Il sorriso di Caterina di Carlo Vecce

di Antonio Sichera

Carlo Vecce, Il sorriso di Caterina. La madre di Leonardo, Giunti Editore, 2023

Ci sono molti motivi per salutare con gratitudine Il sorriso di Caterina, il libro uscito dalla penna di Carlo Vecce e divenuto a tempo di record un caso letterario. Il battage però, come al solito, rischia probabilmente di perdere di vista il cuore delle questioni poste dal Sorriso. La prima, a mio modo di vedere, è quella relativa al genere letterario. Come si sa, la critica contemporanea si affatica ormai da decenni, in una sorta di certamen classificatorio, attorno alla categoria di fiction (e di non fiction), sottoposta a disamine tanto sottili quanto inerti dal punto di vista ermeneutico (basta dare uno sguardo ai libri che sintetizzano questo dibattito, come quello emblematico curato da Riccardo Castellana un paio di anni fa per i tipi di Carocci). Certo, ogni epoca della critica conosce i propri snodi teorici ma quel che colpisce nella formulazione dei problemi letterari contemporanei è la perdita di presa testuale, la privazione di sostanza teoretica, l’estremizzazione tassonomica che rischiano di far velo alle questioni di fondo poste da un grande tema come la fictio, e che hanno a che fare con il rilievo e la problematicità della verità e dei suoi statuti nella società contemporanea, con il suo modo di fare i conti con l’esperienza soggettiva e di coniugarla con una esigenza diffusa di orizzonti condivisi, di mettere assieme il desiderio individuale di dirsi e la capacità di dire a nome di molti.

Il sorriso di Caterina cade in questo terreno di coltura come un seme spurio, un elemento di crisi. Come si fa infatti a classificarlo secondo le categorie dei teorici della letteratura odierni? La documentazione storica che lo sostiene impedisce di collocarlo tout court dal lato della fiction, con la quale condivide d’altronde una forte carica emotiva e una tensione alla partecipazione attiva del lettore. Ma ciò non ci autorizza a posizionarlo dalla parte della non fiction, ovvero di un’opera a dominante saggistica, volta alla pura comunicazione di un messaggio, sebbene questa componente sia chiaramente visibile nel libro. Si potrebbe subito obiettare che le narrazioni odierne sono spesso un mix di fattualità e di finzionalità. Eppure, è impossibile pensare al Sorriso come una pura biofiction, come una biografia romanzata, in quanto il filo teso dall’historia, l’implicito ma visibilissimo habitus filologico dell’autore non consentono una netta bipartizione, una tranquilla divisione del lavoro. Si tratta allora di un nonfiction novel, un racconto di fatti realmente accaduti ma messi in forma di romanzo? Qualcuno potrebbe frettolosamente sostenerlo, rischiando così però di far pendere il libro dal lato della storia e di rendere la sua tessitura testuale, linguistica, narrativa, un puro involucro, cosa che non è. Ma qual è il punto allora?

Il punto, a mio modo di vedere, è che Il sorriso di Caterina è un libro à la page stranamente anacronistico. Esso usa infatti tutte le arti più raffinate della narratologia contemporanea ma infine se ne fa beffe. Quando il lettore spassionato arriva a chiuderlo sente di dover tornare per capirlo, qualora non l’avesse già fatto, ad altre forme, ad altri modi. Il sorriso è un libro sullo stampo di quelli di Melville e di Mann, dei russi e di Manzoni. È un grande romanzo epico, un libro che si capisce sul piano del genere compulsando Lukàcs e Bachtin, modulando il tema del “misto” dal lato di Manzoni, sentendosi dentro la grand lezione di Verga. Il respiro dell’epos attraversa Il sorriso, la pretesa di far diventare epica l’esistenza di chi è stato travolto, di chi è letteralmente annegato nel mare della storia. È il libro non degli umili ma dei poveri, dei derelitti, di chi è privato di voce, volto e dignità, e non può nemmeno frequentare i margini e le uscite secondarie della vicenda collettiva.

La guardo, Caterina, e so di conoscerla da un tempo infinito. La realtà è che lei è qui da sempre accanto a noi, nelle cose che ci circondano, nella vita di tutti i giorni. La schiavitù, lo sfruttamento del lavoro umano e della dignità della persona, può essere ovunque. Il cotone della camicia che indosso forse l’hanno raccolto le mani di una Caterina in una sterminata piantagione dell’Asia centrale […] [forse] Questa notte un’altra Caterina bambina, in fuga dalla fame, dalla guerra, dallo stupro, da paesi che non sappiamo nemmeno che esistono, passata di mano in mano e rivenduta più volte, forse violata e torturata, arrivata dopo un viaggio d’inferno sulle coste della Libia, sarà caricata come una bestia insieme ad altre centinaia di persone nella stiva di un vecchio barcone, e lei non ci vuole salire perché ha paura di quella distesa di acqua senza fine che non ha mai visto e di quel barcone che sembra un mostro che vuole inghiottire lei e tutti gli altri nel suo boccaporto aperto e nero, e poi il barcone si sfascia, e si rovescia, e lei scende lentamente negli abissi del Mediterraneo, i polmoni già pieni d’acqua e gli occhi di vetro e l’ultimo grido che non le è mai uscito dalla gola. Trentamila morti così, in dieci anni, nell’indifferenza totale, mentre a poche miglia di distanza sfilano luccicanti navi da crociera.

È per questo che Carlo ci ha raccontato la storia di Caterina. E quando si raccontano storie come queste, quando si scrive il romanzo dei migranti e degli sfruttati, dei cancellati, dei dannati della terra, quel che ne viene fuori altro non può essere che l’epos della nuda vita. Non lo dico qui nel senso di Agamben ovviamente. Intendo dire la vita nella sua configurazione più concreta e sensata, quella che ha a che fare con i gesti decisivi, le emozioni trainanti, i sentimenti potenti, le relazioni ultime. La vita nel suo darsi più quotidiano, radicale, implicito. La vita che ci sostiene al di là di noi. La vita impastata della sua sostanza primordiale, dove quel che conta e che incide la carne del mondo è il pianto di un bambino che nasce, l’urlo di una mamma che genera, la carezza di un padre a una figlia, la mano tesa di un amico a un altro amico, l’orgasmo e l’esultanza del corpo di una donna in braccio al suo uomo, il calore di un uomo tenuto in grembo e avvolto dal corpo della sua donna. Ma è anche il grido dell’animale ferito, dell’uomo colpito e atterrato, il gelo del sangue che fa reale la morte, la nenia dell’abbandono, il pianto della perdita, l’obbedienza necessaria a quel che si consuma. La vita a cui siamo consegnati, così semplice e così grande, così diversa e così uguale. La vita che ognuno si porta dentro e proietta al di fuori di sé, sentendola unica, diversa, incommensurabile. Eppure anche la vita che ci accomuna, che si ripete, che offre le sue forme imperiture alle infinite sfumature del nostro esserci, del nostro diverso, infinito aver cura del mondo e degli altri.

La vita fatta di corpi e di parole, quelle parole che come un basso continuo formano il Sitz-im-Leben del Sorriso, il suo contesto vitale. Si tratta del grande dibattito, mai domo, tra la potenza magica della parola pronunciata, della voce ascoltata, della vibrazione modulata da un lato, e della parola fissata, della lettera inscritta, della tecnica rodata dall’altro. Su un versante la voce e la parola che non scambieremmo con nient’altro al mondo, perché lì c’è il nostro inizio, il canto che ci ha cullato e ci ha fatto compagnia nel ventre di nostra madre, prolungato nelle voci amiche di chi ci ha fatto crescere, di quelli che amiamo e che ci amano. La sua materia è la stessa dell’aria. Ne ha la levità e la pervasività miracolosa, l’impercettibilità e la forza vitale. Sul versante opposto c’è la parola impressa, separata dalla voce, che si dispone a fissarsi per non rimanere perduta, per non restare agganciata a un attimo senza ritorno. È la parola scritta, la parola della letteratura, del racconto tramandato nei libri, perché almeno una traccia rimanga di noi. La sua hyle è la nera striscia di un liquido che bagna, l’acqua scura che intride una superficie cartacea per tentare di creare un doppio del mondo e della vita. L’autore del Sorriso è sospeso tra le due alternative e ce ne dà testimonianza costante per bocca dei suoi fantastici personaggi. Lui però, dal suo canto, ha già scelto, una volta per tutte, scrivendo il suo libro. Una scelta seria, coraggiosa, posta come un atto di giustizia, come una forma viscerale di pietà per l’umano. C’è un afflato religioso nella scrittura del Sorriso, possibile solo a chi non vede la letteratura come un vanto né la propria scrittura come l’epifania di una salvezza da narcisi, bensì come la pura pratica, semplice e artigianale, di un gesto dell’esistere. Un gesto simile a quello del calzolaio o del muratore, del contadino o dell’operaio. Un gesto umano, quotidiano, che serve la vita di un popolo e non se ne vuole altezzosamente distaccare.

Il gesto di un profeta, potremmo dire? Sì, un profeta biblico che scrive per mandato e per amore, e che intanto annuncia. Che cosa? L’apocalisse, la fine di un mondo che si sta consumando e potrebbe rapidamente estinguersi – come la Costantinopoli del Sorriso, inquadrata dalla macchina da presa del racconto sulla soglia della sua disastrosa caduta – qualora non ascolti l’eco del vivere e del morire di Caterina e di tutte le Caterine che nella mamma di Leonardo sono comprese e come ospitate. Scrivere per la salvezza di altri e non per la propria. Scrivere non per entrare in competizione con un’altra poiesis ma per servirne e preservarne il dinamismo originario.

Certo, l’autore del Sorriso sa che il tempo consuma e divora, che nulla nella carne gli resiste. Sa che anche i sentimenti possono esserne intaccati, affievoliti; che dopo un grande amore come quello di Piero da Vinci per Caterina può succedere che tutto si raffreddi e finisca, che il fuoco si estingua. Ma non si tratta qui di lottare col tempo, di intraprendere il combattimento titanico della Romantik. Il sorriso di Caterina soggiace alla legge del tempo e vi si assimila, credendo che la scrittura possa dargli forma e senso, senza attaccarlo, senza prenderlo di petto, rispettandone la legge, ma sperando sempre e magari follemente in un rinvenimento.

Ciò che è perduto può rimanere sospeso sull’abisso del nulla, ma può anche improvvisamente tornare. Tornano i ricordi. Tornano le parole. Tornano i corpi. Tornano anche quando parrebbe impossibile, quando la loro perdita sembra essere stata troppo bruciante e precoce. Così Caterina ritorna alla fine da Leonardo e il figlio la ritrova, in uno spazio ultimo ma ancora possibile. Non voglio svelare nulla, ma semplicemente anticipare, al lettore che verrà, il senso dell’energia che attraversa questo libro, frutto di erudizione somma, di conoscenza accurata, di studio rigoroso, questo libro zampillante come una fontana e vasto come un affresco, che rapisce il proprio lettore senza preoccuparsi – è questo lo spirito dell’epos romanzesco – di calchi, di fonti esibite, di riscritture ammiccanti. L’autore non deve occultare nulla. Tutto può venire alla luce. Nessuna autorialità è in gioco, nessuna patente di originalità. L’epos è un’impresa collettiva, il genere che ferma il tempo e lo proietta in un passato indelebile, assoluto, ora offerto dall’autore a Caterina, ai suoi come uno scrigno imperituro, una custodia per sempre. La molteplicità inafferrabile del romanzo, la sua apertura mai arginabile, e la solidità unificante dell’epos, il suo saper giungere alla fine, si saldano nel Sorriso in un movimento unico e fascinoso.

Il suo auctor, che appare alla fine del libro per offrire a chi volesse una linea ermeneutica, una chiave di lettura (apparentata strettamente con la confessione), è uno studioso di vaglia, un allievo di Billanovich. Come abbia fatto a scrivere un libro così, è presto detto. Lo ha scritto da vero filologo. Con la sua penna brillante, con le sue doti di narratore, certo. Ma animate e indirizzate sin da subito dalla postura di chi ha dedicato tempo e affetto al proprio cercare e non considera le carte un’appendice del lavorio creativo ma il loro motivo cogente. Come a dire che anche in questo caso – quello strano e ambivalente della philia del Logos – è l’amore che chiama e che svela, che rappresenta il segreto di tutto. Che mette la filologia a servizio di una vita buona, di una vita gustosa e sommessa, grata del proprio esserci e del proprio spendersi per quanti le sono o le saranno prossimi. Una vita come qualcun altro e a suo modo, in un vecchio romanzo milanese, aveva già un tempo tratteggiato, dicendo di un certo ecclesiastico: “Persuaso che la vita non è già destinata ad essere un peso per molti, e una festa per alcuni, ma per tutti un impegno, del quale ognuno renderà conto, cominciò da fanciullo a pensare come potesse render la sua utile e santa”.  Così è stata la vita di Caterina, se sverniciamo il linguaggio un po’ troppo moralistico di don Alessandro troviamo il senso ultimo di quelle parole nella potenza vitale di una ragazza, di una donna, che nel racconto di Carlo è capace di trasmettere a tutti luce, gioia, serenità, a dare senso e bellezza alla vita degli altri, per una sorgiva apertura alle sorgenti dell’essere. E alla fine, questo raggio di luce, questo sorso di acqua fresca, giunge a dissetare anche il cuore inquieto di suo figlio e a dargli pace e calore, mentre si consegna alle sue braccia per morire avvolta da un corpo amato. Il Leonardo scienziato, solitario e narciso, in questo atto finale del Sorriso impara forse per la prima volta dalla carne e non dalla mente. In una parola: diventa uomo. Ed è questo l’ultimo miracolo del sorriso di sua madre.

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