Un secolo di Clarice

di Francesca Cricelli[1]

 

Scrivere su Clarice Lispector è la cosa più difficile che si possa chiedere a una scrittrice e poetessa brasiliana. Forse oso farlo perché me lo chiede un amico. Scrivo queste parole come se gli scrivessi una lettera. Come si può scrivere su questa grande scrittrice senza far uso di informazioni generiche, facilitazioni e nozioni che qualcuno può facilmente reperire ormai cercando su google, wikipedia o qualche altra piattaforma? Come non cadere nella trappola di far circolare in un’altra lingua le nozioni presentate nella sua famosa biografia firmata da un ricercatore americano[2] che fu responsabile di una nuova appropriazione di questa scrittrice? C’è una sola uscita per me, ed è scrivere partendo dalla mia esperienza di Clarice. Clarice non basta leggerla, bisogna fare esperienza di lettura e esperienza di vita per poi diventare orecchio, mentre si legge, diventare ascolto per le parole che non sappiamo bene da dove provengono: verranno dalla pagina che abbiamo sotto i nostri occhi, o dal libro che abbiamo tra le mani — forse queste parole vengono da un punto cieco, un qualche angolo nascosto dentro di noi dove le storie di Clarice trovano casa, si annidano e fanno eco, risuonano come nella cassa acustica di uno strumento. Siamo noi che leggiamo Clarice, o è lei che ci legge?
Clarice Lispector nacque nel 1920 nella città di Čečel’nyk, in Ucraina, in una famiglia ebrea di origini russe. Dovette presto lasciare la loro patria per trovare un luogo più sicuro per ricominciare. Questa è una storia che si conosce bene e che continua ripetersi, da una parte all’altra dell’oceano, da una parte all’altra del Mediterraneo, da un paese all’altro. Il mondo cambia, ma non cambiano le situazioni politiche, le persecuzioni o forse i desideri intimi e i sogni che talora obbligano o spingono le persone verso un altro angolo di mondo, verso un’altra lingua. Nel 1922 la famiglia trovò una nuova casa in Brasile — Clarice, i genitori e le due sorelle. All’inizio si stabilirono a Maceió, poi a Recife — città che segnò moltissimo la scrittura e la memoria di Clarice, e infine, dopo la morte prematura di sua madre, si spostarono a Rio de Janeiro. In Brasile la chiamiamo per il suo nome, lasciamo spesso da parte il cognome, come se bastasse dire Clarice per sapere che s’intende la Lispector. Come figlia e nipote di migranti, come una persona che scrive e vive tra le lingue, mi colpì moltissimo quando ancora molto giovane scoprì la lettera[3] che Clarice Lispector scrisse a Getúlio Vargas, allora presidente del Brasile, nel 1942, rivendicando il suo diritto di essere cittadina brasiliana. Mia zia mi regalò un fac-simile della lettera, parte del catalogo di una mostra bellissima su Clarice, allestita presso il Museo della Lingua Portoghese a São Paulo all’inizio degli anni duemila. Lei aveva ventuno anni, il Brasile attraversava un altro momento di dittatura politica, (che avvenne di nuovo tra il 1964–1986 e che potremmo dire è in atto ora, sotto diversa fattispecie, dal 2016) — voleva naturalizzarsi brasiliana, voleva essere cittadina del paese che era il suo, voleva appartenere ancora di più alla lingua che era la sua — il portoghese; non erano più in vita né il padre né la madre e lei scrisse una lettera al presidente chiedendo di accelerare il suo processo, chiedendo di non dover attendere un anno prima di diventare cittadina del suo paese. La mia fu, e lo è tuttora, una lunga strada per poter sentire di appartenere ai miei paesi, alle mie lingue, al Brasile, all’Italia — ma per fortuna non ho mai dovuto lottare per un documento. Sono molto privilegiata rispetto a Clarice e tante altre persone.
Molti si lamentano di non capire Clarice, non capire la sua prosa contorta, le sue strade non facili da percorrere. Altrettanti se ne innamorano e sentono che solo lei è riuscita a dar loro uno spazio fittizio per esistere. Non vi è un consenso. È uscito l’anno scorso il volume completo dei suoi racconti edito da Feltrinelli[4] con una meravigliosa traduzione di Roberto Francavilla, se non è ancora tra le tue mani, caro lettore, ti consiglio di scendere subito dal tuo libraio di fiducia e ordinarne una copia. La mia edizione la mantengo sul tavolino vicino al mio letto, ma la porto anche in giro per la casa, in cucina, in sala: deve abitare tutti gli spazi. Ogni tanto apro l’indice e lo scorro, scelgo bene cosa vorrei rileggere, a volte lo apro a caso — come un oracolo. A volte ho paura di rileggere certi racconti, a volte ne ho bisogno. Uno dei miei preferiti si chiama L’uovo e la gallina;[5] la stessa Clarice in un’intervista dice di non capire bene questo suo testo. Ma ciò che ci spinge a leggere Clarice è anche questo mistero che abita nelle sue parole, questo non capire pienamente la vita che conosciamo — ci riconosciamo anche in quello che in fondo non capiamo bene. Condivido qui uno brano tradotto da me:

E la gallina? L’uovo è il grande sacrificio della gallina. L’uovo è la croce che si porta la gallina nella vita. L’uovo è il sogno irraggiungibile della gallina. La gallina ama l’uovo. Lei non sa che esiste l’uovo. Se lo sapesse che ha dentro di sé un uovo, lei si salverebbe? Se sapesse che ha dentro di sé l’uovo, perderebbe lo stato di gallina. Essere una gallina è la sopravvivenza della gallina. Sopravvivere è la salvezza. Perché sembra che vivere non esista. Vivere porta alla morte. Allora ciò che fa la gallina è essere perennemente in sopravvivenza. Sopravvivere si chiama mantenersi in lotta con la vita che è mortale. Essere una gallina è questo.[6]

Un pezzo che potrebbe essere definito “filosofico”, la voce di Clarice lascia sempre spazio al silenzio e al vuoto, ma sono parole incarnate le sue, non sono semplici giri vuoti di pensieri né speculazioni. Spesso la leggo e mi sento svuotata di qualche mia certezza superficiale, la leggo come se seguissi un segno che non capisco, ma intravedo tra le righe e poi più avanti appena alzo gli occhi e lascio la lettura, lo rivedo mentre mi butto nel mondo. Ancora in questo strano racconto, scrive: “Ho fatto del mio piacere e del mio dolore il mio destino mascherato. E avere soltanto la propria vita è, per chi ha già visto l’uovo, un sacrificio. Come quelli che, nel convento, spazzano a terra e lavano i vestiti, servendo senza gloria della funzione superiore, il mio lavoro è quello di vivere i miei piaceri e i miei dolori. È necessario avere la modestia di vivere”.[7] Mentre leggo Clarice mi ricordo delle parole di Octavio Paz — “l’espressione estetica è irriducibile alla parola nonostante solo la parola si esprima” — perché c’è sempre il non detto o l’incompiuto nelle parole di Clarice e questa assenza mi fa sempre tornare da lei. Non è un appagamento, leggere Clarice. Bisogna avere un buon compagno o una buona compagna di viaggio se in un primo momento ci sembra difficile leggerla. E ho ritrovato questa presenza nel libricino della scrittrice ed editor brasiliana Simone Paulino[8] e nella tesi di dottorato della critica letteraria e psicanalista Maria Lucia Homem.[9] Si comincia a leggere Clarice e suo silenzio ci viene incontro, così come fanno le sue parole, dopo qualche racconto, dopo i romanzi Vicino al cuore selvaggio, Acqua viva, La passione di G. H., Legami famigliari sentiamo il desiderio di parlarne con qualcuno, qualcuno che magari sia stato morso dalla medesima passione di vita e di parola. Penso ad altri racconti fondamentali per me, come il racconto Perdonando Dio, così potente che mi sono già rifiutata di rileggerlo in un momento in cui ero pervasa da immensa felicità, io come la protagonista avevo paura di avere il mio piccolo mondo distrutto, di calpestare anch’io, per caso, un topo morto sulla strada del mio delirio d’allegria. Ma mentre si leggono i racconti ci può tornare in mente anche la chiusura del romanzo La passione di G. H.: “A vida se me é, e eu não entendo o que digo. E então adoro” — La vita mi si è, e io non capisco ciò che dico. E allora adoro.
È davvero difficile scrivere su Clarice, forse mi è solo possibile leggerla, parlarne oppure tradurre qualche spezzone. Tradurre[10] è la forma più intima di leggere, di stare con un’autrice. Allora lascio ancora un brano del racconto L’uovo e la gallina e una piccola cronaca:

L’amore è quando ci è concesso di partecipare ancora un po’. Pochi vogliono l’amore, perché l’amore è la grande delusione di tutto il resto. E pochi sopportano di perdere tutte le altre illusioni. Ci sono quelli che si fanno avanti volontari per l’amore, pensando che l’amore arricchirà la loro vita personale. È il contrario: l’amore è in fondo la povertà. L’amore è non avere. L’amore include la delusione di ciò che si pensava fosse l’amore. E non è un premio, perciò non si lascia adulare, l’amore non è premio, è una condizione concessa esclusivamente a quelli che, senza di esso, corromperebbero l’uovo con il dolore personale. Questo non fa dell’amore un’eccezione d’onore; esso è esattamente concesso ai cattivi, a quelli che ostacolerebbero tutto quel che non fosse concesso a loro di indovinare vagamente.[11]

 

Una esperienza[12]

"Forse è tra le esperienze umane più importanti per l’uomo e per l’animale: chiedere aiuto e, per pura bontà e comprensione dell’altro, concedere l’aiuto. Forse vale la pena essere nati perché un giorno, muti, si implori per riceverlo. Io ho già chiesto aiuto. E non mi è stato negato.

Mi sentii allora come se fossi una tigre pericolosa con una freccia nella carne, e circondavo pian piano le persone spaventate per poter scoprire chi avrebbe strappato il dolore. E allora qualcuno avrebbe sentito che una tigre ferita è solo tanto pericolosa quanto un bambino. E avvicinandosi alla bestia, senza paura di toccarla, avrebbe strappato con cura la freccia piantata.

E la tigre? No, ci sono cose che né gli esseri umani né gli animali riescono a ringraziare. Allora io, la tigre, ho fatto lentamente un paio di giri dinanzi alla persona, ho esitato, mi sono leccata una delle zampe e poi, siccome non è la parola la cosa importante, mi sono allontanata in silenzio".

 

 

 

[1] Francesca Cricelli è poeta e traduttrice letteraria. È dottore in ricerca in Letteratura e Traduzione presso l’Università di San Paolo, Brasile (2019) con una tesi su Giuseppe Ungaretti e le sue lettere a Bruna Bianco, archivio scoperto e curato da lei. In Italia ha pubblicato Repátria (Carta Canta, 2017) e il prossimo anno sarà pubblicata una raccolta di poesie di Fernando Pessoa tradotte da lei per Interno Poesia.

[2] Moser, B. Clarice. São Paulo, Cosac Naify, 2009.

[3] Si può leggere nell’archivio dell’Istituto Moreira Salles, in portoghese https://correioims.com.br/carta/o-direito-de-ser-brasileira/

[4] Lispector, Clarice. Tutti i racconti. Milano, Feltrinelli, 2019. https://www.lafeltrinelli.it/libri/clarice-lispector/tutti-i-racconti/9788807530388

[5] In portoghese: Lispector, Clarice. “O Ovo e a Galinha”. In A Legião Estrangeira. São Paulo, Ática, 1977, p. 81–84.

[6] “E a galinha? O ovo é o grande sacrifício da galinha. O ovo é a cruz que a galinha carrega na vida. O ovo é o sonho inatingível da galinha. A galinha ama o ovo. Ela não sabe que existe o ovo. Se soubesse que tem em si mesma um ovo, ela se salvaria? Se soubesse que tem em si mesma o ovo, perderia o estado de galinha. Ser uma galinha é a sobrevivência da galinha. Sobreviver é a salvação. Pois parece que viver não existe. Viver leva à morte. Então o que a galinha faz é estar permanentemente sobrevivendo. Sobreviver chama-se manter luta contra a vida que é mortal. Ser uma galinha é isso. A galinha tem o ar constrangido.”

[7] “Fiz do meu prazer e da minha dor o meu destino disfarçado. E ter apenas a própria vida é, para quem já viu o ovo, um sacrifício. Como aqueles que, no convento, varrem o chão e lavam a roupa, servindo sem a glória de função maior, meu trabalho é o de viver os meus prazeres e as minhas dores. É necessário que eu tenha a modéstia de viver.”

[8] Simone Paulino, capo della casa editrice Nós, che ha pubblicato tra gli altri anche Igiaba Scego, ha un bellissimo libricino divenuto un best-seller e che secondo me dovrebbe essere pubblicato anche in italiano, Como Clarice Lispector pode mudar sua vida (“Come Clarice Lispector può cambiare la tua vita”). São Paulo, Buzz, 2017.

[9] La tesi di dottorato in portoghese si trova qui “No limiar do silêncio e da letra: traços da autoria em Clarice Lispector.” Maria Lucia Homem https://www.teses.usp.br/teses/disponiveis/8/8151/tde-17102011-104726/publico/2011_MariaLuciaHomem.pdf.

[10] Consiglio vivamente di leggere questo saggio del suo traduttore Roberto Francavilla “A língua é um cavalo: Traduzir Clarice Lispector” http://www.olhodagua.ibilce.unesp.br/index.php/Olhodagua/article/viewFile/517/462.

[11] “Amor é quando é concedido participar um pouco mais. Poucos querem o amor, porque o amor é a grande desilusão de tudo o mais. E poucos suportam perder todas as outras ilusões. Há os que se voluntariam para o amor, pensando que o amor enriquecerá a vida pessoal. É o contrário: amor é finalmente a pobreza. Amor é não ter. Inclusive amor é a desilusão do que se pensava que era amor. E não é prêmio, por isso não envaidece, amor não é prêmio, é uma condição concedida exclusivamente para aqueles que, sem ele, corromperiam o ovo com a dor pessoal. Isso não faz do amor uma exceção honrosa; ele é exatamente concedido aos maus agentes, àqueles que atrapalhariam tudo se não lhes fosse permitido adivinhar vagamente.”

[12] “Uma experiência: / Talvez seja uma das experiências humanas e animais mais importantes. A de pedir socorro e, por pura bondade e compreensão do outro, o socorro ser dado. Talvez valha a pena ter nascido para que um dia mudamente se implore e mudamente se receba. Eu já pedi socorro. E não me foi negado. Senti-me então como se eu fosse um tigre perigoso com uma flecha cravada na carne, e que estivesse rondando devagar as pessoas medrosas para descobrir quem lhe tiraria a dor. E então uma pessoa tivesse sentido que um tigre ferido é apenas tão perigoso como uma criança. E aproximando-se da fera, sem medo de tocá-la, tivesse arrancado com cuidado a flecha fincada.E o tigre? Não, certas coisas nem pessoas nem animais podem agradecer. Então eu, o tigre, dei umas voltas vagarosas em frente à pessoa, hesitei, lambi uma das patas e depois, como não é a palavra o que tem importância, afastei-me silenciosamente.” Uma experiência è stato pubblicato il 22 giugno 1968 — Lispector, Clarice. A descoberta do Mundo Crónicas (1984), Lisboa, Relógio d’Água, 2013, pp. 153–154.

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