Un racconto inedito di Vincenzo Pardini

Vincenzo Pardini, nato nel 1950 vicino a Lucca, è uno dei narratori migliori e più stimati del nostro Paese. Di mestiere ha fatto la guardia giurata e vive in Garfagnana. Inserito nell'antologia del Racconto italiano (Meridiani Mondadori), ha pubblicato bellissimi libri.
Della sua arte m'ha sempre avvinto la vivezza con cui restituisce le figure umane, animali, vegetali, in un realismo senza aggettivi (Natalia Ginzburg lo ha chiamato "il nostro Maupassant") che coglie la natura, il natus, il vivente nelle sue molte forme e vicissitudini, in una luce di feroce grazia.
Pardini offre a clanDestino come segno di amicizia e stima artistica questo suo racconto inedito, breve e splendido.

Davide Rondoni

La vipera bevitrice di latte

di Vincenzo Pardini

 

IL TEMPO SCORREVA, ma Osvaldo Alcesti non riusciva a rimettersi in salute e deambulava a fatica. Condizione, abituato com’era a muoversi e a lavorare, che lo umiliava. Con lentezza, passo dopo passo, seguito da tre piccoli cani, ogni giorno andava fino alla rimessa a far visita ai suoi attrezzi agricoli. Gli sarebbe piaciuto mettere in funzione la motosega, con la quale aveva abbattuto molti alberi, ma doveva desistere. Poi guardava l’estensione del podere che, quella primavera, appariva incolto. Anche questo lo angustiava. Tornando a casa, osservava ogni cosa per meglio ricordare. Memorie e pensieri erano divenuti i suoi interlocutori insieme ai tre cagnetti, che mai lo abbandonavano. Si preannunciava un’estate piovosa. Improvvisi, irrompevano dei temporali. Finiti i quali, quasi sempre, dalla foresta cantava il cuculo. Il paese di Alcesti si trovava in montagna, e c’erano momenti, di giorno e di notte, di assoluto silenzio; un silenzio che, adesso, gli incuteva quasi paura. Ogni mattina, appena alzato, apriva la porta ai cagnolini. Una di quelle, gli ritornarono zoppicanti e intontiti. In breve giacquero, immobili, ai suoi piedi. Il veterinario diagnosticò che erano stati morsi da una vipera. Non gli restava che seppellirli. Lo fece suo figlio, che con la nuora si prendeva cura di lui. Morti i cani, le sue giornate furono ancora più malinconiche. Ma, d’improvviso, iniziarono a venirgli attorno casa dei gatti, gli stessi che i cani prima scacciavano. Allora lui cominciò a dargli crocchette e latte dentro una ciotola al centro dell’aia. Uno dei gatti prese anche a fargli le fusa e venirgli in casa. In tutti erano sette, di taglia robusta e di vari colori. Fuori gli stavano attorno, oppure sonnecchiavano sul muricciolo. Ma i suoi pensieri andavano alla vipera. Non doveva trovarsi lontana. Vipere e volpi stanno, spesso, vicino le case, dove possono cacciare i topi. Una mattina, versato il latte nella ciotola dei mici, tornato in casa, sentì che fra questi c’era movimento. Affacciatosi sulla porta scorse quanto mai non avrebbe immaginato: una grossa e lunga vipera, testa a triangolo e coda mozza, stava bevendo il latte; i gatti le erano attorno, le schiene inarcate. Ma come si avvicinavano, il rettile si attorcigliava su stesso, protendendo il collo: momento in cui, pronto a colpire, si sarebbe allungato. Arretrati i gatti, lei riprendeva a suggere il latte. Poi se ne andava, sparendo tra i sassi di un muro avvolto dall’edera. Osvaldo conosceva bene le vipere, e molte ne aveva uccise. Stavano in luoghi assolati e pietrosi, ma non era difficile trovarle nei pressi di corsi d’acqua, sempre che fossero assolati. Inutile dire che gli sarebbe piaciuto uccidere anche quella. Per farlo doveva procurarsi un lungo bastone con cui colpirle la testa. Ma non si decideva a cercarlo. Gli era parsa una vipera insolita, ed era curioso di rivederla. Passò qualche giorno senza che niente accadesse. Finché, una mattina, gli giunsero i miagolii rauchi dei gatti che si fronteggiano nel periodo degli amori. Stavolta, come dislocati in formazione, avevano accerchiato la vipera e simulavano degli attacchi; soffiando, allungavano e ritraevano le zampe anteriori e facevano dei brevi balzi verso la ciotola del latte. La vipera scattava in avanti, sibilando; nei suoi movimenti c’era una simmetria gelida, metallica e precisa, quasi fosse azionata da un congegno meccanico. I gatti insistevano, il rettile non demordeva restando in guardia. Alla luce del sole, i suoi colori grigiastri brillavano come quelli di un oggetto prezioso; pur della sua terribilità, sprigionava qualcosa di regale. Un gatto fece l’atto di aggranfiarla ma, subito, colpito sul naso, indietreggiò; quello che faceva le fusa a Osvaldo, fulmineo, la addentò invece sul collo, spezzandoglielo. Sebbene decapitata, la vipera continuò a muoversi come fosse ancora viva. Osvaldo fu percorso da un brivido. Quella vipera, morendo, gli aveva fatto balenare nella mente sequenze del suo passato, e più che mai si sentì vecchio. Anzi, come fosse nato già vecchio.

Tra le opere di Vincenzo Pardini si ricordano La volpe bianca, racconti, La Pilotta 1981; Il falco d'oro, racconti, Mondadori 1983; Il racconto della Luna, romanzo, Mondadori 1987; Jodo Cartamigli, romanzo, Mondadori 1989 (Premio Nazionale Rhegium Julii, Narrativa 1989 e Premio Gandovere Franciacorta 1989); La mappa delle asce, racconti Theoria 1990; La congiura delle ombre, racconti Theoria 1991; Giovale, romanzo, Bompiani 1993; Rasoio di guerra, racconti, Giunti 1999; La terza scimmia, racconti, Quiritta 2001 (Premio Pasolini per la narrativa 2001); Lettera a Dio, romanzo, peQuod 2004; Tra uomini e lupi, racconti, peQuod 2005 (Premio Viareggio Repaci un libro per l'inverno 2006; finalista Premio Volponi 2006); Rasoio di guerra, racconti, peQuod 2007; Banda randagia, racconti, Fandango Libri 2010; Il postale, romanzo, Fandango Libri 2012; Grande secolo d'oro e di dolore, romanzo, il Saggiatore 2017. E i libri per bambini: Gnenco il pirata, romanzo per ragazzi, Emme Edizioni 1990; Pumillo il gatto dei boschi, romanzo per ragazzi, Laterza 1998; Gli animali in guerra, romanzo per ragazzi, Laterza 1999.

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