Incastrato tra Montale e Jannacci, tra Salinas e il ’38

Appunti di lettura per "Servomuto" di Samuele Donati, Raffaelli editore, 2018

La scrittura di Samuele Donati si distingue tra quella di molti altri nuovi poeti italiani per due motivi. Una soave indifferenza alla chiara e distinta scrittura media (e spesso povera) di tanti collezionisti di pensierini coevi. E, seconda caratteristica, una situazione di salutare irrisoluzione. Le due cose sono legate, ovviamente, in questo poeta che da un lato ci offre preziosi calembour, cammei quasi alla Montale e dall'altra sembra appena uscito in ciabatte dal bagnino 38 della sua città natale, quella Rimini che finalmente liberata da fellinismi e tondellismi appare qui solo per frammenti o quasi ultrasuoni, e sono albe di pescatori o magoni di gelateria.

Dunque onore come sempre a Raffaelli editore che pubblica questa roba e a Irene Mezzaluna che in una striminzita pagina e mezza di introduzione individua alcuni fuochi centrali del libro.
Un libro feroce di dolori, per quanto la lingua e le trovate dissimulino (ma quella dissimulazione che a volte riesce a esser più forte di un grido in faccia) ma anche un libro dove molte sfumature comiche o grottesche della vita trovano parole (va ricordata tra le altre una bella poesia di amore "finito" al citofono, cosa che evidentemente capita solo ai poeti, dico per esperienza). La vita è data soprattutto nel suo tessuto fondamentale di inquieta nostalgia. Basterebbero due versi in una poesia di ironica e durissima preghiera a una Madonna nera, nella sezione contrassegnata da titoli che indicano la posizione in latitudine e longitudine dei fatti:

"Costringi il Padre bambino che hai in braccio, inchiodalo a promettermi l'impensabile, cioè
anche se ci fosse una donna che si dimenticasse
e c'è

Lui non mi dimenticherà mai"
 

In quel versicolo di piombo e precipizio ("e c'è") si sente tutta la radice del libro, la ferita che come faglia lo traversa, quasi il burrone dinanzi al quale le parole del poeta puntano i piedi, si aggrappano le une alle altre, fanno drappello sul limite. Il leopardiano, e biblico, oblio come suprema ingiustizia patita dal vivente, che sia esso il povero amante o anche il semplice passante oppure il frammento di realtà catturato con occhio vivissimo, come in una delle poesie più belle:

 
"Spalancata già da qualche ora
la finestra era tutta nel vento
uno straparlare di persiane
uno stare male
che non avresti mai detto: primavera"
 
oppure in un altro bellissimo inizio
 
"Hai capelli controluce
sei cenere violenta
e dalla linea delle spalle
scende la campanula

Ho pensato forte
la tua schiena"
 

Donati è poeta di tendenza onnivora, o enciclopedica o forse bulimica. Mette sé in scena in questo "servomuto", figura che ricorda personaggi secondari di telefilm di Zorro, o grandiose metafore dell'amore, come il Paolo muto del V Inferno, il mammalucco innamorato della poesia erotica araba, oppure come metafora del monaco.
Dicevo di una "felice irrisoluzione". Nel libro si alternano momenti di complessa articolazione linguistica e allegorica che sarebbero piaciute al secondo Montale e pennellate da chanson quasi da Jannacci in vacanza al già citato bagnino 38. Tale opposizione non sempre trova il suo accordo, uno zenit di tensione poetica che le faccia fiorire in un unico gesto. Del resto non è cosa semplice, e temo che Donati come tutti i poeti autentici non possa scegliere come scrivere. Ma certo può ancora soffrire, può ancora lottare con la indole, con la illusione dello sciabattare lento come unico andamento del mondo. Insomma può mettersi ad imitare la "Stravaganza" o la "Follia" di Vivaldi ovvero affondare sempre più in quella supplica o nostalgia, ché da lì viene ogni discorde armonico, ogni sorpresa e compito. Fosse quello così bizzarro e incomprensibile qui sotto le nuvole, dove le donne dimenticano le primavere gridano i ragazzi crescono e gli anni corrono, d'esser poeti.

 

Davide Rondoni

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