tra l’onirico e il sacro i voli di Lupo

Recensione di Elisabetta Motta a L’albero di stanze  di Giuseppe Lupo, Marsilio, Venezia, 2015, pp252.

 

Tra i narratori italiani contemporanei delle ultime generazioni Giuseppe Lupo si contraddistingue per il suo “realismo magico”, di cui ha dato prova già nei suoi precedenti romanzi,  da La sposa di Palmira (2011) a Viaggiatori di nuvole (2013), per ricordare solo quelli più recenti. Ora, con L’albero di stanze, forse il suo più ambizioso progetto, torna a  confrontarsi con i temi della memoria e dell’ascolto, con un tono affabulatorio e onirico, sospeso tra invenzione  e realtà e con una forma  narrativa che si ispira al Testo Sacro e alle vicende del popolo ebraico . Tra le pagine infatti  qua e là risuonano gli echi di Gerusalemme e Betlemme, che si mescolano a geografie leggendarie e invenzioni linguistiche e onomastiche che stupiscono il lettore non abituato a compiere voli  fantastici.

La terra d’origine  di Giuseppe Lupo è la Lucania, e ad Atella, da bambino, frequentando la salumeria del nonno  e ascoltando i suoi racconti, ha imparato l’arte del raccontare fino a farsi cantastorie . E se il libro è stato concepito all’età di dieci anni (in sogno gli era apparso anche il luogo  dove ambientare la vicenda: Caldbanae), l’autore ha dichiarato che ci sono voluti però quarant’anni per trovare la lingua giusta e un modo originale per raccontare la storia della sua famiglia nell’arco di cinque generazioni,  e nel passaggio dal secondo al terzo millennio.

Il protagonista, Babele, proprio nei giorni che precedono la fine del secolo scorso, lascia Parigi, città in cui  vive con la sua famiglia e dove lavora come medico e rientra  nella propria terra d’origine, nella casa costruita dal suo bisnonno, Redentore, patriarca della famiglia Bensalem. L’ abitazione infatti è stata venduta e qualcuno deve assistere allo sgombero.

La casa ha una struttura particolare:  le stanze sono posizionate una sopra l’ altra e Babele, affascinato, decide di risalirle tutte, fino in cima al grande albero, per l’ultima volta, riscoprendo e riascoltando le storie della sua famiglia e di tutti coloro che l’hanno abitata.  In questo modo cerca di farsene custode ma anche  di svelare un mistero che riguarda lui stesso, quello della sua sordità.

Bisnonno Redentore ha costruito la casa ispirandosi alla profezia di Balthasar re magio, suo antenato: «Ad ogni passaggio di cometa un po’ di polvere sarebbe scesa sulla famiglia Bensalem come lievito nel pane: un figlio e una stanza, un altro figlio e un’altra stanza, finché i tetti non fossero arrivati  a confondersi con le nuvole, a diventare trasparenti com’è nella fortuna degli anni o degli uomini che vanno e vengono al mondo, nascono e spariscono senza lasciare traccia.»

Da cavatore di pietre si è fatto mugnaio e l’ha  impastata  con calce e farina, comete e pietre, facendo del mulino il suo ventre, uno scrigno pieno di semi che non potevano non dare frutti.

La vera memoria storica della casa sono i suoi muri, che non solo hanno orecchi e ascoltano, ma  parlano, raccontando a Babele  le storie di chi l’ha abitata e facendone rivivere le voci e i sogni. E se è vero  come ha scritto Carlo Levi nel suo omonimo romanzo  che “le parole sono pietre” è anche vero che “le pietre sono parole” . Questa casa infatti è come un libro, le cui stanze, i nomi, le storie sono collegate fra di loro. Come in un ipertesto, un grande magazzino dove racchiudere le storie del mondo: «una bibbia di fiati».

L’albero di stanze  è un libro che parla non  solo dell’importanza del raccontare ma anche della capacità di ascoltare. Babele infatti pur essendo  sordo  sa ascoltare i muri che gli parlano, così come sa ascoltare il rumore delle ossa dei suoi pazienti che, dopo alcune sedute in cui raccontano i propri mali, inspiegabilmente guariscono.  È così che la sua fama si è diffusa, al punto che potrebbe vincere il Nobel per la medicina. Ha sopperito alla sua mancanza sviluppando altri sensi, l’olfatto in particolare, e si è fatto indovino,  riesce infatti ad  avere delle intuizioni e vedere cose che altri non vedono. È una persona che crede nella vita come incanto e ancora  sa stupirsi e meravigliarsi di fronte a tutto quello che accade.  Il suo nome, Babele, gli è stato dato dal padre, Forestino,  poiché corrispondeva al disordine che c’era nella sua testa toccata dallo Spirito Santo e che lui sfogava copiando libri appartenuti alle lingue del mondo dimenticato.

Accanto a lui Crocifossi, un tempo guardiano del mulino e tuttofare della famiglia, a lui è affidato il compito di seguire i lavori di smantellamento della casa. È l’unico che  ha conosciuto il patriarca Redentore e tutti gli incredibili personaggi che hanno popolato l’albero di stanze, inspiegabilmente sempre vecchio, ma aperto alla modernità. Vorrebbe infatti un cellulare per poter parlare con la moglie morta. Svela la sua identità solo verso il finale del libro quando in un faccia a faccia con il protagonista gli chiede se crede in Dio.

Moltissimi i personaggi che si avvicendano  e ci appassionano con i loro nomi evocativi che portano in sé le loro incredibili storie: Adamantina, allevatrice di pappagalli; Albania,  taverniera /albergatrice, aspirante geografa; Taddeo, inventore di macchine volanti …

Siamo di fronte ad una  saga familiare i cui protagonisti sono divisi tra il desiderio di restare nel grande “albero di stanze” per portare avanti le proprie tradizioni e non smarrire l’ identità e la necessità di partire per trovare la propria  strada  ed esplorare nuovi mondi.  Ma ognuno di loro  in cuor suo sa che pur allontanandosi porterà sempre dentro di sé qualcosa di quel mondo  che è parte di lui, in quanto la materia di cui è costituito il  proprio corpo ha a che fare con le pietre, i semi  e le stelle.

 

 

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