Umberto Fiori e il Conoscente: un incontro

di Alessandra Corbetta

Ha qualcosa di geniale l’ultima produzione di Umberto Fiori, qualcosa che va oltre l’aspettativa.

In un’ambientazione tra il verosimile e il reale, datata anni Ottanta, viene messa in scena la rappresentazione, quasi teatrale, di un incontro sui generis, quello tra il Signor Umberto Fiori, nome e cognome falsamente riconducibili all’autobiografia dell’autore ma assai funzionali ad avvolgere tutto di fitta credibilità, e l’improbabile ma probabilissimo Conoscente, sbucato fuori da un passato non ben precisato, nelle cui affermazioni-sentenza e domande-che-non-vogliono-risposta si sommano i tanti conoscenti e finti amici in cui, volenti o nolenti, a ognuno tocca imbattersi nel proprio percorso esistenziale. Ha la spietatezza dell’incuranza e dell’ignoranza la saccenza il Conoscente e mille volti, ognuno simile a quello di qualcuno che abbiamo già incontrato e che ci ha detto proprio quelle cose; a rispondergli il Fiori personaggio, portavoce di una voce fuori campo, fuori tempo e fuori moda – così sembrerebbe auto considerarsi in quel gioco di dissacrante ironia che investe tutta l’opera – eppure dilaniante e tagliente nella sua autenticità, nel suo totale e puro tentativo di esserlo.

La raccolta è il dialogo continuo tra protagonista e antagonista dove, nonostante la scorrevolezza dei passaggi e delle vicende descritte, lo spessore poetico resta altissimo; e infatti l’aspettativa superata non è quella relativa al versificare dell’Umberto Fiori poeta, che non delude ma anzi conferma voce, stile e visione sul mondo, restando riconoscibile eppure di nuovo capace di sorprendere; ciò che non si ci si aspetta è che qualcuno, ed è proprio Fiori a farlo, scardini i convenevoli, intesi nella loro forma originaria di “ciò che conviene dire” e anche in quella conseguente di “non dire mai altro da ciò che è meglio si dica”. Fiori sulla vita, sulla poesia, sul sé e sugli altri, compie un lavoro di profondissima analisi sociologica, identitaria, relazionale e anche storica che, ne Il Conoscente, trova una formulazione espressiva inusuale ma riuscitissima, in cui viene tracciata una linea, non più eliminabile, tra chi vuole vedere e chi preferisce perseverare nella propria ostinata cecità.

È vero: ci sono giorni
che le vostre parole più care e buone
mi suonano come insulti,
giorni che dal mattino alla sera il sole
splende contro di me
come contro un ritaglio di lamiera:
non mi si parla senza avere
dritto in faccia
il suo abbaglio tremendo. Ci sono volte
che mi trovate là,
fermo, freddo
come l’avanzo nel piatto.
Non vi ascolto, non alzo nemmeno gli occhi.

È che ho la testa piena
di una scena che ho visto
tanti anni fa.


Il Conoscente tace. Mi dà ascolto
come la luna ai cani.

Un ascolto infinito
mi dà, che si spalanca
sotto di me come un burrone.

Per coprire quel vuoto, io proseguo:
“E insomma, alla fine, senti:
invidiare a Sempronio quello che ottiene
(diplomi in pergamena, assegni, fama,
zuppiere artistiche in argento, cattedre)
se uno poi considera quanto valgono
le quattro cose che pensa scrive e fa
- diciamo la verità –
è un po’ come invidiare a un paralitico
la vera pelle, le splendide cromature
della sua sedia a rotelle”.

“…
Morirò. Non vedrò la vita vera.

Ma ecco: un altro pensiero
fermentava da questa disperazione.
Anzi, non un pensiero: una visione.
Meglio: una vista.
Di colpo, ho visto il mondo.
E dentro il mondo, le figure:
un albero, un passante, un capannone.
Ho visto l’ora, il qui che mi teneva
con loro. Senza proclami, senza bandiere,
senza una verità da far valere,
senza un noi a vantarla e a custodirla.
Chiunque. Ognuno. Uno. Come tutti
da sempre, in ogni tempo.
Da allora, sono finalmente solo
- vedi? - di fronte al mondo, a pronunciarlo
come posso, con quelle venti parole
che mi sono rimaste. Ora basta.
Di quel che faccio, soltanto io rispondo.
Se parlo, è a nome mio. La mia morte
nessuno può morirla”.

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