Un incontro. ClanDestino per Gianni Scalia

L’incontro, la parola

Breve testimonianza per Gianni Scalia

 

 

Probabilmente, fino a qualche anno fa, conservavo ancora quei nastri, i dialoghi con Gianni. Appartenevano al progetto più ampio di una pubblicazione. Ora, tra un trasloco e l’altro, chissà dove saranno finiti. Pagherei per riaverli. Per restituire, di quei momenti, anche solo una pallidissima traccia ‘fisica’ – ma la traccia è ben altra – di lui innanzitutto, di quei preziosi momenti. A Davide Rondoni venne l’idea di un piccolo libro di conversazioni, a più voci, con Scalia. Eravamo io, Guido Monti e lo stesso Davide. Più altri giovani interlocutori ancora. Accademico di nessuna accademia sarebbe uscito solo cinque anni più tardi, nel 2010. E lo avrei letto, integralmente, solo allora. Era il 2005, proprio l’anno in cui, ricordo, morì Mario Luzi. La nostra conoscenza risaliva a tempo prima, quando iniziai un lavoro per la scuola su Pasolini e alla tesi sulle antologie di poesia italiana. Ma volevo conoscerlo, al di là dei piccoli o grandi pretesti, dal ’98, quando fece un notevole intervento sulla traduzione nel convegno L’Europa dei poeti organizzato dal Centro di poesia di Bologna. O sarà l’Europa della traduzione o non sarà. Così chiudeva, le parole erano proprio quelle. Un nodo importante di un lavoro decennale, e fondamentale, portato avanti con In forma di parole. Era iniziata la nostra amicizia. Ogni incontro con lui, quando uscivo dal suo appartamento di via Castiglione, anche se spesso con la sensazione di ‘non averci capito molto’, mi dava spunti importanti. Come se avesse piantato nella mia testa dei piccoli semi di pensiero. Non ho mai capito quanto avessero attecchito – o forse solo adesso – ma dopo la notizia della sua scomparsa, pochi giorni fa, ripresi subito in mano quel libretto. L’ho letto con un’attenzione e una consapevolezza che di certo allora non avevo avuto. Ne ho colto il disegno, il percorso, che si era formato in quelle tante ore in sua compagnia nel suo studio, tra domande continue, risposte a volte lapidarie, a volte come sospese e aperte.

Mi interessava soprattutto parlare con lui di poesia, anche di altro. Il suo amore per la parola, anche al di là delle implicazioni filosofiche, era abissale. Il suo pensiero primo era la parola. Anche quando usava la voce. La costruzione delle sue frasi si rivelava complessa, lucidissima, e avvolgente, come lui era. Come un incessante movimento, a cerchi concentrici. Non si serviva di quel movimento, di quelle parole: il suo pensiero era quel movimento, la pronuncia di quelle parole. Ricordando Gianni, più che mai credo di averlo capito. E uno dei suoi fulcri, per parlare di tante cose, era proprio la poesia.

In quegli anni a Bologna era nato il Centro di poesia contemporanea, e si parlava tantissimo dell’insegnamento di Luzi, tra gli altri, di una poesia che non si deve ‘separare’, ma piuttosto ritornare alle cose, al mondo, alla realtà, alla naturalezza. Per chi, in quel momento e in quei luoghi, incominciava a muovere dei passi in poesia, questa riflessione era rivelatrice. Con Gianni cercai più volte di portare il discorso su questo punto. Nel corso dei tanti incontri con lui, pur tra mille fraintendimenti, capii come la questione potesse avere risonanze ulteriori. Citava spessissimo Heidegger, di cui aveva letto e studiato praticamente tutto, il cui pensiero gli era sempre compagno, aveva segnato in qualche modo la sua vita. Lo si legge bene anche nel nostro piccolo libro. “La parola poetica è parola dell’essenza”. Cominciai seriamente a ragionarci. La poesia è quanto c’è di più prossimo alla parola come fondamento, preesistente al mondo stesso. La parola – dunque anche la poesia – anche quando si incarna nel mondo e nella storia, reca sempre in sé il principio, la traccia dell’origine. La parola del poeta, pronunciata, dice il mondo. Non è ‘poetica’, non è ideologia. Amava ripeterlo, a più riprese, amava ritornarci. La parola e la poesia si incarnano, sì, è necessario che avvenga, ma allo stesso tempo preesiste, la sua natura è numinosa. Le due cose non si oppongono. Si parlava di questo, ma anche, spesso, di teologia. La sua ricerca era inesausta. Un pomeriggio, più pomeriggi, si tornò sulla poesia che è essenza e parlò, quasi collegandosi, anche di Kenosis, di rivelazione e assenza, di domande senza risposta,del malum mundi, della morte di Dio. Tutto questo, ad un primo impatto, dava le vertigini. Voleva sempre andare al cuore, guardare in faccia, dissimulando talvolta con ironia sottile. Non era facile seguirlo, no di certo, ma cercava comunque di prendere per mano, di accompagnarti, ogni volta. Di delimitare uno spazio accogliente, tra lui e noi, che proiettava oltre.

Del suo rapporto personale con Pier Paolo Pasolini, poi, parlammo veramente poco. Non volli chiedergli più di tanto. Discutemmo molto, questo sì, della sua poesia allegorica e soprattutto del Pasolini estremo, quello postumo. Di Salò, di Petrolio. Credo fu uno dei nostri ultimi incontri, uno dei ricordi più vivi di lui che mi sono rimasti. Non a caso, credo. Mi parlò di un’ultima lettera che Pasolini, poco prima di morire, gli scrisse. Si rabbuiò un poco mentre me ne parlò, per qualche minuto rimase così. Cosa poteva esserci scritto me lo sono chiesto spesso in questi anni, che non l’ho più visto, né sentito, nonostante l’affetto importante. Ma non l’avrei mai saputo, perché né a me, né ad altri, quella lettera l’avrebbe mai mostrata.

 

 

 

Valentino Fossati

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