Insidia e salvezza della soglia. Per “Turno R” di Sergio Cristaldi

di Antonio Sichera

  1. Introduzione

«Wozu Dichter in dürftiger Zeit?». «A che poeti in un tempo indigente?», così cantava lo Hölderlin di Brod und Wein (Pane e vino), l'elegia ripresa da Heidegger in un famoso saggio degli Holzwege. Era un interrogativo radicale, che nell'esegesi del filosofo di Messkirch equivaleva alla domanda urgente su quale fosse il senso della poesia e dei poeti nel tempo notturno della storia degli uomini, il tempo dell'assenza di Dio. Si potrebbe ripetere ancor oggi, questa domanda, sotto altre forme, eppur con la stessa intonazione dolorosa. Perché in un tempo come il nostro, in cui a prevalere sembra essere la parola-immagine, la parola messa comunque in circolo, la parola chiacchierata, la parola in-pensata, in un tempo in cui si fa professione critica – sulla scia di Franco Moretti e dei tanti suoi seguaci – di Distant Reading, ovvero di primato della lettura-non-lettura, che non tratti i testi come singolarità irripetibili e dialoganti, ma li concepisca quali dati e stringhe da cui estrarre informazioni senza alcun riguardo per il loro contenuto proprio, ecco, in un tempo così c'è da chiedersi quale ruolo e quale senso abbia la poesia. La poesia che è parola necessariamente limitata, distillata, e che esige – per dirla in termini morettiani – il Close Reading, e cioè la lettura ravvicinata, il cabotaggio, la dimora nell'universo del testo, e che sembra quindi quanto di più lontano possa esserci dalle maschere della parola dominante.

Eppure, quando esce un libro di poesia (di poesia autentica, e non ne escono tanti), quando un poeta compie un gesto, che è quello di esporre sé stesso e la propria voce davanti all'altro, allora viene ogni volta dichiarata nel mondo una fede ingenua e originaria nella forza inconcussa della poesia, non nel senso della fede in una religione tra le altre – retaggio di un mito romantico ormai esauritosi –, ma della poesia quale strenua professione di dignità dell'umano, in cui qualcuno dicendosi in profondità consente – come intuì Benjamin – al mondo stesso e alla creazione tutta di 'dirsi', di venire alla luce, nel miracolo costante e inavvertito del quotidiano apparire delle cose, del nostro stesso vivere animato da un desiderio più forte di noi. Queste pagine intendono perciò dare testimonianza al coraggio di Sergio Cristaldi, di questo critico e filologo dantesco di lungo corso e di prestigio riconosciuto, che ha avuto il coraggio di lasciare le sponde rassicuranti della locuzione accademica, della forma saggistica, per esporsi, per avventurarsi nel mare pericolosissimo – soprattutto per i critici – di una poesia coltivata e pronunziata in prima persona. Un dirsi che non è – mi preme chiarirlo subito – il solito stucchevole esercizio dei professori che a un certo punto della vita invidiano la vena dei poeti, degli scrittori, e provano a mettersi in proprio, denunziando spesso sin dalle prime pagine tutta l'artificiosità delle loro presunte operazioni letterarie. Per Sergio non è così. Certo ci sono tante letture e c'è tanta cultura dietro i suoi versi, ma quel che li distingue e li fa appartenere al dominio del poetico è che, in fin dei conti, dietro questi versi c'è Sergio Cristaldi, c'è il suo modo di sentire la vita, c'è il suo modo di guardarla, e di intonare la voce ad un canto privo di presupposti.

  1. La struttura del libro

Una volta ascritto Turno R, almeno per quel che mi riguarda, all'anagrafe della poesia, non mi resta che entrare brevemente 'dentro' quest'opera prima, esaminandola a tutto tondo, cercandone le ragioni e scrutandone gli orizzonti. Delle epigrafi parlerò alla fine. Intanto la struttura del libro: un componimento incipitario, seguito da dieci sezioni. Si tratta di un'orchestrazione molto equilibrata, che funziona secondo uno schema oppositivo di tipo binario. Guardiamo i titoli: Ultima chiamata, Stagioni in battere, in levare; Abitare; Partenze Departures; Assicurarsi contro gli infortuni; Altre assoluzioni; Canzoniere per vinile e fruscio; Celie, cenni; L'attesa della malattia; Foto sullo smartphone; Piaghe, rinascita. Proviamo a capire.

Se l'ultima chiamata evoca l'emergenza, le stagioni in battere, in levare, riconducono la percezione del tempo alla ciclicità della physis. Sul piano della collocazione nello spazio, si passa dal verbo della dimora e della permanenza (Abitare) al sostantivo del movimento principe – Partenze –, raddoppiato in Departures per evocare la versione 'aerea' dello spostamento. Se si guarda agli eventi dell'esistenza, si fronteggiano nel libro gli infortuni di Assicurarsi contro gli infortuni e gli scioglimenti di Altre assoluzioni. Sul versante del dire, della parola – altro aspetto fondamentale dell'esserci – si va dal canzoniere alle celie, dalla parola nella sua forma somma, seppur in minore, del canzoniere poetico, allo scherzo verbale, al gioco spesso accompagnato dal gesto, dal 'cenno', appunto. Passando alla dinamica delle condizioni stesse della vita, la malattia e il suo drammatico rilievo corporeo (L'attesa della malattia) si contrappongono alla leggerezza dell'immagine impressa sullo smartphone di Foto sullo smartphone. E quasi a presentare al lettore in clausola la cifra ultima di queste dinamiche il libro si chiude con una sezione internamente antipodica: Piaghe, rinascita. Come a dire che la vita è – per il poeta di Turno R – una inesausta escursione tra l'emergenza e la ripetizione, tra lo stare e l'andare, tra gli accidenti e la grazia, tra la parola alta, solenne e la parola bassa, quotidiana, tra l'apice sempre inatteso e sempre temuto della malattia, e la levità infantile dell'immagine generata dallo strumento simbolo della tecnologia contemporanea. La sua lirica si colloca in questo luogo liminare, riposa su questa soglia e la illumina umilmente (Turno R, appunto), con una consapevolezza forte del dolore dell'esistenza ma con una speranza indefettibile che alla fine giungerà una rinascita, e l'angoscia incipiente finirà in un nuovo inizio.

  1. Le forme, lo stile, gli intertesti

Se orientiamo lo sguardo verso le forme metriche di Turno R, notiamo intanto come ci siano da un punto di vista puramente quantitativo testi di diversa misura: si va dai 14 versi della lirica iniziale (ma nel libro si trova anche un componimento di 13 versi) ai 79 della poesia conclusiva. La sensazione è quella di un progressivo ampliamento, in quanto la misura, considerata nel complesso, si dilata, con testi che in media diventano sempre più lunghi, fino ai 59 e poi ai 79 versi delle ultime poesie. Le forme liriche costruite dal poeta di Turno R, gli organismi viventi della sua musica sembrano insomma essere stati concepiti e organizzati per espansioni progressive, che non escludono i ritorni di testi brevi ma che lasciano nel lettore la sensazione di un respiro che si va allargando, come se la contrazione angosciosa di Ultima chiamata – perché l'angoscia è tecnicamente una mancanza di respiro – si distendesse di mossa in mossa verso un sollievo finale, una lunga espirazione, dolorosa ma liberante (Lungo la via dolorosa, Maria). Non sarà sfuggito al lettore, d'altronde, un certo privilegio per il dispari, per l'impari, che accosterei alla scelta di dividere il libro in undici parti. Come se dalla sua struttura alle sue forme metriche Turno R intendesse parteggiare per l'impari, volesse dichiarare la condizione 'dispari' dell'esistenza, perché basta addentrarsi nella terra del vivere senza orpelli per rendersi conto – sembra dire implicitamente il poeta – che non si è mai in pari con la vita. «Va bene così, nessuna avventura / ha le carte in perfetta regola, / e il ciclo instabile può giocare perfino a favore. Un brindisi» (Per ogni evenienza). La tipologia dei versi rilevabili all'interno del libro duplica poi idealmente lo schema delle forme, poiché si va da versi di cinque sillabe a versi lunghi di tredici sillabe e oltre, con una predilezione costante per la clausola aforistica marcata dal settenario («questa folata, affila»; «estranea la festa, muta»).

Dal punto di vista stilistico, il procedimento assolutamente dominante è l'accumulazione, in un martellante stile nominale, dove il sostantivo prevale ad arte sul verbo, ridotto di norma a svolgere un ruolo sussidiario: «Aprile in grazie e gramaglie, / freddo al risveglio, costernazione / dopo le prime estasi / nei pomeriggi lunghi, / riprendere col giaccone sopra i sogni, / con la gola tagliata, / colpi di tosse per strada, il desiderio annaspa nel trabocchetto delle correnti […]» (Primavera e smentite). È chiaro l'effetto di implicitezza, di evocatività di questa scelta stilistica, che punta su una paratassi esasperata, su un ritmo asindetico, sul privilegio accordato agli enunciati nominali, ma senza alcuna indulgenza verso una qualsiasi patina ermetica. Se infatti l'uso dello stile nominale facilita in poesia il coinvolgimento emotivo e la percezione di atemporalità della scena lirica, l'auctor di Turno R si appropria di questo dispositivo in un originale atteggiamento antinomico, per cui il fuori dal tempo dello stile si fonde e al contempo stride con l'essere pienamente nel tempo proprio di questo testi, con la Zeitlichkeit della poesia di Turno R; così come l'inclinazione lirica viene bilanciata dal discorso e il coinvolgimento emotivo contraddetto dalla distanza. Ancora soglia, insomma, ancora limen.

Ed è la stessa logica che sostiene l'intertestualità più esposta del libro, che fa convergere il portato della migliore lirica novecentista nella sostanza smarginata e approssimativa dell'esistenza del migliore antinovecentismo. Come se la fatica e la bassura del mondo tipiche della seconda stagione montaliana fossero immesse nella forma sorvegliatissima di un libro come Le occasioni (c'è un testo di Turno R che le richiama esplicitamente: Ricominciare con chi), come se l'altra faccia del mondo – quella misera, franta, consumata, fossile e residuale, tipica ad esempio del secondo Sinisgalli – fosse pronunziata con il controllo e la precisione della lirica alta del Novecento. L'impasto è acuto e sorprendente, e lascia il senso di una lunga meditazione, di un faticoso cercare, per rinvenire il proprio posto tra i maiores, per partecipare dal proprio posto alla sacra conversazione dei poeti.

  1. Lessico, temi, semantica

Giungiamo così, sulla scorta delle considerazioni precedenti, alle parole di Turno R, ai suoi temi e alla sua semantica interna. Il lettore spassionato non può non cogliere, a prima vista, il vissuto della deiezione che percorre questi versi. Non c'è indulgenza o camuffamento, nel libro di Cristaldi, nei confronti del versante oscuro del mondo, del nostro mondo: «opaca» è non per nulla la prima forma lessicale del volume. Basta scorrere le liriche per scontrarsi col fango, con l'emorragia, col disgusto, con le mosche, con i topi, con le cianfrusaglie, con le schegge di vetro, coi rovi e coi rottami, insomma con una profluvie inesausta di correlativi oggettivi della fatica e dell'opacità del vivere: la finestra rattoppata col cartone, la ressa confusa e sudata, il fosso avvelenato dalle immondizie, la piattola impazzita, i piatti melmosi sono solo alcune tra le parole e i sintagmi del campo semantico dell'«immondità», che si propone in Turno R come una chiave di lettura ineludibile dell'esperienza umana, dove l'impuro è al contempo (con una ‘heideggeriana’ licenza etimologica) ciò che nega il mondo (l’in-mondo) mentre lo connota. La nebbia rappresenta l'ovvio agente atmosferico di questa condizione.

In un rapporto di stretta conseguenzialità, nel sistema semantico del libro, rispetto all'immondo, c'è l'occorrenza insistita della parola «turno», la parola chiave del libro, che dal titolo si riversa su Partenze, sull'Attesa della malattia e sulle Foto con lo smartphone, lievitando velocemente verso la sua accezione metaforica più forte, richiamata dal Pascal delle Pensées, dove il turno è il turno di morire, quello che tutti gli uomini aspettano senza rendersene conto, ignari e distratti rispetto al loro destino. Ci scordiamo infatti di essere «parte dell'universale sfacimento» (In programma). Il turno, «l'oltraggio irreversibile» di cui i contrattempi sono solo «un assaggio» (In programma) è lo spazio e il motivo della desistenza («Resistere ancora in prima linea / è impossibile / ha fatto i suoi conti / chi ripiega su una calma lenta», Exit strategy), della chiusura che fa mancare l'aria e che finisce nella morte cruda, priva di consolazioni a buon mercato: «Che cosa aspettarsi quando / la stanza è un nodo scorsoio / e le gambe si stanno sciogliendo / in un vuoto senza appigli […] che cosa aspettarsi, ci sono / macchie sulle lenzuola e diademi / in alto, nel nero che avanza» (Segni della fine).

La semantica dell'immondità, del versante oscuro, deietto e mortuario del mondo, appare fessurata nel libro da una semantica della possibilità, che condensa attorno a sé il 'rimettere in sesto' di Onori di casa, il fiore nel bicchiere di plastica, la corolla sulla pianta grassa, il corpo a corpo della luce con la notte, sul terrazzo, la fessura infine che fa entrare un filo d'aria, che fa «riprendere la vita», «respirare fuori dalla trincea» (Allo scoperto). Si tratta di rimanere in equilibrio («Come tenere l'equilibrio sull'orlo, / l'invocazione nel campo minato», Battuta d'arresto) di coltivare l'attesa («l'attesa superstite di un incontro», Equipaggio), di restare aperti, «perché solo una meta mai vista aguzza sillabe, spazi» (Virtù dell'indirizzo). Ci vuole però «coraggio», ci vuole «fiducia». Il coraggio di iniziare, la fiducia per ripartire. E in Turno R questa fiducia viene da un tu. Non si tratta di un'epifania, ma di una ricerca e di una speranza: «tu in mezzo, / non può bastare, / ma non è come niente». È la «felicità di una faccia», di un incontro, che in fin dei conti ci rimette in sesto e ci consente di ricominciare. Mai facendo dell'altro o dell'altra la saturazione di un bisogno, ma il filo del tessuto fine di un desiderio: «Adesso che non sei qui ogni istante / vuole tutto, si deve a queste / presenze l'abbraccio senza riserve, / è il solo modo per restare / nel tuo solco, per non perderti di vista» (Ricominciare con chi).

Bisogna vivere «sulla soglia / esposta l'azzardo d'esserci». E niente, nemmeno l'amore, può pretendere differenza, nitidezza, trionfo. La sezione evangelica che chiude Turno R è dedicata non per nulla alla passio Christi, ma da una angolatura logica e straniante: quella di Pilato, che riflette e rimugina dopo la sentenza, di Pietro il rinnegato, di Maria, che segue Gesù sulla via dolorosa. Lì dove nemmeno l'amore più alto appare senza scorie. Perché è «l'amore intatto nella pietraia / fra schegge che aizzano la bestemmia»; è la manifestazione oscura (Dio imprevedibile, oscuro) del Dio della luce; è il riconoscimento della freccia, dell'asse del mondo in colui che è il barcollante e il consegnato.

Così si chiude Turno R, libro dell'angoscia e del coraggio di vivere, della tragedia e della rinascita, del confine e della speranza. Le sue epigrafi sono da questo punto di vista i suoi sigilli, e riportano la poesia di Sergio verso modelli fascinosi: il Bonnefoy di Douve e il Carver di Orientarsi con le stelle. E davvero Il fenomeno – la lirica carveriana citata da Sergio, può fare da controcanto e da ideale epilogo di un libro che dice la complicazione e il desiderio, la luna e il sole della vita: «Mi sono svegliato esausto. Dio solo sa / dove sono stato tutta la notte, ma mi dolgono i piedi, / fuori dalla finestra si sta verificando un fenomeno. / Sole e luna se ne stanno sospesi a fianco a fianco sull’acqua. / Due facce della stessa moneta. Mi alzo dal letto / lentamente, un po’ come farebbe un vecchio […] / Ma poi / guardo di nuovo fuori e sono sopraffatto da una sensazione. / Ancora una vola la bellezza di questo posto mi mozza il fiato. / Se ho mai sostenuto il contrario stavo mentendo».

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