Seamus Heaney, “Sweeney smarrito”, Archinto

di Edoardo Sant’Elia

Partiamo dalla copertina: che raffigura un uccello dal becco pinocchiesco, dall’occhio languido, le zampe due rotelle da triciclo, esile, precario il ramo su cui poggia. Così Valentina Muzzi immagina Sweeney, re trasformato in uccello, punito per la sua arroganza, per aver malmenato un chierico santo, fondatore di chiese (sia pure senza permesso). Siamo in Irlanda, nel medioevo, tra il 1200 e il 1500; ma a riscrivere il poema è un autore del Novecento, il premio Nobel Seamus Heaney, che narra nuovamente, con gioia complice, con trasporto palpabile, questa storia tipica delle sue terre, delle sue latitudini; un trasporto reso in lingua italiana da Marco Sonzogni, poeta e traduttore che ad Heaney ha dedicato gran parte della sua attività scientifica.

“Sweeney mi ha recato oltraggio / e compiuto ha un sacrilegio / e su di me le mani ha alzato…”, si lamenta il santo Ronan, invocando la vendetta del suo Dio; e Sweeney, colto da maledizione, subisce una trasformazione totale, assieme fisica e psichica: “Le sue dita si indurirono, / i suoi piedi annasparono agitati, / il suo cuore trasalì, / i suoi sensi erano ipnotizzati, / i suoi occhi stralunati, / le armi gli caddero di mano / e con frenesia e fatica si librò / come nell’aria un uccello”. L’eroe esce fuori di sé. Non si tratta di pura e semplice follia ma di un completo mutamento d’orizzonte: il sovrano divenuto volatile si sposta freneticamente in ogni luogo d’Irlanda e in nessuno trova pace, non nella valle dove si rifugiano tutti i matti del paese, non nelle chiese consacrate, non sulle vette solitarie, non nelle fitte brughiere. I morsi della cattiva coscienza lo lacerano, la memoria del passato splendore lo opprime, “…ora il ricordo è un cavallo ribelle / che s’impenna e mi sbalza di sella”, e sono inutili anche le preghiere, a nulla conduce il tardivo pentimento. Un brivido continuo, un’ansia di speranza inappagata percorre il poema, “chiaramente da ascrivere alla tensione tra la più recente e dominante morale cristiana e il più antico e resistente temperamento celtico”, come sottolinea lo stesso Heaney nell’introduzione.

“Caduto da nobili vette, / dolente e smarrito”, Sweeney, “pecora senza ovile”, si aggira come straniero in una terra concreta e favolosa assieme: è vasta la sua prigione, è mutevole, affascinante. Ma è una prigione. Il cielo che percorre in volo, le tappe del viaggio, sono stazioni amare che non conducono alla redenzione; si tratta di un falso movimento, la condanna è già scritta, il destino del re è deciso da un atto compiuto in preda all’ira. E tuttavia il suo è stato un viaggio di conoscenza, oltre i limiti normalmente concessi ad un uomo: racchiuso in un altro corpo, Sweeney ha potuto esplorare il mondo – e guardare al fondo di sé stesso – da un’altra prospettiva, con altri occhi, molto meno compiaciuti. Perché, come sempre nei poemi epici di tutti i tempi e di tutti i paesi, anche qui, al riparo della trama avventurosa, siamo di fronte ad una contraddittoria, dialettica enciclopedia dei saperi dell’epoca. Enciclopedia in versi e in prosa, che sfoggia una liberissima e varia scansione stilistica, metrica: non c’è praticamente pausa nella lettura, il ritmo è incalzante almeno quanto il frenetico, patetico battito d’ali del re uccello; ed a noi lettori, allora, non resta che perdersi come accadeva una volta nei piaceri del testo, riassaporando, rileggendo ancora, sin dall’inizio: “Abbiamo già detto del modo in cui Sweeney, figlio di Colman Cuar e re di Dal-Arie, si smarrì quando lasciò in volo la battaglia…”

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