Tempo perfetto: Io e tu. G. Bravi su G.M. Villalta

Telepatia è il titolo dell’intenso libro di Gian Mario Villalta edito nel 2016 per la casa editrice LietoColle, Collana Gialla Oro.

Una raccolta che, come dice l’autore, avrebbe dovuto intitolarsi Opuscola in virtù della struttura stessa del libro, composto da 19 poemetti tra loro indipendenti. Ed è proprio uno di questi poemetti ad aver dato il titolo all’intera opera. Telepatia, appunto. Il profondo e segreto legame, la stretta connessione che in qualche modo unisce un io e un tu: due mondi apparentemente estranei, due sfere diverse che però – per un istante, per una vita – si toccano. Questo è il respiro di fondo dell’intero lavoro di Villalta.

Chi è l’io? Chi il tu? L’io può essere creazione del tu?

Quell’io che ti pensa, può essere che sei tu / che lo crei? / So che esisto fuori di me. […] Forse l’oscuro di ciò che chiamiamo / essere è appartenere / agli altri, a molto altro (anche luoghi, date, vuoti / di noi stessi) e non sapere dove / stiamo ancora insieme, dove siamo altri, o gli stessi.

E viceversa, il tu può essere creazione dell’io?

Il pensiero di te, che ha origine / in me stesso, viene da altrove, / suppongo, e lontano, per questo mi chiama, / o è come se lo facesse, / e spesso sorprende la mente”.

Questo di Villalta è un libro fondamentale perché capace di andare a fondo nella grande e minima esperienza dell’esistere, facendone non un’autobiografia mauna viva e umana interrogazione. Le sue sono domande vere, essenziali, necessarie: “lo sai che non posso / chiedere, né avere altra risposta”.

E ancora: può esistere davvero un noi? Veramente due entità separate – l’io e il tu – possono dar vita a una somma perfetta che non preveda mai sottrazione e perdita bensì continua moltiplicazione?

Prima persona plurale, / modo incondizionato, / tempo perfetto.”

«Quando un team di neuroscienziati scoprirà i neuroni-telepati, non si dimentichi che la poesia lo sapeva già: “Celeste è questa / corrispondenza d’amorosi sensi / celeste dote è negli umani…”, lo dice già Foscolo nei Sepolcri.» Così l’autore in una sua nota al libro. D’altronde lo diceva lo stesso Rimbaud nella sua magnifica Saison: “la science est trop lente”, la scienza è troppo lenta per i poeti, per gli uomini capaci di vivere l’esistenza con uno sguardo visionario e profondissimo sulla realtà.

Continua Villalta nella nota: «Con gli altri si forma il nostro sentire, ed è con altri che sentiamo in quel certo modo che poi diventerà il nostro modo di essere in un luogo, in una situazione, ecc. A parte tutto ciò, sembra a volte davvero di “essere pensati” da qualcuno che pensiamo».

E Telepatia, il viaggio in versi di Gian Mario, è continua testimonianza di questo: siamo grazie agli altri. Allora lo sguardo non può che spostarsi incessantemente tra queste due fondamentali dimensioni – l’io e il tu -, fermarsi là dove si incontra un noi. Così dalla prima all’ultima sezione troviamo articolate infinite telepatie – tensioni tra essere ed essere – e queste connessioni così intime e segrete ci toccano nel profondo proprio perché riguardano ognuno di noi, sono anche nostre.

Nella sezione che apre l’intera raccolta, L’invenzione di un passato, troviamo quattro personaggi: il padre, la madre, la bimba, un uomo (“La madre, disperata, scrive mio / all’uomo che nel giorno dopo, / nella vita dopo, la attende. / Lui risponde subito sì.”). E fin dall’origine l’interrogazione, la domanda che pulsa con forza nel cuore di questo primo poemetto: “Che cosa sarebbero / queste quattro persone sole / (la bimba sola, come si è soli / a tre anni, senza neppure se stessi) / che cosa farebbero senza l’amore?”. Questione non retorica ma fondamentale, come tutte quelle esposte in Telepatia. La solitudine non determina semplicemente la vita ma lo stesso essere dell’individuo che non potrebbe essere senza l’altro, senza gli altri. A creare un legame saldo e vero tra io e tu, una possibilità per il noi, non può che essere l’amore. Amore che nella poesia di Villalta non è quello perfetto e idilliaco della tradizione ma collegamento reale, indissolubile, tra le persone. Un bene che, spesso, è ferita aperta: “Le telefona, dopo, per sentirla gridare / che non sopporta quelle telefonate / troppo presto di mattina o quando è già a letto. / La ascolta in silenzio. Che sia esasperata / e inveisca minacciandolo / di sparire per sempre, lo rassicura.” Versi che immediatamente mi hanno portato alla memoria il carme 83 di Catullo: “[…] Se dimentica di me, tacesse, sarebbe guarita: ora poiché sbraita e parla male, non solo si ricorda, ma, cosa che è molto più grave, è arrabbiata. Cioè, parla e brucia.

Libro che tocca profondamente l’esistenza, interrogandola senza sosta. Così le poesie dedicate all’amico e poeta Andrea Zanzotto, nella sezione Tra mi e ti, scritte in dialetto veneto periferico; così anche le commoventi poesie sulla figlia nel poemetto La figlia che dice che è felice.

Raccolta poetica che invita il lettore a intraprendere lo stesso viaggio cominciato da Gian Mario in Telepatia: porsi le domande giuste, cercare il senso profondo dell’io e dell’esistere, perseguire l’amore che fa implorare “un giorno ancora un giorno un giorno ancora”, stare con le persone senza le quali la vita non sarebbe vita, quelle capaci di rendere “più fondo il tempo, / più presente il presente.”

Giulia Bravi

testi scelti:

E all’improvviso siamo nel silenzio,

e il buio appena rotto subito si ricompone

sulla crepa di luce che ha attraversato la notte.

A volte anche la memoria è così. Adesso grosse gocce,

lente, gocce grevi sulle tende da sole

sulle auto e sulle gronde sono tracce più brevi,

si confondono con le voci

dei vicini che chiamano al riparo,

esortano a chiudere, a portare dentro.

Sono nel centro che fugge

dentro il cerchio del tempo.

Sono fermo, immaginato l’istante

che si schiude prima

della pioggia crosciante, prima del vento

che scuote le imposte, e della grandine.

Lo so che nascere fa male. Lo so che respirare

appena nati è tremendo. E appare naturale.

Come l’amore quando arriva e chiedi

un giorno ancora un giorno un giorno ancora.

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

Quando ti penso, perché

so che un esistere vero

è dove mi porta a te,

a me ti porta, il pensiero?

Pure se nulla afferro, nulla è,

cosa tra cose, corpo tra corpi, perché

occupi spazio, profumi, sei causa

di decisioni, e rinunce: lo sai che non posso

chiedere, né avere altra risposta – eppure

sei tu che parli, fai l’amore

e la morte?

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

Non la sopporto a volte, tutta questa fiducia.

Non ricordo di essere stato

mai così come te sprovveduto

nell’affidarmi a qualcuno

o crederci così tanto.

Così tanto che io provo vergogna

per il tuo spudorato amore.

 

Io sono uno che sposta la testa

se gli fai una carezza. Ho mille ragioni

per spiegarlo, ma nessuna che valga un millesimo

della tua delusione, perciò chiedo subito scusa

e offro il collo.

 

Resto quello che sono,

nonostante la commozione

e lo spavento. Eppure (me ne vergogno,

a volte sì, anche di questo) non sono preoccupato,

non penso al tuo futuro.

Sto con te, più che posso, sto bene,

se pure resto quello di sempre: mi fai più fondo il tempo,

più presente il presente.

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