In più di una poesia Stefano Maldini si guarda in moto

di Gianfranco Lauretano

Stefano Maldini, Deserto bianco, Raffaelli, Rimini 2020

Da sempre Stefano Maldini ha posto nei suoi libri poesie in cui si guarda in moto, spesso solo a passeggio. A piedi o in bicicletta, preferibilmente in un’ora serale, lo abbiamo visto passare, osservatore attento ai destini, alla vita evidenziata da un bagliore luminoso: “e giocare a girare/ con le biciclette,/ nella piazza di Forlì -/ sarà questa la vita, sarà/ questo girare in cerchio/ sempre, un po’ più vecchi/ un po’ più uguali?” diceva così una sua riuscitissima poesia. Ma era una fase in cui i libri di questo poeta parlavano di festa di un giorno normale o di “luce instancabile”, e un po’ ci eravamo abituati a considerare Maldini il poeta della luce e della vita, perfino “che si cerca dentro sé”, come scriveva Mario Luzi. Qualcosa deve essere successo, però. Persino nel moto leggero e osservatore della passeggiata: “passeggiare/ in una città vuota/ e perdere una finestra/ tra i pensieri/ cercarla e ritrovarla/ senza volti senza/ nessuna storia”. Si noti il penultimo verso, con i suoi “volti” circondato dal “senza”, una scelta che non può essere casuale in un poeta così attento alle sfumature di senso generate da una parola, un posto nella frase, un a-capo.

Quel senso di vuoto si avverte spesso in queste nuove poesie: “il dolore cavo/ che lo genera”, “si riaffaccia alla vita, così/ senza più niente/ solo la voglia di abitarla”, “vivere è questo/ rincorrersi tra i colpi/ perderti e trovarti/ dove tu non sei”, “stasera basta poco/ il parco vuoto e illuminato”… un vuoto, allora, che potrebbe essere il “perderti” ma anche la preparazione alla sorpresa di un ritrovamento inaspettato: che sia questa “l’altra verità”? Certo, è una poesia “senza”, parola tra le più ricorrenti, che cala anche sull’altra, in passato prediletta: “luce/ senza salvezza”, cosicché la stessa luce ha trovato un vuoto, persino di calore: “sulla pelle/ appena si alza la luce/ è dicembre”, dicono tre versi, così isolabili per un sapiente uso della versificazione e delle virgole.

Il sospetto che freddo e vuoto riguardino il tema dell’amore è introdotto dal medium del volto, a cui è dedicata un’intera sezione, “Il gelo calmo del tuo volto”, che così si inaugura: “bisogna avere odiato/ per riconoscere l’amore/ colpisce come uno sparo/ il gelo calmo del tuo volto”. Conosco bene questo sentimento del poeta, come lo conosce chiunque abbia amato molto: è un vuoto che si apre, ad un certo punto, persino nel volto più amato, il sentimento di insufficienza rispetto alla “grande domanda” del destino, come dice la citazione in esergo di Raffaello Baldini: “spesso non ci bastiamo/ come non basta l’amore”; già, spesso.

Al centro del libro, come uno snodo, è posta la sezione “Ombre lunghe” (nomen omen), in cui la morte “dirotta ovunque il suo sguardo”. Ci si trova tra l’altro una stupenda poesia dedicata a Marina Sangiorgi, la geniale narratrice scomparsa troppo presto, sodale di Maldini e assieme a lui tra le migliori di una generazione che lavora in modo discreto ma efficace, che durerà molto più di tante esperienze letterarie oggi più note ma effimere; è c’è un’altra poesia, anch’essa stupenda, che racconta un volto come raccontasse un mondo, solcato dai fiumi del pianto e del dolore: si tratta di “una frana di capelli”. È l’eventualità della morte dell’amore dunque l’altra verità, l’ombra che incombe e lascia addirittura “il corpo vedovo”, l’inganno che “ritorna nettissimo”, il lato duro dell’amore forse, che è inutile negare perché incombe persino sui punti più luminosi, come possono essere quelli della paternità e dell’amicizia: “ti tocca e tu lo senti/ tutto l’oscuro del mondo/ schiudersi intorno”. Anche se, quando lo sguardo si posa sull’esperienza della generazione, il bianco del deserto si fa da parte e Bianca diventa un nome che riaccende il volo e i colori: “il tempo dell’amore/ è un prato dove gli sguardi/ posano le ali – nel bozzolo/ degli occhi farfalle/ si alzano i pensieri”. I bambini, già: “un bambino lo sa/ il tempo è una curva di spazio” dice il poeta che in un’opera precedente aveva avuto una splendida intuizione sul tema: “eravamo un po’ bambini/ cioè il mondo, e insieme il suo significato” (Luce instancabile).

Un libro duro, faticoso, vero, impavido. Anche scomodo per chi sogna la vita, il mondo e l’amore solo a colori. Ma sembra che Maldini abbia la parola giusta per attraversare anche questa curva oscura del tempo. La sua ispirazione ha trovato ancora un stile calibrato, essenziale, quasi calcolato, coerente col resto del percorso e acuito ulteriormente. Non è questo lo spazio per far notare tutti i fili, che giungono fino ai nuclei fonetici e ritmici, che legano queste poesie, qualcosa che è prima da gustare e ascoltare come una musica intima e profonda, e che prima o poi sarà la gioia della filologia. Non c’è alcun segno senza intenzione, qui, alcun passaggio di cui non si siano auscultati i riverberi semantici. E, come sempre, tutto è giocato in spazi ristretti. Per affrontare the tough side of love Maldini sceglie di inasprire la sua già aspra essenzialità, ricordandosi forse dei suoi maestri, Ungaretti, Caproni, Pavese poeta postumo. Le sue parole sono briciole cadute dal tavolo e ricomposte in pane, il volo delle ultime foglie scosse dall’albero il cui stormire continua a far sovvenire l’eterno. È quella musica esatta e residuale ma viva, altroché, a interessare il poeta: “oggi raccogli le parole/ resti caduti lenti”.

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