Tribolazioni notturne di una solitaria verdura

Un racconto di Bianca Savigni

Quella sera Camilla era affacciata alla finestra della sua camera, pensierosa. Tutto era pronto per la cerimonia del giorno successivo, quando sarebbero venuti a prenderla per condurla al mercato ortofrutticolo. Laggiù qualche vizza nonnina l’avrebbe infilata nella sua brava sporta e se la sarebbe  portata  casa, l’avrebbe lavata, affettata abilmente secondo il rito tradizionale e messa sott’olio assieme ad altre floride primizie. Una fine onorevole, che l’avrebbe colta al culmine di una rapidissima carriera, cominciata e finita quando aveva figurato nella campagna pubblicitaria della Peperlizia. Visti gli esordi da ortaggio dilettante, non si poteva che andare fieri della fulmineità del suo successo. Lei stessa, fino a poche ore prima, non aveva smesso di rallegrarsene, non fosse stato che…

Non fosse stato che, proprio quella pomeriggio verso il crepuscolo, Fedifrago, il suo fedele e sollecito daimon, si era fatto sentire di nuovo. Con molta severità aveva ingiunto a Camilla di astenersi dal passo che ne avrebbe consacrato il nome nell’Empireo delle celebrità, a prezzo del sublime martirio.

La piccola non riusciva a darsi ragione dell’opposizione del suo, fino a quel momento, più saggio e leale consigliere, l’amico che l’aveva sempre soccorsa nelle più insidiose difficoltà, rendendole chiaro senza alcun dubbio che il cielo aveva per lei un qualche provvido e misterioso piano, e che non le era venuto meno neppure nel momento della metamorfosi.

Era infatti successo che quella mattina, come ogni giorno, alle otto in punto Camilla era rotolata rovinosamente giù dal letto. Dolorante e assonnata, dimenticandosi di accendere la luce, in virtù della forza dell’abitudine si era diretta lemme lemme verso il lavabo. Fatti pochi metri aveva sobbalzato, incespicato e si era fermata di colpo: qualcosa non andava nel modo consueto. Per quanto si sforzasse, non solo non riusciva a camminare, ma nemmeno – e questa era la cosa più terribile – riusciva a percepire le proprie braccia o il proprio corpo, che, per quanto brufoloso e strapazzato potesse apparire, era pur sempre un porto  sicuro nell’incertezza dell’esistenza. Decisamente la situazione mostrava un volto inquietante.

“Maledizione!” aveva pensato Camilla, “che uno scienziato pazzo si sia introdotto nottetempo nella mia stanza, mi abbia rubato il cervello e per divertirsi l’abbia conservato vivo e pensante in una vasca di liquido nutriente?! Sarebbe terribile, ma non impossibile!” La sua fantasia correva senza controllo.

Alla fine però aveva prevalso in lei il senso comune. Doveva trattarsi certamente di un sogno: tutto quel che bisognava fare era mantenere la calma e riprendere così il dominio dei propri processi mentali. “Avanti, – si era ripetuta, – avanti, pensa Camilla, dove può essere andata a finire la tua ghiandola pineale? Non può essersi involata di colpo”. Ma ogni sforzo era inefficace.

Per fortuna a far socraticamente luce sull’accaduto ci aveva pensato quella saggia donna di sua madre. Apparsa sulla porta, aveva proferito: – Alzati, Cami, è tardi! Perderai l’autobus se non… Oh, ma guarda, come c’è finito un peperone nella tua stanza? –

“Un peperone? Non saprei proprio. Scommetto che è stato il gatto.”

Sì, doveva essere colpa del gatto.

A meno che…

A meno che, a dispetto dell’incredulità, una nuova, sorprendente autocoscienza non avesse iniziato a dilatarsi in lei, operando un prodigio inaudito: dove prima stavano carne e sangue erano comparse linfa e morbida polpa ricca di sali minerali. L’infelice Camilla fu sul punto di scoppiare in un patetico pianto, ma ormai non aveva più gli occhi per versare lacrime. Come Dafne, aveva irrimediabilmente perduto ogni umana parvenza, pur conservando intatta la forza d’animo. E infatti iniziò a rotolare freneticamente in giro per la stanza, fremendo e sussultando a più riprese, per dar prova del proprio eccezionale autodominio.

Presa coscienza di come stavano le cose, i genitori non avevano lesinato sforzi né spese: appena un paio d’ore dopo la scoperta, era stato consultato in tutta fretta l’insigne psicoanalista dottor Von Faronen. Questi aveva aspirato una boccata di fumo dal sigaro, mentre lanciava al prodigio un’occhiata clinica dietro le lenti immacolate, e aveva sentenziato:Fossi in voi non mi preoccuperei più di tanto: vedo tanti genitori che convivono gaiamente con dei perfetti zucconi. Ne vanno persino orgogliosi. Magari alle feste la piccola non riceverà tutta l’attenzione che merita, ma sulla pizza farà un figurone. Fatele coraggio e tenetela in un luogo fresco e asciutto.”

Si era rifiutato di aggiungere altro.

Dopo il responso Camilla s’era raccolta in se stessa, per cominciare a nutrirsi di una vaga, cupa rassegnazione. Era evidentemente destinata a rimanere in quello stato così disdicevole per sempre. Ma la sua malinconia era stata bruscamente interrotta, attorno al mezzogiorno, dalla comparsa di un solitario e agguerrito giornalista, che, dopo essersi rocambolescamente introdotto in casa mascherato da geranio rampicante, aveva tentato di intervistarla, cercando di vincere il suo vegetale silenzio, chiaramente senza riportare alcun successo.

Quando finalmente l’impiastro aveva desistito e se n’era andato, Camilla aveva fatto per tirare un sospiro di sollievo… prima d’essere di colpo abbagliata da un intenso lampo di luce. Era questo un segno che – secondo le sue supposizioni – l’oscura verità dietro la sua metamorfosi stava per affiorarle alla coscienza. Si preparò a chiarire il mistero che l’aveva avvolta, trattenendo il fiato ma… non accadde nulla. Aveva sopravvalutato le capacità dell’anima vegetativa di cui ora disponeva di elevarsi fino alle verità eterne: si era trattato non di un’illuminazione, ma semplicemente del flash di una fotocamera. Un intraprendente e occhialuto fotografo si era materializzato in modo inspiegabile davanti a lei e sorrideva con gioia. A quanto sembrava, era stato nascosto tutto quel tempo sotto l’ala di una cimice, a sua volta nascosta sotto un fiorellino di geranio, che stava dietro una fogliolina del cespo rampicante, dentro il quale si era celato il giornalista. Diceva che gli era giunta voce del prodigio e che dal momento in cui l’aveva scorta alla finestra, bella e silenziosa, aveva deciso di renderla la sua musa. Le aveva proposto un servizio fotografico per la campagna pubblicitaria della Peperlizia. Per un’esordiente come lei, sarebbe stato un colpo davvero grosso. Camilla all’inizio si era mostrata più che recalcitrante, ma alla fine si era fatta trascinare dall’entusiasmo dei genitori, che ora sembravano valutare in modo molto più giulivo le stranezze della figlia, e aveva firmato il contratto.

Il resto della giornata era trascorso in fretta, lasciandole diverse ammaccature e la sensazione che la sua buccia stesse iniziando inesorabilmente ad avvizzire. Se qualcuno non si fosse deciso a cucinarla in fretta, tempo tre giorni e sarebbe stata un maleodorante ammasso di putredine. In qualche modo la sua vita sociale ne avrebbe risentito. E guardando il tramonto infuocato si era detta che, viste le prospettive, non le restava che seguire l’esempio di Ifigenia e immolarsi sul tagliere di qualche rubizza casalinga. Sarebbe finita sminuzzata nel ragù per il suo flaccido consorte. Avrebbe rappresentato l’alimento principe di una qualche tirannica dieta a cui la figlia nevrotica si sottoponeva. Sarebbe stata estratta trionfalmente dal forno per esplorare le viscide gole degli implumi e insulsi nipotini, che si sarebbero scalmanati scagliandosi a vicenda pezzetti di cibo attraverso la tavola, soffiandosi il naso nei tovaglioli e blaterando con la bocca piena. Il tutto davanti alla televisione accesa.

Uno scenario da incubo.

“No, non può finire così. Non può!”

Com’era possibile che la sua esistenza terminasse in quel modo infame? Era un’ingiustizia! Tutte le storie che le avevano raccontato i suoi genitori, a proposito della Grande Ciabatta Cosmica che alla fine dei tempi avrebbe schiacciato il male nel mondo e riportato l’universo allo stato di perfezione originaria, adesso non le sembravano che vuote parole, inezie prive di senso.

“Chi l’ha detto che devo immolarmi per la sopravvivenza del ventre altrui?” rifletté di colpo, in un moto di ribellione.

E con nostalgia le venne a pensare alla grande discarica stillante luridi umori, che si estendeva ai margini della periferia, nella sperduta campagna, selvaggia, inesplorata e magnifica. Laggiù, lei lo sapeva, stava la vera libertà, non sulle bancarelle del mercato o nei freezer, dove vegetavano inerti migliaia di esseri, imprigionati in un’ eterna e noiosissima giovinezza. Perché congelavano le proprie infinite potenzialità in un modo così sterile? Perché finire i propri giorni al culmine dello splendore vitale, come un rispettabile prodotto di consumo, quand’era possibile provare se stessi nel confronto con gli oscuri misteri della discarica, luogo che per lei era simbolo di avventura e sfida?

Ma la paura la spingeva pur sempre a procrastinare il momento della scelta. Stava giusto per distogliersi da quelle amare meditazioni e rientrare in casa, quando un fischio allegro spezzò le tenebre notturne e una voce dall’inconfondibile accento salì dal giardino fino alla sua finestra:

– Ehi, bella! Sei sempre più affascinante ogni giorno di più!-

Camilla si sporse in fretta dal davanzale per confermare le proprie speranze.

Sì, era proprio lui! Era Andrea!

Avrebbe riconosciuto il suo adorato verme dovunque. Orbo, palesemente sofferente per il fatto di non potersi pavoneggiare su un motorino come gli altri giovanotti, solo lui, da vero punk, poteva orgogliosamente sfoggiare l’orecchino all’orecchio, senza aver mai posseduto padiglione auricolare alcuno. Era solo il primo dei suoi tanti misteri. Il secondo era Luigi. Ancor giovane e inesperto, Andrea si era messo in testa di attraversare la strada principale, riuscendo a compiere la traversata in tempo record: tre ore e due minuti. Nella fretta e nella gioia del trionfo, non si era accorto che una bicicletta gli era passata sopra, tagliandogli via di netto la preziosa coda, che era rimasta a contorcersi freneticamente dall’altra parte della via. Dimostrando una lodevole forza d’animo, Luigi – così aveva risolto di chiamarsi l’estremità perduta – si era messo in cammino alla cieca per ritrovare il suo necessario complemento. Toccate le incantevoli coste di Haiti e sfidati i gelidi freddi siberiani, era approdato in Valtellina dove si era finalmente riunito alla sua metà, che lì stava trascorrendo le vacanze estive acciambellato comodo in una mela. Pur non spiccicando mai parola, Luigi aveva buon cuore e, quando gli pigliava l’estro, ballava persino il twist in modo eccezionale. Sulle pupe questo aveva un effetto micidiale.

– Giù in discarica ci sono gli Agenti Decompositori in concerto, donna! Sei dei nostri? – domandò Andrea tutto speranzoso. Era molto innamorato.

Camilla non ci pensò su due volte.

– Arrivo subito! – esclamò.

Ed esattamente due ore e ventuno minuti netti dopo, completata la complessa ed estenuante pratica del maquillage, Camilla comparve sulla porta di casa, decisa ad abbandonare la casa materna per affrontare con coraggio ciò che la libertà appena guadagnata le avrebbe portato.

La padella poteva decisamente aspettare.

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