Un bellissimo imbroglio

di Gaia Boni

Qualche mese fa, Michele Laurelli mi aveva inviato un file contenente delle poesie create da un robot. Inizialmente ero molto titubante nel leggerle e prenderle in considerazione, poi questa è stata un’estate piena di poesia e scambi umani, quindi sono arrivata a dar loro attenzione solo l’ultimo giorno d’agosto.
Come un’anima di Cristo è il titolo di una raccolta di poesie realizzate da un’intelligenza artificiale. Come scrive l’autore: “Si tratta della prima attività di questo tipo in lingua italiana. Michele Laurelli è l’autore dei tre algoritmi che hanno insegnato a una rete neurale artificiale il lessico, la sintassi e le strutture testuali della lingua italiana, grazie a un dataset costituito da alcuni tra i più importanti libri di poesia italiana del primo Novecento”.
Dopo aver letto con attenzione tutti i ventisette componimenti si rimane alquanto perplessi. Alcuni versi si possono considerare notevoli, interessanti e intensi, ma è proprio questo il punto su cui ci si dovrebbe soffermare: intensi? Così pare infatti a una prima lettura e forse, non sapendo la mano che li ha scritti, verrebbe anche l’istinto di ritrovarsi in quelle parole che solitamente il poeta sceglie con grande cura, con attenzione di significato in ogni sfumatura e vissuto.
L’essere poeta, si può vedere come un processo complesso in quanto lavora sulle fondamenta proprie e successivamente altrui, sulle architetture interne del cuore, della percezione che abbiamo di una determinata esperienza e tenta, vivendo prima e rielaborando il tutto poi, di esperirlo in versi.
Il poeta deve conoscere e scottarsi con la fiamma della vita, delle sensazioni, se non le può vivere direttamente le acquisisce dalla memoria di altri e questo processo di auscultazione del mondo porta ad altre emozioni, altri sentimenti ed elucubrazioni mentali che solo un essere umano è in grado di produrre.
Nella raccolta vengono citati il lessico, la sintassi, le strutture testuali della lingua italiana, metalli fusi a creare un calderone dove ribollono le parole dei più importanti libri di poesia italiana del primo Novecento. Cosa serve dunque per fare poesia? Occorrono davvero solo lessico, sintassi e strutture, aggiungendo anche un pizzico di cultura novecentesca italiana? Credo di no.
Questa macchina stupefacente, dopo letture e riletture dei testi inseriti al suo interno, seguendo la sua rete neurale e dopo aver appreso, dopo aver “ragionato”, ha creato una stringa di parole somigliante a un verso poetico.
Alcuni di essi hanno al loro interno termini profondamente radicati nell’esperienza umana come Cristo, la patria, la casa:

Dea,
mai più
non più
non tu

quel Cristo
lo voglio raccontare
*

Mare
di un cielo inesorabile
dei pini
e della tua casa

trasale la tua dolce esultanza
e la tua patria vera
*

I versi veri da cui l’intelligenza artificiale ha tratto “ispirazione” sono stati vissuti da poeti che prima ancora d’essere scrittori erano persone, e che hanno fatto nascere ogni parola da un accaduto fisico o immaginario, mentre la macchina li esprime secondo calcoli brillanti ma in questo brillare si scorge una luce gelida e un distacco dai sentimenti, un esprimere con termini notevoli, un falso d’autore.
Come può un non-umano parlare, scrivere e pensare Cristo? Anche il più ateo del pianeta, per giungere alla sua decisione spirituale di non spiritualità ha fatto un percorso che è sorto dal vivere quotidiano proprie e altrui esperienze. Per non parlare della storia, di tutto quell’universo che esiste legato a Dio e alla casa che, per alcuni, sono anche sinonimi. E la patria, così fortemente radicata in alcuni di noi, in altri un sentito più lieve, e da umani riconoscerne ogni accezione e sfumatura, anche solo il trovarsi smarriti, apolidi, è un’esperienza che dei calcoli matematici non potranno mai comprendere.

Ringrazio profondamente questa difficile e innovativa prova che Laurelli ha intrapreso e vinto, perché senza persone come lui, senza queste meraviglie della tecnologia, anche certe riflessioni verrebbero meno, senza quel pungolo che stuzzica il pensiero, si rischia di dimenticarsi delle cose più semplici; la macchina geniale ha creato un bellissimo “imbroglio” che solo noi esseri umani riusciamo a svelare, perché possiamo vivere sentendo ogni giorno le parole del mondo.

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