Tra il vento e la quiete. Per i settant’anni di Paolo Lagazzi

Sabato 21 settembre 2019 Parma ha dedicato una grande festa al saggista e scrittore parmigiano Paolo Lagazzi, giunto da poco al suo settantesimo compleanno. La festa, patrocinata dal Comune di Parma come anticipo delle manifestazioni del 2020 per “Parma capitale italiana della cultura”, e organizzata dall’Archivio di Stato di Parma in collaborazione con l’Assessorato alla Cultura, si è svolta in due fasi.
Al mattino, presso l’Archivio di Stato in via d’Azeglio, l’attuale Direttore dell’Archivio, Graziano Tonelli, e l’ex Direttore Marzio Dall’Acqua, hanno presentato la donazione, fatta da Lagazzi all’Archivio, di una parte consistente del suo archivio personale, contenente materiale (manoscritti, dattiloscritti, lettere, fotografie, tesi di laurea, audio e videocassette, ecc.) riguardante numerosi scrittori, da Attilio Bertolucci a Vittorio Sereni, da Pier Luigi Bacchini a Gian Carlo Conti a Carlo Brizzolara, da Pietro Citati ai giapponesi Kikuo Takano, Makiko Kasuga e Yasuko Matsumoto. Questa donazione si aggiunge al materiale finora raccolto in quella speciale sezione dell’Archivio di Stato che è l’Archivio della Letteratura. Tale sezione è nata nel 1992 con un’importantissima donazione di scritti autografi, editi e inediti, da parte di Attilio Bertolucci in dialogo con Lagazzi e Dall’Acqua. In seguito l’Archivio della Letteratura ha acquisito, grazie a varie iniziative di Lagazzi e Dall’Acqua, molto altro, importante materiale di scrittori parmigiani e non, da Alessandro Minardi a Gian Carlo Artoni, da Palmiro Togliatti a Franco Loi, da Vincenzo Pardini a Paolo Bertolani, da Umberto Piersanti a Davide Rondoni a Paolo Valesio. Nel 2002 Lagazzi ha offerto all’Archivio della Letteratura altre carte riguardanti Attilio Bertolucci. La nuova donazione del saggista parmigiano (quella presentata, appunto, il 21 settembre scorso) è un passo ulteriore nell’arricchimento di questo straordinario Archivio letterario, ma non è l’ultimo: Lagazzi, infatti, possiede ancora molto “storico” materiale che offrirà all’Archivio di Stato in futuro.
Illuminando il senso dell’opera di raccolta di testi di grande spessore letterario, evidenziando il valore dell’Archivio della Letteratura (questo deposito di carte letterarie presso un Archivio di Stato è un caso pressoché unico in Italia), Tonelli e Dall’Acqua, insieme a Lagazzi, hanno sottolineato il ruolo non solo storico e filologico ma anche etico che hanno gli Archivi pubblici in un mondo, come quello attuale, sempre più tendente a sprecare i doni del passato, a bruciare la memoria.
Nel pomeriggio del 21 settembre, presso l’auditorium “Carlo Mattioli” in piazza Garibaldi, diversi intellettuali, critici e scrittori (l’Assessore alla Cultura del Comune di Parma Michele Guerra, docente universitario, studioso di cinema; Davide Rondoni; Marzio Dall’Acqua; il critico e giornalista Stefano Lecchini: la psicanalista junghiana Carla Stroppa; il programmatore e analista informatico Paolo Scita, ex allievo di Lagazzi) si sono alternati per ritrarre l’opera letteraria e la figura umana del saggista-scrittore. Per ultimo è intervenuto lo stesso Lagazzi.
Qui di seguito riportiamo alcuni degli interventi, trascritti grazie all’aiuto di Paolo Scita. La trascrizione rispetta, con qualche minimo ritocco, il taglio orale degli interventi. (Solo quello di Lecchini è stato concepito in forma scritta).

Michele Guerra

Buonasera a tutti. Benvenuti all’auditorium “Carlo Mattioli” del Palazzo del Governatore in questa giornata così importante e piena di generosità che Paolo ci trasmette col dono che fa alla città di Parma. Questa città ha significato tanto per lui non solo perché è la sua città ma perché è stata una città che è riuscito ad attraversare anche durante tanti suoi studi.

Oggi Paolo vive a Milano, è da un po’ di tempo lontano da Parma ma ha sentito ora il bisogno di ritornare qui e di riabbracciare la città e farsi riabbracciare dalla città.

Quando è venuto nel mio ufficio alcuni mesi fa a raccontarmi cosa aveva intenzione di fare ho trovato che fosse non soltanto un atto di grande generosità ma anche un’occasione importante perché Parma vivesse una giornata in cui tornare sulla sua cultura, sulle forme della discussione e del pensiero che hanno caratterizzato i tanti anni in cui Paolo ha continuato a frequentare il nostro territorio e a raccontarlo attraverso la sua opera, perché credo ci sia stata un’osmosi non indifferente tra il lavoro di Paolo Lagazzi e la cultura che ha saputo produrre nel corso del tempo la nostra città, anzitutto, naturalmente col grande tramite di Attilio Bertolucci.

Io ho conosciuto ormai molti anni fa Paolo Lagazzi (il suo libro che ho portato, Vertigo, è del 2002, mi sembrava così vicino nel tempo invece è già così lontano) per vie bertolucciane. Entravamo nell’universo dei Bertolucci per porte diverse, lui c’era già dentro da tantissimi anni per la porta di Attilio e io ci ero entrato per la porta principalmente di Bernardo e un po’ di Giuseppe (anche, naturalmente, per i miei interessi di studioso). Chiacchierando con Paolo e cercando di imparare questo “ecosistema Bertolucci” mi rendevo conto che da qualunque porta si passasse ci si ritrovava sempre nelle stanze di tutti e tre i Bertolucci, potevi  entrare per quella di Giuseppe, per quella di Bernardo o di Attilio ma la casa era quella, ti ritrovavi comunque dentro quel mondo e se partivi dalla poesia, dalla pittura, dalla critica musicale o letteraria e ovviamente dal cinema, c’era sempre quel nucleo che Paolo illuminava, quella luce che riusciva a filtrare con le sue parole, e c’erano tante relazioni intertestuali, intermediali, che nel corso del tempo anche Paolo ha saputo discutere e sciogliere: ricordo un suo intervento sul cinema di Bernardo in cui riannodava i fili del rapporto carsico che il figlio regista ha intrecciato con il padre poeta.

Quando Paolo mi ha detto “mi piacerebbe, oltre al tuo saluto, se tu dicessi qualcosa del mio lavoro di saggista” – io sono un portatore sano di saluti da due anni a questa parte, però questo non è un saluto istituzionale, questo è veramente un momento per me sentito nei confronti di una persona che ritengo importante anche per il mio lavoro –, ho pensato a questo libro che ho saputo oggi essere praticamente introvabile e quindi me lo tengo ancora più stretto: è un libro che Paolo Lagazzi ha pubblicato nel 2002 e ha un titolo cinematografico, Vertigo, ispirato a uno dei più importanti film di Alfred Hitchcock. (Ha anche James Stewart in copertina in un fotogramma del film.) Il sottotitolo del libro è: L’ansia moderna del tempo.

Paolo me l’ha regalato dicendo: “non posso non darti questo libro in cui si parla di cinema e in cui la copertina è dedicata al cinema”. Ma rileggendo i diversi saggi (su Joseph Conrad, su Hitchcock e su Bernard Malamud) che compongono il libro e che cercano, attraverso forme espressive diverse, di raccontare cosa è il senso di vertigine che segna il nostro tempo, pensavo che in questi ultimi diciassette anni l’ansia moderna e la vertigine del tempo e dello spazio sono cresciute a dismisura. Noi oggi viviamo dentro una continua sensazione di vertigine sociale-culturale-politica-economica, e i saggi di Lagazzi sull’ansia dell’Occidente continuano a parlarci anche dopo così tanti anni. Il filo conduttore del libro è la seconda volta, cioè l’idea che ci possa essere una seconda opportunità nelle nostre vite. Questa idea attraversa le nostre culture e attraversa l’arte, ma credo che poche volte si sia affrontato questo tema.

Non vorrei dire che sia stato solo Paolo Lagazzi ad affrontarlo perché non ho nessuna certezza al riguardo, ma non ricordo altri studi sulla seconda volta come modello epistemologico per capire il mondo in cui viviamo. Certo è un tema anche psicanalitico, e Vertigo di Hitchcock porta la vertigine (anche, appunto, in senso psicanalitico) nel titolo originale. Come sapete, però, il titolo italiano del film è La donna che visse due volte, uno dei titoli più criticati. La lunga tradizione della titolazione e del doppiaggio italiani hanno spesso fatto torto a film con titoli originali memorabili poi mal tradotti in italiano, però questa volta in quel tradimento c’è il senso di qualcosa che sfugge al titolo originale e che invece viene trattenuto nella traduzione: la donna che visse due volte, quindi la possibilità di una seconda chance, una possibilità che il protagonista di quel film non coglie perché, come dice bene Paolo Lagazzi nella sua analisi, cerca di piegare la seconda volta alla prima, cerca di costruire questa seconda volta come se fosse un calco della prima, come se si dovesse in qualche modo ricucire il passato, restituire quella forma, ripercorrere qualcosa che invece è inesorabilmente perduto. La seconda volta deve essere un’altra cosa, Jimmy Stewart non lo capisce, non capisce che quella donna che vive due volte (la seconda in un modo necessariamente diverso) gli potrebbe aprire una prospettiva di nuova vita.

Leggendo questo libro emerge un aspetto io credo fondamentale dell’opera di Paolo Lagazzi, che non è soltanto un critico, un esegeta, un analista attento di testi e anche di culture. Tutti sappiamo quanto importante sia stato e sia lo studio di Paolo, ad esempio, della cultura giapponese, una cultura molto lontana dalla nostra. Io ho sempre un enorme rispetto per chi si avvicina a questi mondi perché, essendo una persona che parla delle cose che sa e basta, e quindi è molto prudente nell’aprir bocca, riconosco che riuscire a esplorare così a fondo culture tanto lontane non è da tutti.

Ma c’è un altro elemento dentro questo libro e anche dentro tante altre opere di Paolo Lagazzi: il portato filosofico del suo pensiero. Paolo riesce a entrare nelle opere, nelle menti e nei corpi degli autori e delle culture che studia, e riesce a distillare un pensiero filosofico che poi prende coerenza anche all’interno del suo discorso d’autore, che fa parte a sua volta di un edificio culturale solido nel quale lui riesce a rielaborare tutti questi stimoli e a restituirceli sotto una luce nuova, che è una luce sua, qualcosa che avverti come un percorso che attraverso gli anni ha permesso di costruire un pensiero riconoscibile. Credo che questo sia un elemento che non tutti gli intellettuali – non solo nel nostro paese – riescono nel corso della loro vita a creare e a conservare. Voglio dire: non è semplice riuscire a far riconoscere il proprio pensiero pur aderendo a quello degli altri, pur appoggiandosi all’opera degli altri. I critici che in qualche modo costruiscono questi edifici culturali e filosofici sono i critici più importanti, perché stando dentro le opere degli altri riescono a costruire la loro. La critica è, io penso, una forma d’arte, come può esserlo anche la filosofia. Questo io ritrovo in Paolo Lagazzi.

La nostra città ha vissuto transiti, passaggi, dialoghi, confronti culturali straordinari. Abbiamo attraversato soprattutto nella prima parte del Novecento tanti mondi poetici – non solo legati alla poesia, poetici nel senso più largo del termine – che oggi abbiamo perduto. E’ inutile nasconderci che oggi quel mondo non c’è più, quelle forme di condivisione non ci sono più, quei luoghi di ritrovo e di pensiero non ci sono più. Non è colpa di nessuno, io non saprei dire a chi poter dare la colpa del fatto che la discussione pubblica e culturale oggi non si costruisca più secondo quei modelli. È il tempo che si è spostato calpestando dei modi di fare, dei modi di pensare e dei modi di dire. Però abbiamo ancora la possibilità di ritrovare in ciò che si è perduto dei modelli di azione che possono essere adattati al nostro presente.

Io credo che grazie a giornate come questa, grazie all’occasione di ritornare su quella che è stata una storia che ci viene oggi consegnata, che si fa a sua volta archivio (la parola archivio, lo sappiamo tutti, è la promessa di un cominciamento, quindi qualcosa che ha l’occasione di ripartire, è una seconda occasione), noi possiamo provare a ripensare qualcosa. I mondi culturali sono mondi difficili (non basta erigere un palazzo o finanziare un servizio per dire: questa è la strada, infiliamoci dentro); fanno parte di percorsi tortuosi che vanno accompagnati e seguiti.

Io prendo l’occasione dalla generosità di Paolo, la interpreto come uno sprone per provare a ricostruire questi spazi di dialogo sapendo che ci sono persone che hanno attraversato per noi territori importanti e ce li hanno riconsegnati sotto una luce nuova.

Grazie Paolo per la tua generosità, grazie a voi di essere qui a fargli sentire questo calore (l’abbiamo messo in mezzo nel tavolo dei relatori e non voleva, ma ho insistito perché mi sembrava bello che restasse dentro l’abbraccio delle persone che sono venute qui oggi per lui). Sono sicuro che sarà un bellissimo pomeriggio come è stato l’incontro di stamattina all’Archivio di Stato. Io mi devo scusare fin d’ora se a un certo punto mi dovrò assentare ma questo 21 settembre a Parma è bello e “tragico” perché abbiamo tante cose, comincia “Verdi Off”, riapre piazza della Pace, tutti segnali beneauguranti che credo siano piovuti in modo forse nemmeno casuale nella giornata in cui Paolo ha deciso di fare questo regalo alla sua città.

Grazie a tutti.

Davide Rondoni

Buonasera e grazie a Paolo per l'invito.

Mi trovo in una strana condizione perché io sono un oggetto della critica di Paolo (ha appena curato un’antologia della mia poesia): è uno strano gioco di specchi o di illusionismo, come piace dire a lui, il fatto che a un certo punto uno che è oggetto della critica del critico si trovi a parlare quasi da critico della sua opera.

In realtà questo gioco di illusioni non è un gioco di illusioni ma il fondamento stesso della vita della letteratura, che è una conversazione tra uomini. Fondamentalmente la letteratura è una conversazione nel profondo tra le persone, e questa occasione un po’ stramba in cui mi trovo io a parlare di lui, invece che lui a scrivere di me, è salutare anche in questo senso. Naturalmente io non sono capace di fare il critico, quindi farò un piccolo viaggio mio, molto personale, su alcune cose che riguardano a mio avviso l’opera di Paolo, poi altri metteranno in luce meglio altre cose.

Mi permetto, essendo a Parma – io sono stato molto legato alla figura di Mario Luzi che qui a Parma pubblicò il suo primo libro –, di dare un avviso all’Assessore perché lui ha parlato di seconda possibilità: siccome loro non avranno una seconda possibilità di capitale della cultura a breve, usate bene questa occasione, fate qualcosa d’importante per la poesia, perché se non lo fate io personalmente organizzo una spedizione di poeti arrabbiati, e quando i poeti si arrabbiano sono molto arrabbiati… Capeggiati da un refrattario Paolo Lagazzi verremo all’assalto del palazzo, perché se non farete qualcosa d’importante per Bertolucci, Luzi, Guanda, se non fate qualcosa d’importante sulla poesia noi ci arrabbiamo molto. È una minaccia che forse vale poco ma non avrete una seconda possibilità.

Riagganciandomi a una cosa molto importante che ha detto l’assessore prima, è vero che siamo in un cambio d’epoca: lui accennava al fatto che certe forme della condivisione culturale sono in cambiamento e non è colpa di nessuno, tutti parlano di cambio d’epoca, anche il papa. Ma appunto in un cambio d’epoca è essenziale la critica, cioè è importante che quando le cose si confondono ci sia qualcuno che sappia fare critica. Nel momento di cambi d’epoca c’è bisogno di più critica, di una grande capacità critica, di vaglio, di qualcuno che sappia salvare ciò che vale, tramandarlo veramente e lasciar perdere ciò che è morto. Facendo riferimento ad un analogo cambio d’epoca, quando finì l’impero romano alcuni signori strambi come i critici letterari o i poeti, che erano i monaci di allora, si chiusero nei monasteri e fecero critica ed editoria, cioè decisero di salvare alcune cose del passato, le tradussero, cambiarono le forme del tramando di queste cose e questo poté dare origine a una nuova civiltà. Se non si fa questo e si vive solamente navigando il cambio d’epoca, il rischio è che si perda molto. È per questo che figure come Paolo sono importanti, perché sono dei veri critici. Paolo lo sa perché ne abbiamo parlato varie volte: considero un vero critico letterario chi, come lui, a un certo punto consolida l’opera di qualche autore (Bertolucci, la Spaziani e tanti altri poeti che hanno goduto come il sottoscritto della sua attenzione critica) e non solo consolida qualcosa di dato ma è anche capace di fare il “rabdomante” del presente.

Queste figure sono molto importanti in questo momento; magari non sono quelle che scrivono su alcuni giornali, spesso la critica più nota è quella fatta da surfisti come li definisco io, cioè persone molto brave a fare il surf, a fare i panorami ma che non hanno mai fatto un vero lavoro critico. Questa è una realtà a cui bisogna stare attenti perché certamente oggi i luoghi della critica letteraria non sono più i luoghi normalmente deputati, molto spesso non lo sono i giornali, molto spesso non lo sono neanche le università: per fortuna esistono queste figure di strambi monaci alla Lagazzi che fanno un lavoro critico.

Detto questo vorrei fermarmi su tre cose delle tante che si possono dire.

La prima è che io ho sempre avvertito nel lavoro di Paolo, nelle sue cose che ho letto, quasi tutte penso, una specie di inseguimento della gioia. Paolo Lagazzi mi è sempre sembrato un segugio della gioia, uno che ha cercato, anche a latitudini diverse, qualche cosa che assomigli alla gioia. Questo non è un elemento immediatamente critico, ma è ciò che movimenta l’azione critica e la ricerca.

La critica e non solo – l’arte in generale, la poesia, la letteratura, l’attenzione agli autori (la parola autore viene da augeo), l’attenzione a qualcuno che possa aumentare la mia vita  – viene se senti la tua vita a rischio. Com’è noto, Dante si attacca a Virgilio nella selva, non mentre sta facendo lo struscio per Firenze. Nel momento in cui avverte la propria vita a rischio comprende che è importante avere a che fare con un autore.

Credo che oggi uno dei motivi per cui c’è poca attenzione o un’attenzione sbagliata alla letteratura,  per cui spesso la si confonde con una forma di intrattenimento colto, è che si sente poco il rischio della propria vita, si pensa al massimo di rischiarla su Facebook o di rischiare i soldi in banca. Se invece uno si sente davvero a rischio, e le persone che sono qui capiscono a cosa mi riferisco, cioè se uno pensa di essere veramente a rischio nella sua esistenza, allora si attacca agli autori, li cerca.

Credo che Paolo sia mosso da qualcosa del genere: nel momento in cui si affaccia a lavorare su degli autori (e lo ha sempre fatto con grande libertà) lo fa per una sorta di fame esistenziale che io chiamo in questo modo: una fame della gioia, perché gli interessa quello, capisce che la cosa peggiore che gli possa capitare è una vita senza gioia. Allora è la scintilla di questo che va a cercare in tanti autori anche a latitudini diverse, anche “creando” come alcuni altri maestri della critica, naturalmente Citati che per lui è stato un nome importante. Io sono cresciuto con Ezio Raimondi che è un altro grande lettore di grandi arcate della letteratura. Questi legami, questi grandi archi si possono creare se hai una grande fame, se stai cercando non il particolare ma una cosa molto importante per la tua vita. Quindi la prima cosa su cui volevo fermarmi è questo lavoro un po’ da mago e da rabdomante – chi ha frequentato l’opera di Paolo sa che non sono parole casuali – alla ricerca della gioia, come uno che cerca l’acqua in un territorio che sembra deserto. Credo che questo obbedisca innanzitutto ad una fame esistenziale. In Paolo, e questo lo dico come merito, non è possibile separare l’uomo dall’opera critica, non c’è il Paolo Lagazzi uomo e il Paolo Lagazzi critico, le due cose coincidono, la fame è la stessa.

Paolo ha curato per i Meridiani l’opera di Bertolucci, di Citati e anche, insieme a Giancarlo Pontiggia, quella di Maria Luisa Spaziani. Bertolucci e la Spaziani, due poeti diversissimi anche caratterialmente, non paragonabili per molti motivi, forse anche di grandezza (ma qui non dobbiamo fare classifiche), sono autori abitati da una certa grazia, parola da intendere in tutta la sua possibile verticalità. A Maria Luisa – che abbiamo conosciuto e frequentato entrambi – la grazia veniva dalla letteratura con la L maiuscola. Era una grande donna di lettere, capace d’intendere la letteratura come grazia, come bellezza. In Bertolucci probabilmente non c’era solo la letteratura a nutrire la grazia ma c’era un certo tipo di sguardo al mondo. Questo è il motivo per cui, a mio avviso non a caso, Paolo può cogliere dei legami tra la cultura orientale che ha frequentato e studiato, di cui ci ha fatto conoscere delle perle (penso ad un grande poeta come Kikuo Takano, la cui lettura per me è stata importantissima e che non avrei conosciuto se non grazie al lavoro di Paolo), e la grazia appenninica di Bertolucci. Cogliere legami del genere è uno dei meriti che un critico come Paolo ha.

Credo che questa grazia (uso la parola in tutte le sue possibili accezioni, dalla grazia nel senso di gentilezza del particolare alla grazia intesa come quel momento rivelativo che a volte illumina la vita e non sai perché, a quel dono immeritato che tutti abbiamo a volte di vedere il mondo in una certa luce) abbia a che fare con qualcosa che Paolo ha detto questa mattina e che io avevo nella borsa: a un certo punto, parlando del dono del suo archivio all’Archivio di Stato, ha sfiorato il tema della durata citando Peter Handke; anch’io avevo portato con me il bellissimo poemetto  di Handke Canto alla durata, di cui voglio leggervi il finale. La durata è il nome novecentesco dell’infinito. Siamo a duecento anni dall’Infinito di Leopardi, io ho scritto un libro su questa poesia e la stiamo festeggiando in tutta Italia. Credo che la durata e l’infinito siano due cugini, forse il nome che nel Novecento possiamo dare all’infinito è durata. Peter Handke ha il merito di averla trovata, questa parola che nell’opera di Paolo è centrale. E la grazia ha a che fare con questo, ma lo dico meglio con le parole di Handke nel finale del suo poemetto: “Lacrime di durata, troppo rare!, / lacrime di gioia. //  Incerte, non invocabili, / non implorabili, / scosse della durata, custodite ora siete / in un canto”.

L’altro elemento dell’opera di Paolo, se il primo è il suo essere un segugio della gioia, è una ricerca da rabdomante della grazia intesa come il segno della durata o, possiamo dire, dell’infinito. Dobbiamo dirlo, perché nella poesia di Leopardi va in scena un grande passaggio di paradigma: la parola “infinito” – l’innumerevole, l’apeiron dei greci, temuto dalla cultura greca (i greci temevano ciò che non ha fine e non ha forma, infatti temevano il mare e il naufragio) – nella poesia di Leopardi è legata al segno biblico del vento e diventa una parola amica. Noi usiamo la parola “infinito” non più con timore, anzi diciamo che la scienza ha uno sviluppo infinito, diciamo ti amo infinitamente, non abbiamo paura dell’infinito perché Leopardi ha messo in scena esattamente questo passaggio del vento, dell’alleanza direbbe la cultura biblica, per cui l’infinito non ci è più avversario.

La poesia cui si è dedicato Paolo per tutta la vita ha dentro questo elemento di grazia che ha a che fare con la durata. Si potrebbero fare molti esempi ma non voglio rubare troppo tempo. Come sapete Paolo ha scritto anche romanzi; so che Carla Stroppa, che parlerà dopo di me, leggerà un bellissimo saggio che ha dedicato ad un suo romanzo, Light stone*. Il romanzo è forse il momento in cui Paolo, anche attraversando molte ombre, dà il segno della ricerca di sé.

È un lavoro inquietante quello della narrativa di Paolo, dove appunto, dedicandosi non più ad un oggetto esterno ma a qualcosa che lo riguarda interiormente, fa un grande viaggio alla ricerca di sé.

Le due cose sono sempre due momenti ritmici dello stesso lavoro: il lavoro che Paolo Lagazzi fa su di sé è sempre riflesso nel lavoro della critica e viceversa, non sono mai momenti separati.

Per la terza cosa che voglio dire lasciatemi ricordare un critico sconosciutissimo di cui ho fatto pubblicare un libro recentemente: si chiamava Pietro Mignosi, era un palermitano in collegamento con tanti scrittori europei nella Sicilia degli anni Venti e Trenta. Scrisse fra l’altro un saggio importante e dimenticatissimo che si chiamava Il segreto di Pirandello. Lo mandò a Pirandello. L’assunto critico di questo libro di Pietro Mignosi  è che il problema di Pirandello è fondamentalmente un problema religioso, intesa la parola nella sua piena accezione. Pirandello rispose con una lettera a Mignosi dicendogli: “Caro Mignosi lei ha ragione, il suo libro non avrà alcun successo”. Ed è andata esattamente così. Questo critico lo cito perché afferma che la critica o è un atto di amicizia o non serve a nulla. Lo cito perché nell’atto critico di Paolo si nota sempre una certa affabilità verso il suo oggetto, una certa amicizia come diceva Mignosi, cioè l’atto critico coincide con l’amicizia perché solo l’amicizia conosce veramente. Questa è una questione su cui Paolo prende posizione in maniera a volte chiara e netta rispetto ad altre idee della critica. La critica non è una distanza asettica che anatomizza un testo. Noi siamo stati assediati da scuole di pensiero che sostenevano che la migliore critica letteraria sia stendere il testo come un morto sul tavolo anatomico e dissezionarlo. L’idea che Paolo ha della critica è esattamente il contrario, nasce dall’amicizia, dove la parola amicizia vuol dire un atteggiamento affabile, di conoscenza positiva, di legame affettivo: è un affectus quello che mi fa conoscere veramente le cose. Senza questo affetto io mi illudo di conoscere ma non conosco. Per fare un paragone, possiamo dire che sicuramente il medico conosce il paziente che visita, ma chi lo conosce meglio è chi ci vive insieme, ovviamente quando c’è un legame, un affetto. Ora la critica di Paolo ha sempre rifuggito le sirene di una presunta scientificità della critica letteraria, non perché il suo non sia un lavoro analitico, profondo e anche faticoso, ma perché ritiene che la simpatia all’oggetto, il “patire insieme” sia una parte importante del lavoro critico, senza la quale questo decade, diventa qualcos’altro. È un punto molto importante perché tutt’altro che pacifico. So che c’è qualche insegnante in sala: guardate i libri di testo dei nostri ragazzi a scuola, sono uno strano miscuglio fra posizioni di tipo scientista e posizioni psicanalitiche della critica letteraria. Paolo è stato fedele al suo metodo, un metodo non di tipo scientista che non si illude che la letteratura per diventare importante debba somigliare alla scienza. Questa è stata la grande ambiguità che ha fondato certi metodi, lo dice Todorov che è stato tra i fondatori dello strutturalismo e ha scritto un libro molto importante, La letteratura in pericolo. In questo libro confessa tra l’altro: “sono arrivato esule dai paesi dell’Est. Là non potevo parlare per motivi di censura del contenuto delle opere e allora mi dedicavo alla struttura. Sono arrivato a Parigi e ho visto che tutti si innamoravano di questo metodo ma non capivano il perché. Quando vedo che nei programmi di scuola a Parigi [proprio come a Parma] si insegna a leggere i romanzi per impararne la struttura, devo dire che c’è qualcosa che non va. Bisogna leggere Dostoevskij per fare i conti con la bellezza, con la morte, con la paura, non con la struttura del romanzo”. Ho semplificato molto, ovviamente il problema è più grande e ci abbiamo, io e Paolo (e altri), dedicato vari libri.

Paolo su questo è sempre stato fedele ad un metodo: la letteratura per essere importante non ha bisogno di somigliare alla scienza. Questo non è scontato, lo vediamo anche in tante facoltà letterarie.

Insisto su questo elemento dell’amicizia come premessa: se non ami una cosa non la conosci veramente. Amore non vuol dire lo sdolcinato, vuol dire l’affectus, il legame, il sentirsi coinvolto con. Tutte le cose che Lagazzi scrive sugli autori di cui si occupa sono animate da questo sentimento.

C’è un’espressione che mi ha colpito, l’ho trovata nel libro che Paolo ha dedicato ad alcuni incontri con Bertolucci (Come ascoltassi il battito d’un cuore), nelle pagine in cui riprende la prefazione che fece ad un’edizione americana della Camera da letto del poeta di Parma. Pensate ad un contesto straniante, non è facile pensare alla Camera da letto tradotta in inglese per un pubblico americano, Paolo per questa occasione scrive delle pagine molto belle. Ad un certo punto della sua prefazione usa questa espressione: “il Far West dei giorni feriali”. Questa espressione mi ha colpito perché credo che al fondo di tutto quello che ho provato a dire confusamente (spero mi perdonerete), al fondo dell’idea di Paolo come segugio della gioia, come rabdomante attento a captare i segnali della grazia, come uomo teso all’amicizia, ci sia un sentimento molto importante di tipo epico.

Lagazzi in questo senso appartiene alla grande letteratura, ha un sentimento epico della vita: il Far West delle cose feriali vuol dire che ti senti sempre in mezzo ad una questione epica.

Il quotidiano non è mai svilito a ciò che non ha la luce dell’epica. Ovviamente la lezione di Bertolucci conta molto in questa prospettiva, Bertolucci ha fatto l’epica dell’assolutamente quotidiano, ma questo viene da tutta la grande tradizione della letteratura italiana: pensate a come Dante prende due sfigati di provincia colti in flagrante, marito e amante, Paolo e Francesca, notizia di pagina 25 della Gazzetta di Parma, Dante prende questi due e li fa diventare come Enea e Didone. La poesia fa questo: svela l’epica del quotidiano.

In questo senso io credo che l’epica del quotidiano sia esattamente ciò che anima in fondo la visione e le cose che ho detto prima di Paolo.

Mi piace finire con due citazioni poetiche. La prima è di una poetessa che lui ama molto: Fernanda Romagnoli, che ritiene giustamente una delle voci più importanti del Novecento. Fernanda ha dedicato una poesia a Bertolucci in cui parla delle sue sopracciglia e vede nei suoi occhi una luce d’infanzia che non va via. Questo ha a che fare secondo me con questa epica del quotidiano vissuta da Paolo Lagazzi – e questo è uno dei motivi per cui mi sta simpatico oltre ad essere un grande critico che si occupa di me – perché questa luce d’infanzia rende la sua figura diversa da tanti “lamentoni”. Non è che non si lamenti ma lo fa con una luce diversa rispetto a tanti lamentoni del mondo letterario che mi tocca di frequentare, che non hanno più quella luce d’infanzia, quella “intatta ilarità d’infanzia”. La Romagnoli la vede negli occhi di Bertolucci e credo che questo sguardo abbia in qualche modo segnato Paolo.

Siccome siamo in una sala dedicata a Mattioli, enorme pittore, vi leggo una poesia molto bella e nota, che ha a che fare con questa epica del quotidiano e il Far West delle cose feriali, che Bertolucci dedica a Longhi, il grande critico d’arte. Si chiama Gli imbianchini sono pittori, titolo dovuto al fatto che nel modo di dire emiliano e romagnolo l’imbianchino si chiama “il pittore”. Dentro questi versi c’è qualcosa che forse riassume meglio tutto quello che ho provato a dire.

La poesia recita così:

Arrivò prima il figlio, in quell’ora
lucente dopo il pasto il sole e il vino,
eppure silenziosa, tanto che
si sentiva il pennello sul muro
distendere il celeste. Non guardava
fuori, la sua giovinezza
e salute gli bastava, attento
alla precisione dei bordi turchini
entro cui asciugando già l’azzurro
scoloriva com’era giusto. Allora
venne il padre che recava uno stampo,
il verde il rosso e il rosa,
e la stanchezza degli anni e il pallore.
Doveva su quel cielo preparato
con cura far fiorire le rose,
ma il verde stemperato per le foglie
non gli andava, non era un verde quale
ai suoi occhi deboli brillava all’esterno
con disperata intensità appressandosi
la sera che si porta via i colori.
Le corolle vermiglie ombrate in rosa
fiorirono più tardi la stanza,
una qua una là, accordate
alle ultime dell’orto, e il buio,
fuori e dentro, compì un giorno
non inutile che lascia a chi verrà,
e dormirà e si sveglierà fra questi
muri, la gioia delle rose e del cielo.

Paolo ha fatto questo dono del suo archivio anche perché non ha più vent’anni.

Ecco, credo che la vera giovinezza sia questa del vecchio pittore che regala le rose e i colori veri perché guarda fuori, non solo sé stesso. La vera giovinezza è questa, quando non guardi il tuo ombelico e guardi il mondo. Questa giovinezza è quella che Paolo si porta dietro e per questo il dono che lui ha fatto non è un dono finale ma un dono iniziale.

Grazie.

*Il saggio di Carla Stroppa su Light stone, riletto da lei quasi integralmente nell’incontro del 21 settembre a Parma, è già apparso nel suo libro Il doppio sguardo di Sophia, Moretti & Vitali, Bergamo 2016, pp. 233-243.

Stefano Lecchini

Ho conosciuto Paolo Lagazzi nel marzo del 1988, trentun anni fa. Stava per compiere o aveva da poco compiuto trentanove anni. Leggevo i suoi pezzi sul Nuovo Raccoglitore, il supplemento letterario della Gazzetta di Parma che Baldassarre Molossi aveva ripristinato sulla scorta del glorioso quindicinale che, negli anni '50, costituì il primo esempio di inserto culturale di un quotidiano. Lagazzi mi sembrava l'unico critico parmigiano capace di trasfondere, ai suoi scritti, un tocco, una magia, un fondu citatiani. E Citati all'epoca per me era tutto. Fu, guarda un po', Attilio Bertolucci, dal quale ero stato ospite, a Casarola, un'intera giornata dell'agosto 1987 per una lunga conversazione poi uscita sul Corriere di Parma, a caldeggiare il nostro incontro. Stavo muovendo i primi passi nell'ambiente letterario (anche se avevo cominciato da giovanissimo a scrivere sui giornali), e titubavo: non ero e non conoscevo nessuno, e mi sembrava poco opportuno (all'epoca non esistevano i social, ma dubito che se fossero esistiti Paolo vi si sarebbe infilato), mi sembrava poco opportuno alzare il telefono per chiamarlo e chiedergli un incontro. Bertolucci insisteva: “Ma chiamalo, è un ragazzo dolce e disponibilissimo, vedrai che sarà gentile e diventerete amici”. I poeti, si sa, spesso sono profeti. Così, un tardo pomeriggio di quella fine inverno in cui io, laureato da poco, stavo cercando lavoro e avevo dunque tutte le ore della giornata a disposizione, presi il coraggio a due mani e lo chiamai. Fu davvero gentilissimo e disponibilissimo: “Ma sei quello che ha pubblicato quella stupenda intervista ad Attilio?” (non mi aspettavo tanto) “Se puoi, domani, nel primo pomeriggio passa da casa mia in via Bixio, che se è una bella giornata come oggi andiamo a camminare e chiacchierare in Giardino”

Passammo buona parte del pomeriggio a chiacchierare: le giornate si stavano allungando... Di quel pomeriggio che ha segnato l'inizio di una delle amicizie più importanti della mia vita, ricordo che parlammo ininterrottamente di tutto: dei nostri gusti letterari, cinematografici e musicali, delle nostre vite (entrambe erano a una svolta) – come quando si ha la netta sensazione di aver perso tempo non conoscendosi e non frequentandosi, e si vuol recuperare in fretta e dirsi “tutto” –, e parlammo ovviamente di Attilio, su cui lui, all'epoca, aveva pubblicato solo il “Castoro”, che poi altro non era che la riscrittura, la reinvenzione della sua tesi di laurea. E qui Paolo se ne venne fuori con una frase che, non conoscendolo, avrei potuto scambiare per una professione pelosa di falsa modestia e che invece, ripeto: pur non conoscendolo, mi suonò subito come il sospetto, autentico, dell'inadeguatezza di ogni strumento critico – diciamo pure la parola oscena: ermeneutico – di fronte al rintocco misterioso della poesia. Disse: “Forse di Attilio non ho capito niente. Forse hai capito molto più tu di me”. È a questo sospetto, è a una tale questione (lo dico qui per inciso), che tutta la futura teoresi letteraria (altra parola oscena, oscenamente inadeguata), tutta la futura teoresi di Paolo, da Per un ritratto dello scrittore da mago al saggio su Ermes come dio della critica, tenterà – magistralmente – di rispondere.

Ma di quel pomeriggio mi sono rimaste impresse soprattutto due cose.  Camminammo moltissimo, ma camminammo moltissimo nello stesso luogo, nello stesso posto (il parco Ducale). Se la saggistica di Paolo è sicuramente improntata alla flânerie, al vagabondaggio libero, almeno in apparenza libero, e lieve, nei libri e nei luoghi del mondo, sicuramente tutto quel camminare era già un indice ben preciso di come Paolo si muoveva e si muove scrivendo. Certo, non disdegna le puntate nell'Altrove (Paolo ama viaggiare molto più di me): ma sicuramente ama tornare e ritornare, con piccoli, decisivi ritocchi e variazioni, sugli stessi passi, negli stessi luoghi, ripercorrendoli in modi sempre diversi (come quel pomeriggio), e illuminandoli di luce nuova proprio grazie a quei minimi ritocchi.

E poi ricordo il vento. Era una bella giornata di sole, tersa e quasi dolorosamente luminosa come sanno esserlo solo certe giornate di inverno o di fine inverno: ma soffiava un vento fortissimo. Penso, oggi, al titolo dell'ultimo libro di Paolo, la raccolta di saggi giapponesi uscita un paio di mesi fa: Come libellule fra il vento e la quiete. Se torno con la memoria a quel pomeriggio di marzo, non riesco a vedere, oggi, alcuna reale antitesi fra il vento e la quiete. Camminavamo nel vento, a tratti anche proprio decisamente controvento (due sciocchetti, più che due eroi...), ma il vento non riusciva minimamente a disturbare, a “inquietare”, la quiete accesa da entusiasmo, il quieto entusiasmo della nostra conversazione. Paolo mi parlò, anche, di alcuni momenti terribili che aveva attraversato, della morte recente di suo padre, di ossessioni, nevrosi, pensieri cupissimi che tornavano periodicamente a visitarlo. “Mi curo con lo zen”, aggiunse. “Una cura eccellente”, pensai in quel momento – perché nulla, nelle sue parole e nei suoi occhi, emanava il tetro bagliore della disperazione. Non credo di sbagliarmi se dico che, in tutti questi anni di frequentazione (anche a distanza: Paolo ormai vive a Milano), mi è sempre parso di scorgere in lui, anche nei momenti più dolorosi, più sconfortati e lacerati, un fondo intangibile di quiete. Un fondo di mitezza pronto ad accogliere e smussare anche le punte più acuminate e perforanti. Ed è su quest'acqua fonda, limpida e tersa, che nessun vento di tempesta potrà mai realmente increspare – molto più che su certe affinità di gusto e di vedute –, che in questi trent'anni è cresciuta un'amicizia da cui mi è impossibile immaginare separata la mia vita.

Paolo Scita

Buonasera. Sono Paolo Scita e vorrei portare un piccolo contributo come ex studente del prof. Lagazzi.

La lunga carriera di insegnante percorsa da Paolo, in buona parte contemporanea a quella di letterato, credo meriti un doveroso riconoscimento, soprattutto per le numerose opportunità di contatto e di scambio con tantissimi ragazzi e giovani, tutti affascinati e rapiti dal suo modo di insegnare poco convenzionale e dalla sua cultura eclettica che ha saputo trasmettere con grande empatia.

Io sono stato uno di questi fortunati ragazzi, alla scuola media “Pietro Zani” di Fidenza nei primi anni '80.

Paolo stabiliva subito coi suoi allievi un legame speciale, senz'altro favorito dall'invito a coltivare la fantasia, per cui era sì il nostro insegnante ma lo percepivamo come una persona nello stesso tempo stimolante, sorprendente e in sintonia coi nostri sogni di ragazzi.

Ma anziché rievocare solo ricordi scolastici, vorrei soffermarmi sui miei tre successivi incontri con Paolo Lagazzi.

Il primo incontro, come accennavo, è quello della scuola media. Paolo ci abituava al suo modo lirico e trasognato di fare lezione, capace proprio per questo di catturare la nostra attenzione e soprattutto la nostra curiosità. Con il suo atteggiamento calmo riusciva a comunicare concetti importanti anche a degli adolescenti distratti e iperattivi, con leggerezza e profondità. Il suo modo di fare lezione era sempre vario, come scaturito dallo “scontro” dialettico fra i libri che stava leggendo: ci alternava letture recitate da Poe o da Tolstoj, riflessioni su Wittgenstein e sulle “Carceri” di Piranesi, i nonsense inglesi di Edward Lear, giochi di prestigio spettacolari, visite alla Pinacoteca Nazionale, poesie di Umberto Saba, Let it be o Michelle cantate e accompagnate con la chitarra…

Il tema in classe era quasi sempre un esercizio di fantasia sfrenata, alla quale Paolo ci incoraggiava, e che io addirittura completavo con disegni a margine. Ricordo un mio componimento sul circo, nel quale coinvolgevo con numeri straordinari i compagni e Paolo nel ruolo di direttore. Confesso che i suoi giudizi così lusinghieri su questi miei componimenti sgangherati un poco mi imbarazzavano: possibile che il prof di italiano trovasse così straordinarie le fantasie banali e acerbe di un adolescente come il sottoscritto? O forse voleva proprio premiare questo mio abbandonarmi senza remore all’invenzione più incredibile?

Avevo l’impressione che il preside ed alcuni genitori nutrissero più di un sospetto sul suo modo di fare lezione: troppo anticonvenzionale secondo loro, troppo “avanzato” e d’altra parte troppo “molle” sul piano dei programmi e della disciplina…
Una volta verso la fine dell’anno il preside ci sorprese nel cortile della scuola a cantare accompagnati dalla chitarra da Paolo, e gli chiese chi ci avesse dato il permesso. “Ce lo siamo presi” fu la sua candida risposta!

In realtà Paolo era solo un tramite: come lui stesso mi ha confessato recentemente, il mestiere dell’insegnante è sovrapponibile a quello dell’attore. Questo spiega il suo affidarsi lieto e caparbio alla fantasia, all’immedesimazione, alla fascinazione. Ci infondeva l’amore per la lettura e quindi per la cultura, ci faceva entrare pian piano e con naturalezza in un mondo complesso, articolato e “difficile”, facendoci sperimentare in primo luogo quanto questo potesse essere piacevole e addirittura divertente.

Il secondo incontro è quello – virtuale – dell'esame di maturità. Alla vigilia della prova di italiano infatti mi ricordai delle idee e degli spunti che fortunatamente diversi anni prima avevo diligentemente registrato prendendo appunti durante le lezioni di quel professore così poliedrico, senza capire fino in fondo quanto ci stava comunicando ma intuendo che il contenuto – frutto delle sue personali riletture e rielaborazioni – era qualcosa di prezioso che in futuro avrei potuto riprendere per assimilarlo più compiutamente. Fu così che mi buttai nell’analisi dei vecchi quaderni della scuola media, rielaborando una interpretazione originale della letteratura del Novecento che mi aiutò non poco nel buon esito del lavoro. Devo anche riconoscere che, negli anni del liceo, molti degli elementi delle lezioni di Paolo pian piano riaffioravano studiando filosofia o italiano, e il riconoscimento di questo sostrato mi rinfrancava e mi dava fiducia nel corso degli studi.

È stato sorprendente per me riscoprire la ricchezza di spunti e approfondimenti che Paolo ci aveva lasciato: quasi un programma da liceo offerto a ragazzi delle medie, un programma tutto impostato sullo sviluppo dello spirito critico. Il grande poeta inglese del ‘900 Thomas S. Eliot affermava che la vera poesia comunica molte cose al lettore prima ancora di essere pienamente capita. Lo stesso vale senz’altro per il programma di Italiano di Paolo Lagazzi.

Le sue riflessioni su Hegel, su Barthes, sulla dialettica Illuminismo / Romanticismo, sul romanzo giallo – veri e propri mini-saggi offerti a noi sotto forma di dettato – rappresentarono per me l’apertura ad un mondo inesplorato ma tutto sommato praticabile, non ostile: quello immenso della Cultura nella quale per la prima volta ho imparato ad orientarmi con rispetto ma senza timori o preclusioni, anzi, oserei dire, quasi con dimestichezza.

Negli anni successivi ho avuto qualche occasione di seguire da lontano l’evoluzione delle sue attività di critico e di letterato: leggevo articoli sui giornali, venivo a conoscenza della sua partecipazione a convegni, programmi radiofonici, trasmissioni TV…

Il terzo incontro è quello recente, di nuovo "fisico", quando grazie a una email con grande sorpresa e commozione ho ripreso il contatto diretto con il mio vecchio professore. Non avrei mai immaginato che dopo trentasei anni e migliaia di allievi Paolo avesse ancora un ricordo così preciso di me.

Ho insperatamente ripreso il filo di un dialogo interrotto dopo tanto tempo, ma ora il rapporto maestro-allievo si è evoluto. Non solo perché l’alunno ormai cinquantenne ha il ricordo del professore all’epoca poco più che trentenne, ma anche per un rinnovato esercizio di memoria: per me da sempre il recupero delle esperienze passate rappresenta uno stimolo a riprendere cammini e sogni abbandonati, per riprovare a diventare ciò che si voleva e si poteva essere.

Paolo Lagazzi ha rappresentato la tenacia lieve nell’affrontare momenti intricati, la capacità spontanea di mettersi in gioco sempre, superando la ritrosia e anzi riconoscendo e svelando i propri sentimenti più intimi.

Il suo insegnamento di vita sta nel riconoscere tutta la bellezza che c’è nel mondo e in ciascuno, con la consapevolezza di uno dei grandi versi di Sandro Penna: “ognuno è nel suo cuore un immortale”. Infatti ognuno è una scintilla della grande bellezza e della sacralità dell’universo. Forse la sofferenza nasce proprio quando dimentichiamo di essere immortali. Il senso della vita allora è riconoscere e onorare questo nocciolo di bellezza, che è parte della grande bellezza universale.

Prima di chiudere vorrei ricordare un momento di una gita scolastica a Roma, quando siamo stati in Piazza del Campidoglio salendo dalla cordonata. Paolo durante la salita ci faceva notare il continuo cambiamento di prospettiva e di proporzione fra le diverse parti di quel luogo: dapprima i leoni alla base della scalinata, poi i Dioscuri lassù in fondo sempre più vicini e imponenti, quindi la facciata armoniosa del Palazzo Senatorio e la statua di Marco Aurelio che pian piano spuntano dal basso. Un esempio perfetto di bellezza da cogliere non nella apparente staticità di un complesso architettonico, ma nella dinamicità che si sperimenta abitandolo.

Per ora mi basta aver riannodato i fili della memoria e della vita con un insegnante straordinario, che ringrazio per essere stato per me un modello irraggiungibile di leggerezza e profondità.

Paolo Lagazzi

Ora che sono stato "beatificato" abbastanza, vorrei semplicemente dire che questo incontro non aveva lo scopo di crearmi un monumento, e spero che anche voi lo abbiate colto così; lo scopo era quello di ricordare a Parma che esistono non solo la musica, l’arte, la moda e il cibo, ma esiste anche la letteratura. Io sono uno dei tanti che hanno lavorato nel campo della letteratura a Parma nell’ultimo mezzo secolo. Certo ho avuto il privilegio di avere come maestro Attilio Bertolucci e non solo, anche Pietro Citati e il maestro zen Fausto Taiten Guareschi: questi sono stati i tre maestri fondamentali della mia vita. Però io sono un umile operaio di una vigna che va molto oltre le mie azioni, i miei pensieri e le mie opere. Quindi spero che questo incontro ne apra anche altri con altre figure di intellettuali e scrittori parmigiani.

I primi due maestri della mia vita sono stati mio padre e mia madre. Il babbo mi ha regalato la sua fantasia. Amava moltissimo il circo, la magia e il romanzo poliziesco, cose che poi io avrei continuato a coltivare per mio conto. Ad esempio raccontava a me e a mio fratello le storie di Nat Pinkerton, il famoso detective americano, poi ci portava volentieri al circo ed è stato lui a metterci in contatto col mondo dei prestigiatori.

Un giorno siamo andati a vedere uno spettacolo di maghi a Sant'Andrea Bagni; dopo lo spettacolo il babbo è andato dietro le quinte e ha chiesto come si faceva a iscriversi al Club Magico Italiano. Così io e mio fratello gemello Corrado abbiamo potuto incontrare alcuni dei prestigiatori più bravi del mondo e abbiamo cominciato a fare anche noi giochi di prestigio.

Invece dalla mamma ho avuto prima la passione per l'Oriente, perché quando eravamo piccoli invece delle solite favole ci leggeva i romanzi di Salgari (un Oriente immaginario finché volete, però estremamente affascinante soprattutto per un bambino), poi la passione per la musica, perché lei era, tra l'altro, una bravissima soprano. Quando avevamo sette anni ha portato me e mio fratello al teatro Regio di Parma a vedere la Madama Butterfly di Puccini, una delle opere del suo repertorio (quel giorno, però, non era lei a cantare). La mia passione per il Giappone è cominciata allora, quando avevo sette anni. Quindi devo tantissimo al babbo e alla mamma.

Forse una cosa nata dentro di me in modo autonomo, una cosa che non so ricondurre a nessun maestro preciso, è la passione per la poesia: quella l'ho avuta fin da bambino. Da bambino e da giovane ho anche scritto poesie che non hanno nessun valore, per quanto mio fratello si ostini ogni tanto con gli amici a citarne una che scrissi a dodici o tredici anni.

Comunque sia nata in me, questa passione mi ha portato a conoscere Attilio Bertolucci (sono stato il primo in Italia a fare la tesi di laurea sulla sua opera) e a leggere un’infinità di poeti.

Io ho sempre pensato che la critica non sia, come ha detto molto bene Davide Rondoni, una forma di scienza, ma sia proprio una forma di esperienza poetica. Cioè: tu devi entrare in sintonia con i poeti, ma questo vale anche se si parla di un film, di un quadro, di qualsiasi cosa. Perché poesia non è soltanto quella fatta coi versi, la poesia è una visione sapienziale e magica del mondo, che sa trarre le sue magie e le sue vibrazioni spirituali anche dalle cose più umili e semplici.

Fondamentalmente la poesia secondo me è una specie di sogno a occhi aperti, una rêverie, una fantasticheria che può nutrire anche la nostra quotidianità. Io credo che la mia vita sia stata tutta una rêverie, perché io sono una specie di sognatore mio malgrado, mentre vorrei essere di più anche un uomo della realtà. Uno dei libri che ho scritto su Attilio Bertolucci s’intitola Rêverie e destino: il mio destino è stato proprio la rêverie; ho sempre attraversato la vita a occhi semichiusi, come in una specie di sonnambulismo. È solo vivendo in dormiveglia che ho la sensazione di poter percepire le cose del mondo, mentre mi sfugge la realtà storica (a me la storia non interessa molto, mi intriga sul piano culturale ma non m’interessa sentirmi dentro la storia). Mi preme sentire se le parole che leggo in un testo poetico sono intrise di acqua, di aria, di vento, di fuoco, di terra. Questo m’interessa e mi emoziona. In questo senso dico che il mio rapporto con la poesia e anche con la vita è una specie di sogno a occhi aperti.

Mi affascina tutto ciò che è natura e che è naturalezza anche nel modo di fare, di agire, di abitare la vita. Però m’interessano anche i giochi: tutto ciò che è gioco, che è forma e che è forma ingegnosa, che è maschera, che è intarsio di oggetti e gioco di specchi. Ad esempio da piccolo mi piacevano i rebus; quando ero bambino inventavo dei rebus e li mandavo a mio papà attraverso le lettere che ci scambiavamo quando eravamo in vacanza a Pinzolo. Eravamo io, mio fratello e mia mamma a Pinzolo e per comunicare col babbo mandavo delle lettere e in ognuna ci mettevo un rebus inventato e disegnato da me con una nota: "nella prossima lettera la soluzione".

Ho praticato anche la musica: ho preso lezioni di piano da uno dei più grandi pianisti italiani che era parmigiano, Paolo Cavazzini; qualcuno fra i presenti lo ricorderà ancora come un grande, sebbene assai schivo e anche bizzarro maestro. In buona parte il personaggio del violinista nel mio romanzo Light stone si ispira proprio a Paolo Cavazzini, uomo dalla difficile ma geniale personalità.

Poi mi sono sempre piaciuti i riti del Natale, l'incantesimo dei doni inutili. Per Natale bisogna regalarsi delle cose inutili, sennò non si celebra davvero la gratuità del dono. Lo spirito del dono è, come diceva il grande antropologo Marcel Mauss, lo spirito del potlach, cioè dell'eccesso nella gratuità, nell'inutile. Che poi è lo spirito stesso della poesia. Quando hanno chiesto a Ungaretti "A cosa serve la poesia?" ha risposto: "A niente!". Infatti è così! La poesia non serve a diventare più intelligenti e neanche più buoni. La poesia ci ricorda il mistero e il miracolo della gratuità del mondo, ci ricorda il miracolo per cui, come ha detto Heidegger, c'è l'essere e non il nulla. E' quel mistero di gratuità che i maestri zen chiamavano mushotoku: senza scopo. Non c'è uno scopo evidente.

Anche Dio è un grande illusionista, come pensavano o fantasticavano gli induisti. L'induismo rappresenta Dio come un grande illusionista, e io penso che sia veramente così. Dio è un grande artista dell'inutile: perché ha inventato pesci con mille forme e colori diversi, se non perché è un artista? Anche i fiori, che utilità hanno? Di per sé nessuna. I colori stessi, che senso hanno? Ma pensate un mondo che fosse tutto uniforme: tutto grigio o tutto verde...

Mi piacciono, mi affascinano le fiamme delle candele. In tutti i pranzi importanti mi piace che ci sia almeno una candela accesa. A un certo punto ho scoperto La flamme d'une chandelle di Bachelard, il filosofo della poesia come rêverie, come sogno a occhi aperti. Lui dice che nella fiammella di una candela è condensata tutta l'essenza della poesia. Era l'unico libro di Bachelard che Attilio avesse letto.

Questo doppio registro dei miei interessi, la natura e la forma, la naturalezza e il gioco, ci sono nello Zen. Lo Zen dice nella sua frase fondativa: Shiki soku ze ku Ku soku ze shiki: “la forma è il vuoto, il vuoto è la forma”. Come dire: la forma diventa continuamente, nel movimento cosmico, ciò che eccede la forma, ciò che non si può definire. Vuoto non vuole dire il vuoto pneumatico, vuol dire l'indicibile, l'informe, tutto ciò che sfugge alle definizioni. E tutto ciò che sfugge alle definizioni poi diventa forma, diventa linguaggio. Questo è il doppio, reciproco movimento cosmico che colgo nella poesia, perché la poesia sa dire l'indicibile attraverso parole molto nette, chiare, precise.

Io da tutti i miei maestri ho avuto questo doppio insegnamento. Da Attilio per esempio, che da un certo punto di vista era l'uomo più naturale che io abbia mai conosciuto. Abitava la vita con grande nonchalance e naturalezza. Però era molto attento anche alla forma, al rigore del linguaggio con cui scriveva le poesie, ed era affascinato dal lavoro artigiano. Avete sentito quella bellissima poesia che ha letto prima Davide sugli imbianchini-pittori: Attilio è lui stesso quell'imbianchino-pittore. La semplicità del suo linguaggio fa di lui un imbianchino, ma quell'imbianchino è un pittore: in quella semplicità c'è un'arte inarrivabile e impareggiabile. Un'arte fatta anche di gioco e di illusionismo; c'è anche un elemento teatrale nella poesia di Attilio; la sua verità è sempre anche affabulazione, invenzione, fuga nella fantasia, intarsio di immagini.

Quindi la critica per me è una soglia continuamente ondeggiante tra la semplicità e la complessità, tra la naturalezza e le maschere, tra la freschezza, l'immediatezza e il senso del gioco, della magia, del teatro. E il dio delle soglie è Ermes, il sovrano dei passaggi, dei crocicchi di senso, il dio che sorvegliava i ponti e i viandanti che attraversavano i ponti, ma proteggeva anche i ladri che derubavano i viandanti che attraversavano i ponti. Quindi il dio politicamente più scorretto!

La letteratura non è mai il regno del categorico, non si può mai incasellare in categorie morali. La letteratura è il regno del rischio, il regno di una soglia ondeggiante. Ciò che io cerco di fare di fronte alla letteratura non è mai cercare di capire nel senso etimologico, cioè di contenerla in alcune idee, ma piuttosto di giocare con i testi, di muovermi all'unisono con il respiro dei testi.

Qualcuno mi ha chiesto una volta cos’è la poesia: io gli ho risposto che è la nostra seconda occasione. La nostra vita ha sempre dei limiti, ma noi tendiamo all'infinito anche senza rendercene conto. La poesia è la nostra seconda occasione per metterci in contatto, in comunione, in sintonia con l'infinito, o almeno per tentare di farlo. Ma è una seconda occasione rischiosa: nella poesia c'è sempre un elemento di rischio.

Un’estate Attilio Bertolucci mi diede da leggere a Casarola i primi trentasei canti della Camera da letto. Ero il primo che li leggeva fuori dalla sua famiglia. Alcuni erano apparsi in riviste ma il libro non era ancora uscito. Era il 1983, l'anno precedente a quello in cui sarebbe uscito il primo volume della Camera da letto.

Lessi in tre giorni quei trentasei canti, poi ne parlai con lui. Ero sopraffatto dall'emozione, e quando tornai a Parma venni colto da un attacco terribile di extrasistoli. Tenete presente che Attilio soffriva di extrasistoli e diceva che i suoi versi erano aritmici perché nascevano dal ritmo irregolare del suo cuore. Era come se quell'energia che c'era nei suoi versi mi avesse colpito, quasi ferito.  A causa di quell’attacco di extrasistoli fui portato d'urgenza, di notte, al pronto soccorso. Dopo avermi tenuto in osservazione per un giorno, i medici mi dissero che non era un fatto organico ma funzionale, cioè una cosa occasionale. Ma quando poi raccontai la cosa ad Attilio, lui era quasi contento: non era forse la potenza della sua poesia ad aver agito dentro di me?

Quando, un’altra volta, mi hanno chiesto cos’è la poesia, ho risposto che è questo rischio: quando si legge una poesia bisogna correre il rischio di lasciarsi investire dalla sua forza, costi quel che costi. Però la grande poesia non è mai soltanto qualcosa di tragico, nemmeno quando parla di dolore, della malattia, del tempo, della morte, dei limiti della condizione umana... Nella grande poesia c'è sempre anche un elemento di speranza, perché la poesia è il regno del possibile, ci getta sempre verso l'altrove, ci apre sempre all'orizzonte di un’avventura infinita.

Anche grazie alla poesia di Bertolucci, che lui aveva definito una ricerca di luce vera (ricordiamo che questa espressione, "luce vera", è nel Prologo del Vangelo di Giovanni, quando egli indica Cristo come la "luce vera" del mondo), dopo tanti anni ho ritrovato un mio rapporto col cristianesimo. Il mio cammino spirituale nella vita è stato, in sostanza, questo: dopo un agnosticismo giovanile, a ventinove anni mi sono accostato allo zen e poi per trentacinque anni ho praticato la meditazione zen. Poiché lo zen ti libera la mente da tutte le categorie e le infrastrutture ideologiche, o almeno ti aiuta a fare questo, ho potuto, pochi anni fa, ritrovare il cristianesimo nel suo valore sapienziale. Ho finalmente capito che quella luce vera di cui parlava Attilio era la luce del cristianesimo. Questo è stato per me uno dei doni più grandi che mi ha fatto lo zen e uno dei doni più grandi che mi ha fatto la poesia di Attilio.

La poesia di Bertolucci è piena, piena zeppa di sentimento religioso, ma l'ho capito tardi, l'ho capito scrivendo quel libro, La casa del poeta, che è ambientato a Casarola. Proprio l'Appennino che porta a una radicalità dello sguardo, che ti costringe a vedere le cose ridotte all'osso, la vita semplice, la vita nuda, la vita esposta alla fragilità, la vita tra muretti a secco, tra le mucche, tra gli alberi, i tronchi e i poveri lavori contadini, mi ha portato a riconoscere quanto intimamente religiosa sia la poesia di Attilio Bertolucci.

Qualcuno all'inizio ha parlato di dono (il dono che ho fatto di una parte consistente del mio archivio letterario, che non riguarda solo Bertolucci, ma anche Citati e tanti altri scrittori, anche giapponesi). Però dalle considerazioni iniziali su questo dono che ho fatto mi sono spostato adesso sui doni che ho ricevuto: da Attilio Bertolucci, da Pietro Citati, dallo zen, dal cristianesimo, dalla poesia in generale, e anche da voi che siete venuti qui questa sera, ed è per questo che vi ringrazio di cuore.

Fonte foto: wikipedia.

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