Una nuova lettura del tesoro di De Vita, di C.Santonocito

Nino De Vita: trent’anni in una “Antologia”

 

L’anno appena trascorso ha consegnato al pubblico dei critici, dei poeti e dei semplici lettori due opere che non possono mancare nella biblioteca di ognuno di essi. La casa editrice Mesogea ha pubblicato una “Antologia: 1984 – 2014” di testi del poeta Nino De Vita. Curata da Silvio Perrella e divisa in cinque sezioni in ordine cronologico – dalla prima raccolta “Fosse Chiti”, passando per “Cutusìu”(l’opera della svolta al dialetto), per“Nnomura”, “Cùntura” e “Òmini” – questa selezione di cunti ripercorre e sintetizza trent’anni di fervore poetico, precedendo di poco l’uscita di un nuovo lavoro del poeta marsalese intitolato“A ccanciuri Maria”.

Procurarsi rispettivamente una copia di questa Antologia e della raccolta, pur non esaurienti l’opera di De Vita – nelle intenzioni dell’Autore ai cinque libri di cuntigià pubblicati, se ne dovrebbe aggiungere un sesto – risulta di fondamentale importanza per ricostruire, seppur parzialmente, le peculiarità della sua lirica.

In particolare, icunti dell’Antologia si connotano per essere narrazioni personali e insieme collettive sull’ appartenenza a paesaggi e modi di intendere la vita peculiari dei luoghi abitati dal poeta. Del suo stile colpiscono alcuni delicati ritratti di picciriddi come di òminie di scecchi.

Mi riferisco, per prima cosa, alla drammatica vicenda di Bbirinitta, definita un’addeva(ossia, una neonata)che, tuttavia, aspetta a sua volta un picciriddu. Lo sguardo acuto del poeta si arresta incredulo al precipitare degli eventi:

«E’ matinata storta»

rissi me’ matri «storta:

rinzùbbitu, stanotti, Bbirinitta

morsi».

«Morsi?» Quasi vuciai.

«Morsi» rissi me matri

«morsi: a quinnici anni…».

 

De Vita alimenta uno stato di perenne attesa dell’ineluttabile, servendosi anche di audaci pennellate di ambivalenza semantica. Pensiamo ad Alliccasapuni: è un coltello, anzi no, è una persona, è la ngiuria che si cuce addosso alla persona, la definisce e ne esaurisce l’essenza in maniera antifrastica in quanto, nonostante si tratti di un individuo innocuo, Alliccasapuni ha protetto la sua solitudine con un coltello fino alla fine. Il De Vita, calato dentro la storia della sua terra – modellata attraverso una lingua piena, impastata di quotidianità e al tempo stesso sublime, ricca di vocaboli che risuonano con varianti fonetiche che per tutta l’isola – esprime un Io poetico contrassegnato da una visione fatalistica dell’esistenza umana. Ciò emerge dallo scontro tra una iniziale, apparente serenità di paesaggi e stati d’animo e l’improvviso tramutarsi nel suo esatto contrario, laddove questa serenità viene sopraffatta da un male capace di intaccarne la perfezione.

 

Come quando il poeta si arresta ad osservare la frenesia della città assuefatta alla pulsione mortifera del fenomeno mafioso. Qui, si dimostra tradita l’esigenza di un imperativo etico. Qui, accade di studiare il nemico, un gagà o un Salvo Lima qualsiasi, e doverlo rifuggire, affrontando la sensazione di impotenza che affligge lo affligge – succede pure agli amici Sciascia e Bufalino – nel comprendere che l’alternativa alla fuga sta nel farsi schiacciare o, forse, nel farsi schiacciare ancora di più. Ecco che anche in “Chi ponnuscafazzàrini” viene chiarita la concezione filosofica che sta alla base di un certo modo di agire degli uomini.In questa poesia, tratta da “Òmini”, l’esperienza negativa del poeta diventa lo strumento di riflessione sulla talora supina accettazione degli eventi negativi. Lascena è quella di un quartiere di Palermo. Ci si dibatte per un parcheggio:

«A vita nnast’agnuni,

chiddu ch’aviaassistutu,

icùntura, m’avianufattucapacitusu:

ccisunnu cosi ranni,

chiponnuscafazzarini».

 

Sembra che il lirismo devitiano possa essere colto, dunque, proprio nel delineato contrasto tra un’umanità meschina descritta nelle sue varie occupazioni sociali e una portentosa semplicità della natura o per lo meno di ciò che più le si avvicina, quasi che l’autore volesse dare rilievo all’essenziale verità del mito del bon sauvage. Questa tensione tra bene e male, natura e umano la ritroviamo ne “L’asino”, cunto inedito inserito nell’ultima sezione dell’Antologia, in cui l’animale protagonista viene preso a bastonate dal suo padrone.Il talento straordinario del poeta sta qui nell’imprimere nella memoria del lettore il gesto metafisico della preghiera dell’asino:

«Ti rissi a cu è chi prei?»

U sceccuaisau a testa.

«A Diu» cci rispunniu.

«Tu prei a Diu»fici

upatrunigniratu.

«Ma esti a mmia ch’a priari

chipozzuvastuniariti

quannuvogghiu, com’è

chivogghiu, senza ca

ddiri ‘u picchì e ‘u piccomu».

 

L’uomo bestia, colto in una smorfia disumana, fa da contraltare alla natura compassionevole dell’animale. In questo scontro perenne tra bios/natura e thanatos/uomo la riflessione del poeta raggiunge vette di eccezionale intensità. Come quando affida ad un bambino il compito di ricongiungere l’uomo alla sua più intima natura. Martinu, il bambino che della luna dice e sa il necessario: «E’ bbedda» rissi «‘a luna!».

 

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