Sei andato avanti, Giovanni

“I nostri incontri sono stati rari, ma mai superficiali, e sapevo che era sulla mia stessa barca. Ho sempre letto Nadiani. Ho imparato. E imparo ancora. Con questo piccolo trittico ricordiamo il bravissimo poeta scomparso da poco. Un poeta radicale, che non si sottraeva alla ferocia della storia, specie quella minuta, e però gentile nello sguardo poetico e nel gesto. Due suoi testi, bellissimi, uno in versi e l’altro una specie di saluto, letto al funerale. E un articolo del poeta Elio Pezzi, comune amico.
Tratti (l’avventura culturale e editoriale fatta da Guido Leotta che se ne è andato per primo, da Giovanni Nadiani, da Cesare Ricciotti e da altri) è stata la cugina più grande di clanDestino. Diversa come riferimenti e orizzonti ma mica tanto come temperamento e libertà. Li ho sempre ammirati. Poi i romagnoli sapete come sono, non fanno smancerie.
E questo omaggio senza fronzoli penso sia gradito a Giovanni che ora con il suo amico Guido sta spiegando al Signore i segreti della poesia in Neerlandese o chissà che altra lingua (che  pure Lui fa fatica a raccapezzarsi). Sei andato avanti Giovanni, non ti dimenticare di noi”
DR

Italian fast food

 

mezanöt e trì

Da Salvatore S.r.l.

di guzlon i sfa e’ bulôr d’asfelt

la margherita d’plastica ins e’ piat

di jeans stret e dal minigon

cun j urcì int e’ bigul

al s’ataca a la curdëla Vape

dla barachina d’legn ch’la sfâma al vói

un merci d’e’ pas strach a sghêr i pinsir

dentar a l’Heineken d’lata meza vuta

l’autoradio a batar i gnech dla strê

la paura di tôn int j oc vird d’rimulëta

la t’met in cros int un balen

’t la nöt da i cavel ros…

 

(e’ piasê d’rësi stê neca te

e’ magon d’no avêl capì

al furzen e i curtèl d’plastica

ch’i vola int e’ bidon de’ rosch…)

(da Eternit®)

Italian fast food – Mezzanotte e trequarti / Da Salvatore S.r.l. / goccioloni disfano il bollore d’asfalto / la pizza margherita di plastica sul piatto / jeans stretti e minigonne / col piercing sull’ombelico / si incollano alla carta moschicida / del chiosco di legno che sfama le voglie / un treno merci dal passo stanco a tagliare i pensieri / immersi nell’Heineken di latta mezza vuota / l’autoradio a battere i gemiti della strada / la paura dei tuoni negli occhi verdi di lentiggini / ti mette in croce in un baleno / nella notte dai capelli rossi… // (il piacere di esserci stato pure tu / il dispiacere di non averlo capito / le forchette e i coltelli di plastica / che volano nel bidone dell’immondizia…)

RISORTO! |27-28.06.2016|

FRAMMENTI DI CERTEZZA DI UNA CONDIZIONE

A prescindere che ci sia, ci sarà o no la resurrezione della carne – che può essere consolatorio e in cui siamo tenuti a credere – da tempo mi pongo la domanda se essa sia per me poi cosi importante. Capitale, fondamentale per la mia persona e la mia storia è tutt’altro: Cristo è risorto e io sono risorto in lui, adesso, ora.

Sono risorto perché ho visto il suo volto in ogni attimo di vita donatomi, su quello di mia moglie, dei miei figli, dei miei genitori, dei tanti amici che mi hanno fatto toccare la Pienezza (chiamala amore se vuoi) di tutto ciò che ho sperimentato, sì, goduto, incontrando ogni mattino il Bello; in questa gioia di essere, semplicemente, di essere uomini. Questo è risorgere: contemplare: contemplare la nostra stupefacente umanità. E io ho avuto questa grazia: sono risorto in ogni istante in cui mi veniva donato questo centuplo in più. Questa è la vita eterna, questo è amore per tutto e per tutti, questa curiosità insaziabile per la vita, questo mistero spiegabile solo soltanto con Cristo: venite e vedete. E io ho visto, l’ho visto, l’ho provato: sono risorto!

A fronte di questo fatto, questo gratuito gesto d’amore, cosa sarà mai la sofferenza? Certo, essa attiene indissolubilmente al nostro essere umani, dunque al nostro limite (e anche Cristo, nel suo gratuito, incredibile gesto verso gli umani, nel suo farsi uomo per condividere poi con noi la Resurrezione, sulla croce si è lasciato andare a un gesto di sconforto, condividendo con noi per un terribile attimo la condizione di insufficienza, di debolezza).

Lo presagisco, lo vivo: sarà faticoso, forse orribile affrontare la fine, ma ciò che non si può cancellare è la certezza di essere risorti, di averla assaporata fino in fondo.

Perché la questione? Perché proprio io? Cos’ho fatto io da meritarmi di essere risorto in Cristo?

Il mio peccato capitale, fondamentale: in molte fasi della mia vita aver tentennato, non averci creduto davvero fino in fondo; non avere avuto le forze, la fede, di farne parte gli altri con entusiasmo, anzi di essermi talvolta tirato indietro di fronte al conformismo imperante, alle ideologie dominanti, dai pochi o molti che mi avrebbero deriso (devo forse apportare a mia giustificazione che anche Pietro, l’apostolo amato, rinnegò il Maestro? Troppo facile).

Di questo sono tenuto a chieder perdono.

Sappiamo di non essere esclusivamente frutto di reazioni biochimiche del cervello; constatare che “lì dentro” e dentro tutto il nostro essere è contemplata l’esistenza, anche l’impegnativo gesto della creatività – per brevità: l’insorgere di tutto il Bello – è qualcosa di stupefacente, di “miracoloso”. In ogni caso, è stato questo Bello a farmi con-risorgere e ciò mi fa amare ancora di più Cristo e il suo mistero.

È stupefacente che un pezzente morto di fame con una manica di derelitti abbia cambiato radicalmente, per così dire, le nostre “funzioni cerebrali” e tutto quello che nel corso dei millenni abbiamo smosso, cioè la storia.

Io sono un infimo ebreo-cristiano come lui, che non era venuto a infrangere la legge, ma a salvarla. Noi siamo tutti ebrei perché da 3.500 anni siamo parola, narrazione incessante del mistero del nostro peregrinare sulla Terra, ponendoci costantemente la questione del senso di tutto questo. Per cui, chiunque crei qualcosa col suo lavoro contribuisce da par suo a questa narrazione; in particolare, chiunque scriva – per restare a questa piccola anima con la stilografica in mano nella stanza di un ospedale – è ebreo, perché figlio di quella scrittura, di quell’incessante narrazione, di quella parola che ci avvicina al divino. Cristo era uno storyteller ebreo e narrava soprattutto in aramaico in mezzo a degli altri ebrei. Ma Cristo era il Messia e lo narrava a ogni gesto.

Qui si afferma la cesura del Racconto, la sua sublimazione: il cambio non solo della fabula e dell’intreccio, della forma e dello stile, bensì di tutta la Storia dell’umanità, una volta per sempre: “Io ho parole di vita eterna”.

L’eternità avviene adesso, ora, in ogni istante.

Eppure è qui che i confratelli ebrei continuano e continueranno a raccontarsi un’altra storia, aspettando il messia, cercando perennemente di trovarlo, di trovarne le tracce nel racconto, continuando a narrare di questa ricerca.

Ma io sono stato trovato dal racconto di Cristo, preannunciato da Giovanni battista: Io sono la via |non più sentieri che conducono nel deserto di un’inane attesa|; la vita |non più la morte di uno sterile per quanto affascinante plot|; la verità |non più l’invenzione, la fiction, la suggestione, la menzogna del nostro auto-narrarci|.

Talvolta i racconti non sono soltanto invenzione, fantasia, trasfigurazione del vissuto o quant’altro magari filtrati anche al piacere stesso di trasmetterli in qualche forma a sé stessi o a terzi.

Con Cristo, per un’unica, decisa, sconvolgente volta essi erano e sono la verità del dono (negando, o meglio superando l’ossimoro invenzione-verità). Per accettare questo incredibile mistero è necessario, però, che scrostiamo di lato 3.500 anni di narrazioni, ma soprattutto la nostra quotidiana narrazione, di cui pure siamo fatti, attivandoci per una volta come “lettori-ascoltatori-contemplatori”, come protagonisti di un processo “arrendevolmente” attivo di accoglienza poetica che è allo stesso tempo di ri-conoscimento, di conoscenza della nostra condizione, abbandonandoci semplicemente e umilmente, a cuore aperto – per usare una vecchia e abusata metafora – al gesto estetico gratuito della ricezione, il solo che ci permette di accedere alla pienezza: Cristo è risorto, io sono risorto.

Giovanni Nadiani

UNA PAROLA, UN SOGNO, UNO SGUARDO POSSONO CAMBIARE LA VITA

Giovanni Nadiani è stato uno scriba, un grande intellettuale, un artista, che nella parola, che nella lingua, a partire dalla sua “lingua madre”, – e’ rumagnòl – ha trovato il suo compito, il senso della sua vita: comunicare la Bellezza. Nella sua borsa, che portava sempre con sé, tirava sempre fuori parole nuove e parole antiche, mai vecchie. E sogni. Come un vasaio che plasma e modella la creta, così Giovanni ha fatto con le parole. Alcune azioni del suo lavoro quotidiano erano: osservare, ascoltare, cercare, domandare, conoscere, capire, scoprire, sognare, scrivere… In romagnolo appunto, in italiano e tedesco, ma anche in altre lingue anglosassoni, nordiche e latine, o in lingue dialettali quali, ad esempio, il plattdeutsch; inventando parole meticce, una vera e propria lingua meticcia, come testimoniano poesie, racconti, saggi e traduzioni. E come testimonieranno le ultime pubblicazioni che usciranno postume. Sì, perché Nadiani ha lavorato fino agli ultimi giorni, con la consueta passione, con la consueta attenzione, finché ha avuto un briciolo di energia.

Giovanni era un amico. Vero. Per lui l’amicizia era filia, amore, apertura all’altro, uno sguardo, mai qualcosa di esclusivo, di cui essere gelosi; lo testimoniano i tanti amici, i suoi rapporti, le amicizie che aveva con persone di culture, storie, esperienze, età diverse, magari incontrate in periodi, luoghi e ambienti diversi, ma sempre all’insegna dell’apertura del cuore, della fiducia, una fiducia guidata da due semplici e grandi criteri insieme: sapere ciò che si dice e non voler ingannare nessuno. Ecco, la sua amicizia era vera, perché Nadiani sapeva ciò che diceva e non voleva ingannare nessuno, anche se, forse, non è sempre successo così da parte di alcuni a cui aveva dato la sua amicizia.

Nadiani era anche un uomo di fede (come emerge più compiutamente nella sua ‘omelia’ pubblicata qui a fianco), una fede cristiana semplice, mai ostentata, vissuta quasi nel nascondimento, ma presente nei suoi gesti quotidiani, nella fedeltà alla sua famiglia, nella partecipazione anche a momenti forti della liturgia, nella condivisione dei propri compiti educativi di genitore e docente, nell’apertura della sua casa, nell’accoglienza di persone con un bisogno, nell’ironia e autoironia di atti e comportamenti, e naturalmente nella sua opera. Chi avrà modo di leggerla o rileggerla, potrà scoprire le tracce di questa fede, il suo filo conduttore. Anche per questo Giovanni è stato un uomo coraggioso, che ha saputo lottare per oltre tre anni e mezzo con una malattia inesorabile, senza rinunciare al suo lavoro, al suo compito di scrivere, leggere, insegnare, comunicare la Bellezza.

Scriveva: Am’ sò\ am s ingambarlé\ am so ingambarlé int un fil\ am so ingambarlé int un fil d’erba.\\ E gnèch dl’erba\ int la sera d’maz\ un l’ha sinu inciòn… (Ho\ ho incespicato\ ho incespicato in un filo\ ho incespicato in un filo d’erba.\\ Il lamento dell’erba\ nella sera di maggio\ non l’ha sentito nessuno). Inciòn, invel e ades gnacvel (Nessuno, in nessun luogo e ora tutto). L’auspicio, anzi la speranza – Giovanni diceva proprio così: “Finché c’è speranza, c’è vita” – è che qualcuno, qualche amico, qualche istituzione, siano a fianco della moglie Ingeborg, dei figli Linde e Anton Benjamin, perché il grande patrimonio culturale che è l’opera di Giovanni Nadiani diventi patrimonio per molti, a Faenza, in Italia e in Europa.

At cialut (ti saluto), Giona.

Elio Pezzi, da “Il Piccolo”

 

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