“un tempo per gemere e un tempo per ballare”

Enrico Fraccacreta: Tempo ordinario,(Passigli, Firenze 2015, pp.94)

 

Il tempo. Intima riflessione sul mistero che accompagna l’esistenza umana dal suo primo apparire nel mondo fino alla fine di ogni cosa, di ogni faccenda e indica che nulla si sottrae alla constatazione che gli istanti dell’uomo vanno con un ritmo implacabile e inarrestabile «nel poco tempo del chiarore quando si spegne/e appaiono le ombre voltarsi per sempre/degli uomini che non siamo stati». Ma anche un ritmo monocorde a basso continuo, che ricorda che c’è un tempo favorevole e uno opportuno per ogni evenienza della vita, positiva o negativa, come nel Tempo ordinario, ultima fatica letteraria di Enrico Fraccacreta per i tipi Passigli Poesia, collana fondata da Mario Luzi con postfazione di Davide Rondoni. Raccolta lirica intavolata a mo’di partitura a forma sonata dove il tema e le sue variazioni si concentrano in tre movimenti battuti da un tempo ordinario, un tempo memorabile e un tempo matematico. Che esista un mistero nell’andamento di questo silenzioso e assordante ritmo e che vi sia per ogni cosa e ogni occasione un momento opportuno è pensiero meridiano noto alla cultura del mondo antico, sia mediorientale che greco-giudaica. L’autore figlio del pensiero magnogreco tocca corde che ci riportano al poema di tutti i tempi che nell’Ecclesiaste fa dire a Qohelet che «C’è un tempo per nascere e un tempo per morire/un tempo per piantare e un tempo per sradicare le piante/ […] / Un tempo per piangere e un tempo per ridere,/un tempo per gemere e un tempo per ballare». Fraccacreta, bardo di una terra ancestrale segnata dalle orme dei Dauni e da antichi tratturi, come Enea, Ulisse o come Paolo di Tarso intraprende un viaggio a ritroso scivolando nelle ombre dei primordi della propria esistenza per recuperare, solo per un attimo, per un istante solo, il bene personale, il suo tempo ordinario fatto di quotidianità, degli affetti familiari, degli amici che sono rimasti o che se ne sono andati per sempre, di cose umili e dei figli che crescono e vanno via perché «li caricano sui treni supersonici/frenetici quasi senza tempo,/passano negli scompartimenti/dove si accendono le situazioni/ […] di galleria in galleria/ di stagione in stagione/ di come si era ragazzi nella prima carrozza/ sino all’arrivo improvviso sul calendario/coi suoi spazi bianchi da riempire» e che ci racconta di come il folle e il saggio del paese facevano piani per il futuro seduti sulle panche a dire «siamo forti abbiamo libri e cuori/che battono per noi/ siamo giovani abbiamo il tempo», quell’andare senza muoversi, gomitolo che sarebbe potuto diventare maglione, per poi accorgersi che tutto è qui e «Con le mani piene di terra già calda/si resta ad attendere, lontano da quella confusione/l’attesa d’amore è questione di tempo/ se il tempo è l’amore/è qui che restiamo». Il  piede del poeta, però, non resta, non si ferma, modula l’andamento verso l’accordo di un tempo memorabile, di un -tempus edax rerum- avrebbe detto Ovidio, che tutto divora e, per un attimo, trova conforto nel passato di questa terra prodigiosa, spianata di ulivi sotto ai piedi del promontorio micaelico che un tempo fu sacra ai viandanti, terra di transumanza che ha visto «l’abruzzese/ con un passo più vecchio dell’occidente/ sbattere la porta nera dietro la fatica/nel rimestare caglio tutto il pomeriggio» e oggi, le uniche figlie che riesce a partorire sono le colonne di benzina e le pale al vento. Il canto di Fraccacreta si conclude con il tempo matematico, un cambio di tonalità e di cadenza dedicato al suo amico di sempre, Andrea Pazienza, celebre fumettista e al di lui padre, Enrico. Il finale assume il ritmo di una ballata che ha il sapore del distacco, delle divisioni e delle sottrazioni dalle persone più care: «Sono un tratto, un tratto solo/per molti significati/tratto deciso e leggero/moltiplicante/un sopracciglio inarcato/ammiccante/un volto intero/con un tratto solo:/questo è il disegno/ma il linguaggio/quel linguaggio fantastico/è il pennarello della mia impetuosità/tutta la mia giovinezza». Andrea Pazienza come Enrico Fraccacreta non riesce a tratteggiare con mano ferma l’inquietudine della sua esuberante giovinezza che sarà placata dal tratto sicuro del padre nel poco tempo che gli rimane. «Cosa resta dopo la partenza,/il vento del treno che innalza/le foglie stampate con i vostri nomi/[…] cosa resta oltre l’assenza/il ricordo e la ricostruzione/[…] resta la mancanza/la domanda di questi anni/lo stupore e il silenzio/della grande differenza/resta la distanza/l’intervallo che ha lasciato/il respiro trattenuto/lo spazio bianco tratteggiato» e restano ancora ben saldi i trabucchi affacciati sull’Adriatico, emblema senza tempo, a conservare e a raccontare “la meglio gioventù” di Andrea e di Enrico.

 

Anita Piscazzi

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