “Il tuo è un mancare continuo/ dal bordo del letto/ allo spigolo opposto della tavola.” Con la terza sezione Clery torna alle immagini più concrete e dure delle camere di ospedale, e più precisamente delle case di riposo, dove si alterna una narrazione realistica esplicita a evasioni immaginarie del mondo naturale. A versi duri come “Così si sono amati da vecchi/ con l’imbarazzo dei pannoloni pieni/ sui letti tutti uguali” rispondono parole più liete (sebbene sempre cariche di tensione): “abbiamo imparato a essere autonome/ come la coda della lucertola/ va da sola in aria”. La natura dei rettili, gli animali che abbandonano l’acqua per primi, è la stessa che troviamo nelle radici di alberi-persone, in chiusa all’opera. È in questo diramare sulla terra, nell’abbandonare e ricercare di fluidi che avviene quel “morire poco a poco dei poeti” di cui Clery partecipa: una poesia, questa, che ha fatto del “liquido vitale” il suo elemento cardine.

“La traccia delle vene” si delinea come una mappa naturale di orientamento nel dolore, capace di mutare all’improvviso in estrema rinascita.  Opera prima che ha nella sua energia fresca tutto il dramma di una vita che, nonostante la giovane età dell’autrice, appare già estremamente intravista e indagata in un “non tempo” che precede e accompagna i versi.

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