Sette su sette. Diario di una poetessa che non era preparata. (Parte seconda)

di Melania Panico

Alla stazione di Campiglia Marittima un uomo mi chiede di accendere. Va bene, ne accendo una anch'io. Va a Roma? Sì, ma solo per una coincidenza. Torno a Napoli.

Oggi chiudo la seconda parte del “tour" e torno a casa. Mi sembra di aver lasciato molte cose nelle stazioni, nei treni. Soprattutto gli occhi. Mi sembra di aver lasciato tanti sguardi al finestrino. Mi sembra di aver preso molto di più di quello che mi aspettavo, tanto da non avere più fiato a volte. Mi chiedono spesso cosa mi spinga ad andare, a dire sempre sì, e cosa se non una promessa, non solo quella fatta a me stessa.

Cosa ci spinge a togliere tempo alla nostra arrancante e comunque tanto amata quotidianità, tempo alle nostre famiglie, al nostro nido di tranquillità seppur passeggere, ai nostri vari lavori e salti mortali quotidiani – per leggere a volte davanti a tre persone – se non per una promessa da mantenere.

“La poesia non è alcun luogo concreto sulla carta geografica dell’immaginario e della mente dell’uomo. Essa è, piuttosto, come un meridiano: una linea ad un tempo verissima e inesistente che indica una direzione attraverso molti territori”, diceva Paul Celan, che leggo e rileggo come a cercare un mantra: perché lo fai, perché lo fai. E cos'è questa forza anche bruta che ci guida?

In questo viaggio attraverso molti territori ho incontrato persone diverse, mi sono lasciata guidare dalla magia di alcune città, ho respirato molto – soprattutto di nascosto –, ho risposto a tutte le domande lecite che mi potevano fare, sorriso anche quando non ero molto in vena e sempre – sempre – mi sono chiesta “ma cosa ci faccio qui, che cosa sto facendo e perché lo sto facendo?”. E sempre – sempre – la risposta mi è arrivata dalle persone che guardavo negli occhi. Poi sono tornata a casa, nella Napoli che riconosco da lontano quando sto per avvicinarmi. È un attimo: sento il Vesuvio, l’aria quasi liquefatta, qualcuno che mi aspetta alla stazione.

Non sapevo che mi sarei dovuta preparare anche al dono della direzione. E ovviamente anche a questo non ero preparata ma – come si dice – c’è sempre un momento della vita in cui ogni cosa appare molto chiara, soprattutto quando hai vissuto per anni in mezzo a una nebbia. Non sapevo che mi sarei dovuta preparare a dire “eccomi, sono questa” e qualche volta (non sempre) a ricevere un “grazie” in cambio. Ma quanto vale quel grazie.

Non sapevo neanche che mi sarei dovuta preparare a certi distacchi – e infatti poi a quelli non ci si può preparare – o a essere catapultata improvvisamente e nuovamente nei luoghi del libro, come fossero sempre luoghi nuovi e sempre vivi, sempre faticosi. Rileggo The remains di Mark Strand. Ho aperto il libro citandolo: I say my own name. I say goodbye e poi alla fine: Time tells me what I am. I change and I am the same. / I empty myself of my life and my life remains.

Ma ora io non sono più la stessa. E anche a questo non ero preparata.

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