Sempre più chiaro è che l’amore è uno.

Nove poetesse russe

di

Anita Piscazzi

Un poeta è sempre stato molto più di un poeta e la letteratura ha un ruolo sociale influente. Non esiste la poesia esistono le poesie, come non esiste la letteratura ma le letterature siano esse vissute, urlate, spezzate, sacrificate e partorite da terre lontane apparentemente differenti tra loro ma allo stesso modo portatrici di narrazioni, di tradizioni e di costumi di un popolo come la Russia, un gigantesco Oriente-Occidente che unisce in sé due mondi. Mi piace ricordare le parole del filosofo russo Berdjaev che bene descrive questa terra così ricca di storie: “Nell’anima russa vi è la stessa  incommensurabilità, immensità, tensione all’infinito della pianura russa, di questi spazi enormi essa non conosce la misura e spesso cade in eccessi, ha un carattere indeterminato volto all’infinito”. Questo spiega l’indole contraddittoria del popolo russo: da una parte risente la necessità di essere governato e guidato; dall’altra, rispecchia le sconfinate distese tende verso l’infinito, verso la ribellione e la libertà. Tutto questo ha trovato riflesso nella musica, nelle melodie e melanconie dei canti popolari, eseguiti dai cori, con carattere di profonda tristezza che rappresentano una delle più alte espressioni del culto religioso e patriottico. Ma la Russia non è soltanto Tolstoj e Dostoevskij, al di là dei grandi classici, vale la pena scoprire la poesia e i poeti del modernismo russo, che sono stati anche tradotti in italiano: Alexander Blok, Ánna Achmátova, Marína Cvetáeva, Osip Mandel’stam, Sergej Esenin. Accesa da questo desiderio, Bari, la città di Nicola, il Santo taumaturgo di Myra che muove ogni anno il cammino di numerosi pellegrini ortodossi moscoviti, dal 1 al 18 marzo appena trascorsi, si è trasformata in capitale italiana russa con Pagine di Russia 2016, Festival letterario giunto alla terza edizione curato dalla casa editrice Stilo e dalla cattedra di Lingua e Letteratura russa presso il Dipartimento di Lettere, Lingue e Arti dell’Università, dedicando l’8 marzo al florilegium di nove tra le più significative voci poetiche femminili russe del XX e del XXI secolo. Čerubina de Gabriák, pseudonimo di Ivanovna Dmitrieva, maschera poetica misteriosa e affascinante, ardeva di un amore tormentato e delirante, sbranava avidamente e rapacemente la vita fino all’osso: “Acre e selvatico afrore della terra:/Garofani scuri germogliano nei campi!/Abbandonati gli abiti sull’erba,/nel campo all’imbrunire sto come una candela. Fuggendo via – umide le orme/-teneramente nuda, fiorisco presso l’acqua./Un bianco corallo nel folto della vite,/fulva nel fulvo, dai fulvi capelli”. O come Zinaida Gippius detta la splendida o anche tentatrice demoniaca di intima ascendenza simbolista e decadente che richiama l’attenzione verso la libertà, l’ambiguità sessuale e che canta l’amore come una forza misteriosa dell’anima: “Nell’immutabile solo è l’infinito,/sol nell’assiduo la profondità./Lunga è la vita, l’eternità vicina,/sempre più chiaro è che l’amore è uno./L’amore ripaghiamo con il sangue,/ma l’anima fedele permane in fedeltà,/e amiamo noi d’un solo amore…/L’amore è uno, come la morte è una”. La voce, non solo poetica di Ól’ga Berggól’c è il simbolo della resistenza di Leningrado contro l’invasione nazista degli 862 giorni, dall’8 settembre del 1941 al 18 gennaio del 1944, che incitava infaticabilmente, tramite trasmissioni radiofoniche, la popolazione a resistere mentre la sua penna era inchiostrata di sofferenze e di angoscia di quei giorni: “Io non sono mai stata un’eroina./Non ho cercato mai fama o ricompensa./Di Leningrado il respiro respirando/non ho fatto l’eroe, solo ho vissuto./[…] Nel fango, al buio, affamati e sofferenti,/ quando la morte come un’ombra ci seguiva,/tanto felici siamo stati e tale/libertà selvaggia respirammo/che i nipoti ci dovrebbero invidiare./[…] quando l’ultima scorza condividi,/l’ultima presa di tabacco, quando/ ci si confida nel profondo della notte/sotto un povero lume fumigante,/così vivremo dopo la vittoria/sapendo il vero valore della vita.” Bella Achmadulina è invece poetessa d’amore degli anni Sessanta dell’URSS. La sua lirica visionaria e immaginifica traduce l’amarezza della fine di questo sentimento universale del quale ella ne è vittima: “Credevo tu fossi mio nemico,/mia gravosa sventura./Ora so: mentivi soltanto/e tutto il tuo giuoco era meschino./Sulla Piazza del Maneggio/gettavi una moneta nella neve./Una moneta per indovinare/se ti volevo bene./Mi avvolgevi i piedi con la sciarpa/laggiù nel giardino di Alessandro,/mi scaldavi le mani …  e mi ingannavi/sempre credendo che mentissi anch’io”. Con Elena Švarc si passa alla poesia underground russa degli anni ’70 e ’80 legata al simbolismo e a una tensione profonda mistico-erotica del suo bruciante rapporto con Dio: “Questa ragazza è la figlia di qualcuno,/Ha negli occhi acqua azzurra,/Nell’inguine – una sorda notte lacera/E una stella rosata./ Ma nel suo cuore – che ora è?/Tra il cane e il lupo./Azzurro e crepuscolare cola il raso/Sotto l’ago conficcato nel centro”. La voce poetica, per lungo tempo considerata scomoda, oscura e inattuale dal regime comunista è quella di  Ól’ga Sedakóva. Il suo è un afflato del cammino tortuoso, controverso, ma reale, incisivo intriso di una profonda religiosità lirica: “E chi sa il decreto del fato?/Chi indovina pur non se n’accorge./[…]Entrerò allora senza rumore,/come i morti rivengono ai vivi,/e dirò che qualcosa conosco,/che mai e poi mai tu saprai./E poi ti bacerò la mano,/come i servi le mani ai padroni”. Ksénija Nekrásova ha l’anima infiammata del fuoco sacro della poesia dei folli di Dio alla maniera medievale. La sua lirica è poco conosciuta ai più, eppure con la sua atmosfera pacata e metafisica, tipica della stagione letteraria pre-rivoluzionaria, ha rinnovato il panorama poetico russo dei due decenni del Novecento: “Silenzio, miei versi,/non fate rumore tra le strofe:/ quell’uomo il volto sa penetrar delle cose./Se i suoi occhi s’è presa la guerra,/le palme sue sanno osservare,/dieci pupille ha sulle sue dita,/e davanti un mondo vastissimo”. Ma in questa rosa di nomi, il fiore dei fiori va dato alle voci poetiche indiscusse degli anni di Djagilev e dei balletti russi dei primi del Novecento: Ánna Achmátova e Marína Cvetáeva. La prima, Ánna, impregnata di unica e d’insaziabile angoscia e solitudine, canta l’eros come un sentimento eterno in cui prevale l’equazione amore = sofferenza: “Strinsi le mani sotto il velo oscuro…/ “Perché oggi sei pallida?”/Perché d’agra tristezza/l’ho abbeverato fino ad ubriacarlo./Come dimenticare? Uscì vacillando,/sulla bocca una smorfia di dolore…/Corsi senza sfiorare la ringhiera,/corsi dietro di lui fino al portone./Soffocando, gridai: “È stato tutto/uno scherzo. Muoio se te ne vai”./Lui sorrise calmo, crudele/e mi disse: “Non startene al vento”. La seconda, Marína, sulla quale pesa un destino tragico, la poesia è stata tutta la sua vita. Esule, disprezzata in patria, invisa all’estero fece tutto per amore, finanche a porre fine alla propria esistenza, ma la sua poesia è immensa e terribile è fame è contatto di corpi è unione bruciante, rivoluzionaria e futurista: “Distanza: verste, miglia…/Ci dispongono, dislocano,/perché quieto sia il nostro contegno,/sui due lembi estremi della terra./Distanza: verste, spazi…/Ci distaccano, dissaldano,/e disgiungono, crocifiggendole, due mani-/ Non sapendo che fossero una lega/ di ispirazioni e tendini…/Non ci disanimano, ci disseminano,/Distanziano…/Mura e fosso”. Lei era e rimane una figura tragica della poesia, si potrebbe dire più greca, per il senso della tragedia che le fu proprio, che russa: “Non so quanto mi rimane ancora da vivere, non so se tornerò mai in Russia, ma so che fino all’ultimo verso scriverò forte, che le poesie deboli – non darò”.

 

 

 

A.P.

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