“Squittii” di Roberto Gaudioso

di Melania Panico

Roberto Lumuli Gaudioso, Squittii, Oèdipus 2020

Squittii è un libro complesso e bello e parlarne non è semplice per vari motivi: mi lega a Roberto una amicizia importante e il libro l’ho visto nascere e crescere tra le mie mani in un dialogo serrato con l’autore. Detto questo comincerei proprio dal titolo.

Squittii è un chiaro riferimento al verso del topo eppure non è solo questo: alla base c’è un rapporto intenso con la formula del cantare. I topi cantano anche se gli uomini non possono sentire. È un atto di fede, insomma. Kafka aveva pure scritto un racconto dal titolo Josephine la cantante.
E poi Leopardi, uno dei grandi ispiratori di Roberto Gaudioso.
Se i topi cantano ma non li sentiamo, allora continuamente siamo messi di fronte al patto con la miseria, a come uscirne, cosa farne. E la poesia per Roberto nasce da un contatto diretto con la realtà non per questo rinunciando al bello ma non cercandolo forsennatamente. Il bello che viene fuori è quasi esausto.

Non si può sorvolare sul fatto che la traduzione e la tradizione di una cultura “altra” siano parti integranti del retroterra dell’autore e di questo progetto. Roberto Gaudioso è uno studioso di lingua e cultura swahili, allievo del poeta tanzaniano Kezilahabi e in Squittii c’è tutto questo. Innanzitutto la poesia di Roberto è piena di inserti linguistici di varia natura, il che potrebbe far inizialmente pensare a uno sperimentalismo fine a se stesso ma non è mai così. Anche quando traduce, il poeta non è mai traduttore di se stesso ma offre in nota al lettore una traduzione possibile, interlineare. Dobbiamo sempre tenere presente che il lavoro di Roberto non ha a che fare con il “tradimento” ovvero ciò che si pensa normalmente debba essere una traduzione: traduzione è per Roberto Gaudioso scrivere altra poesia o scrivere daccapo ma rispettando la parola dal punto di vista poetico e non dal punto di vista linguistico. Tante volte ho avuto modo di interfacciarmi con lui sulla questione del rapporto tra lingua e poesia, per arrivare poi alla conclusione che la poesia è oltre la lingua: “tradurre per me in me non senza eruzioni/ e bradisismi perdono resto noncolpevole/ con la mia colpa viva un tempo arriverà/ a spazzar via le distanze io il mondo”.

L’Africa, lo swahili, la terra “altra”. Ma lo swahili non è una casa perché non ci si può sentire al sicuro dentro il movimento, nel canto. E lo sa bene Roberto che fa muovere il lettore Dal nord del Mediterraneo al Sud del Mediterraneo, consegnando un canto che è un viaggio. E il viaggio implica la visione, una idea mitizzata dell’Africa (come si vede da fuori) che viene poi scardinata man mano che si va avanti nella lettura: “lo straripare/ scroscia per le vie le auto/ le ossa sinanche le case/ travolge a nessun dio sinora/ è dato creare se non/ all’uomo la propria natura”.

Abbiamo detto che nella sezione Dal Nord del Mediterraneo c’è questa visione come da fuori, eppure è una visione in cui la ricerca non manca mai. Si assiste anche all’illusione che l’Altro possa rappresentare una meta positiva o meglio un arrivo. Nella sezione Dal Sud del Mediterraneo l’Altro diventa un altro: “sotto il mio piede nudo ho conosciuto altri posti/ altri che altro fondi che fondo/ solo pochi grani al mattino le lacrime”.

Giungiamo poi alla terza parte ovvero alla sezione Transcorrere: transito, trasformazione, movimento. È il luogo in cui l’autore rifiuta ogni origine, ogni essenzialismo in favore di quella che chiameremo esperienza di commistione, terra come carne viva, canto senza fine. È certamente la sezione in cui l’elemento/corpo si fa più presente e chiaro: “lamento è una lama/ al mento/ il pianto in gola/ diviene sangue/ l’urlo d’agnello/ non diviene/ e il pianto si rapprende/ sul viso”. Il canto non si ferma mai e noi ne diventiamo parte, senza paura perché kisichobadilika kimekufa, ciò che non cambia è morto.

il mio sistema immunitario un’insidia è
per il mondo lo disintegro pian piano
un rivolo magmatico scava vene e arterie
che goccia a goccia il mare si faccia sangue
la terra carne roccia ossa atmosfera respiro
tradurre per me in me non senza eruzioni
e bradisismi perdono resto noncolpevole
con la mia colpa viva un tempo arriverà
a spazzar via le distanze io il mondo

*

– te le ricordi le lucciole?
in quella via buia ad ischia
il mare si fracassava spesso
su quelle rocce alte la nostra villa
– te lo ricordi il buio
con le lucciole? le rincorrevi
ed io scappavo avevi anche tu
una lanterna come i pescatori
di notte al di là delle rocce
verso la villa lontano
guardavamo in mare le lampare
il vento soffiava dal boschetto sui nostri capelli
– e sentivamo perderci

dopo cena in silenzio
le lucciole sul balcone
erano nostre

*

perdono ti chiedo perdono semmai tu possa
semmai io possa me stesso te stesso
questa la contingente mia esistenza
illegale colpevole impura
ti chiedo perdono per la mia colpa viva
che mi vuole morto senza morte senza amore
colpevole e non colpevole nessuno è innocente
prigioniero e libero e ristretto disegno sul tuo petto
la mappa delle possibilità mi dici di non preoccuparmi
la tua barba scura intrica misteri senza fondo
li esorcizzo lancio anatemi contro ciò che mi restringe
e i miei più fondi dal fondo il tuo corpo sorride alle mie labbra
io avvinghiato a te per intere notti
un brivido sottile e potente dalla tua lingua straniera
sotto il mio piede nudo ho conosciuto altri posti
altri che altro fondi che fondo
solo pochi gravi al mattino le lacrime

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