“Se non c’è musica non c’è poesia”

Intervista a Guido Garufi sulla plauqette “Stelle variabili” contenuta nel suo prossimo volume in uscita “Fratelli”  (Aragno, 2016).

 

Guido Garufi nasce a Macerata nel 1949. Docente, poeta e critico letterario ha ricevuto la stima e i commenti favorevoli di personalità del calibro di Sergio Solmi, Mario Luzi, Eugenio De Signoribus, Umberto Piersanti, Paolo Ruffili, Giacinto Spagnoletti emolti altri ancora. Nonostante la stima di voci piuttosto eminenti nel panorama della poesia novecentesca, Garufi ha sempre preferito rimanere nell’ombra, mantenere una propria sobria genuinità anche nell’impegno poetico e civile, preferendo dedicarsi alla realtà della sua città e della sua regione, le Marche. E’ stato, insieme a Remo Pagnanelli, un attivissimo operatore nell’area dell’ attività letteraria marchigiana e italiana dagli anni ’70 fino alla fine dei ‘90. Si è specializzato in problematiche relative al nostro ‘9OO, pubblicando diverse monografie. Ha fondato nel 1980, insieme allo stesso Pagnanelli, la rivista nazionale di poesia e critica letteraria “Verso”. Nel campo più precisamente personale e creativo si ritiene opportuno indicare l’ “area” di quella non considerabile da chi scrive come attività o “voce secondaria”, ovvero la poesia, sempre vissuta come parallelo o avantesto dell’attività di critico : la prima raccolta di versi “Hortus” (Forum, Forlì,1980), “Conversazione presunta” (Tracce, Pescara,1987, introdotta da Vittorio Sereni), “Canzoniere Minore” (Milano, Archinto, 1997, con una nota di Mario Luzi) ed infine “Lo scriba e l’angelo” ( Archinto, 2003, ancora con una presentazione di Mario Luzi). La sua ultima opera in versi, “Fratelli”, uscirà presso la casa editrice “Aragno” nell’estate 2016.

 

Ormai giunto ad una riconosciuta e ben definita identità poetica, tanto da rintracciare già nel titolo di questa plaquette la figliolanza con una tradizione lirica precisa, che vede tra i suoi maestri non solo Sereni ma anche Montale e Luzipiù direttamente, viene da chiedersi da dove nasca questa plaquette, e dunque il tuo prossimo volume in uscita “Fratelli”?

 

Questa plaquette è una sorta di consuntivo. Stelle variabili è come si sa un titolo totalmente rubato, atto del tutto lecito nel caso di una plaquette. Vittorio Sereni è stato e continua ad essere indirettamente un mio punto di riferimento centrale sebbene quello più diretto sia certamente Mario Luzi. L’andamento dei testi di questa mia plaquette si inserisce perfettamente all’interno dei miei moduli stilistici e formali che, più da “Lo scriba e l’angelo” rispetto al precedente “Conversazione presunta”,  sono sempre più tendenti al poema lirico, ad una seconda voce direi quasi “metafisica”, con la quale si instaura verso dopo verso una sorta di dialogo e confronto  incessante. Questo tu è il tu dei poeti: sostanzialmente un pretesto. Citando Montale, è “un’occasione”, un’occasione spinta e carica di energia in grado di conferire al discorso lirico questa possibilità di avanzamento verso la prosa con un incedere orale, colloquiale, tendente al narrato e più vicino al lettore, sebbene non esista poesia senza musica.

 

Che cosa sono le Stelle variabili di Guido Garufi?

 

Cosa sono le stelle, variabili… Una stella è prima di tutto luce. La stella per me è come la poesia e cioè un orientamento nella notte. Sarebbe forse più corretto allora dire “Stelle invariabili” poiché le stelle rimangono fisse nella loro posizione originaria ma varia il cammino dell’uomo che guarda la stella. L’uomo ha per radar le stelle.Non sarà certo un caso se il termine “desiderio”indica etimologicamente proprio la mancanza delle stelle. Il cammino variabile della vita dell’uomo, dalle sue gioie alle sue disgrazie, dalle esperienze positive a quelle negative, dai suoi incontri ai suoi abbandoni è interamente determinato dalla direzione dettata dalla stella. Un esempio di riferimento, non sciocco, è ciò che secondo la tradizione Cristiana si verifica alla nascita di Gesù. Vi è una stella che indica ai Re Magi il cammino. Una stella non è il sole ma una luce notturna, forse più vicina alla luna e a me sinceramente la notte ha sempre affascinato moltissimo essendo in qualche modo quella condizionedi silenzioso sussulto dell’animo tale da evidenziare la drammatica sproporzione tra l’infinito bisogno del nostro cuore e l’umana incapacità nel soddisfarlo a pieno. Ibant in nocte securi: “andavano sicuri – sicuramente- nella notte”. Inoltre c’è tutta una tradizione che dal Romanticismo giunge direttamente ai nostri giorni. Basti pensare a Novalis e ai suoi Inni alla notte e  canti spirituali, o ancora allo stesso Leopardi che, permettete, ritengo il più crepuscolare nel senso proprio del termine e cioè di dedito al crepuscolo. Nel suo “Canto notturno” svelava il poeta di comporre i suoi versi sotto l’influsso della “notturna lampa” che è appunto la luna.

 

Quali sono state, per così dire, le “Stelle” di riferimento nel tuo percorso poetico?

 

La mia passione, o meglio, la mia “chiamata” alla poesia non ha una data fissa. Questa tensione alla scrittura l’ho avuta da quando ho ricordi vivi ancora in mente. Certamente è stata stimolata dalle letture che ho fatto. A mio avviso un autore, in questo caso un poeta, se non legge i suoi contemporanei e i maestri trascorsi, se non ha cioè un background culturale proprio, indipendentemente dai suoi gusti, non è in grado di scrivere poesie. Una poesia nasce dalla lettura di altri testi.  Nel mio caso di quelli di Luzi, Sereni, Bertolucci, Montale o Pasolini, quali considero più di altri miei maestri, ma ne ho letti infiniti altri ancora. Se non si legge non si può scrivere. Non credo nella poesia d’impeto e tanto meno in quella sperimentale. Credo nell’istinto, in quell’emozione che scaturisce nel nostro animo e che potremmo chiamare ispirazione, ma resta pur sempre un’emozione, ciò che ti muove a scrivere appunto (e-moveo). La poesia consiste in un lavoro lungo di lima e ricerca nello studio e nella propria quotidianità. E’ in particolare, se vogliamo, un lungo lavoro su se stessi. Se Leopardi non avesse letto i libri della biblioteca di Monaldo e non avesse avuto l’inquietudine che lo caratterizzava sicuramente oggi non lo avremmo ricordato (cosa resa possibile anche dallo strenuo impegno dell’amico Ranieri).

 

Scorrendo velocemente questa breve plaquette si avverte un incessante dialogo con voci molteplici. Quali sono le voci con cui Garufi sta dialogando?

 

Nello specifico ve ne sono due a me particolarmente care e cioè l’amico critico e poeta Remo Pagnanelli e mio fratello Giuseppe, entrambi morti per mano propria. Devo precisare che questa sorta di dialogo con figure ormai trapassate avviene nella mia scrittura già da tempi remoti. A volte l’altro è un “fantasma che ti salva” come scrive Montale, non necessariamente un altro chiaro e ben distinguibile come altro da sé. Mi ritrovo forse oggi più che allora in ciò che Mario Luzi scrisse sul mio conto nella prefazione del mio volume “Canzoniere minore” e cioè di questa chiamata indecisaa convocare voci del passato nel presente, in un coro presente. Una compresenza di vivi e morti in senso puramente energico e positivo, come qualcosa che appartiene alla nostra storia e dunque inevitabilmente alla nostra personalità e alla nostra identità odierna, a chi siamo noi oggi.

 

Quale è stato il “fantasma” che ha salvato Guido Garufi?

 

Sicuramente i ricordi, belli, ma, spesso e volentieri, quelli spiacevoli. Anch’io, un po’ come credeva Ungaretti, ritengo che ognuno di noi mano a mano che avanza negli anni, vada a ritroso. Il libro, l’opera d’arte procede nel tempo ma la mente pesca e ripesca nell’infanzia di volta in volta, nel così detto “paese innocente”, serbatoio di energia perenne. Anche un uomo giunto all’età di ottanta anni può essere positivamente infantile mantenendo quell’intuizione sempre accesa, quegli occhi lucidi capaci di rinnovato stupore che hanno i bambini. Traduco malamente “Se non ritornerete come bambini non entrerete mai”. Bisogna essere intuitivi e conservare l’infanzia. La poesia è come ricorda lo stesso Pavese, prima di tutto un’infanzia ritrovata.

 

 

 

Quali sono i riferimenti per te ammirevoli rintracciabili all’interno della tua generazione, e non soltanto?

 

Sicuramente l’amico De signoribus, Conte, Mussapi in cui è potentemente presente l’influenza della linea inglese. A differenza di molti miei contemporanei, credo che la poesia inglese, penso ad esempio ad T.S.Eliot. o a Seamus Heaney, conti di più di certa poesia francese. Certamente la poesia simbolista e certa poesia russa hanno svolto un ruolo centrale all’interno dell’intera tradizione lirica europea e non solo.

Avendo collaborato con molte riviste, tra cui  la stessa “Forum quinta generazione” di Piccari, ed essendo nato nell’ottobre del ‘49 ho letto e stimato la maggior parte dei poeti già attivi durante la mia adolescenza come gli già citati Montale, Sereni, Luzi, Saba, Bertolucci, Bigongiari, Caproni, Pasolini e molti altri ancora. Devo ammettere però che la mi insegnante di maggiore valore è stata l’intera Storia della letteratura, dai grandi Classici, da quel passato che non passa come Dante, Omero, Petrarca, Boccaccio risalendo fino ai giorni nostri. Dante ad esempio colpisce ancora oggi per la sua potenza comunicativa nonostante la sua lingua  sia quasi incomprensibile. La sua drammaturgia arriva perfino al cuore dell’analfabeta e questa è di certo la prova della forza della poesia che conta, perché della grande poesia si sente l’energia della voce al di là del gusto individuale. Alcuni poeti personalmente li ricordo per un verso, per un concetto, per una linea stilistica mentre altri invece non mi ritornano affatto in mente. Come dice Battisti  “mi ritorni in mente bella come sei”, una cosa bella resta, se non resta è perché quel poeta non ha lasciato nulla di davvero valido dietro di sé.

 

A cosa è servita la poesia nella tua vita?

 

Ho detto in passato che la poesia è in qualche modo una salvezza personale e non collettiva. Non è una consolazione ma un misterioso enigmatico appoggio, è un’arma di offesa e ancor più di difesa, un’arma che può insegnarci la resilienza, che seguita a resistere anche dentro vicende a volte non belle della vita di ciascuno. Trovo un parallelismo tra teologia e poesia. Nel caso della prima ci troviamo a dover parlare di fede mentre nel caso della seconda di energia. La poesia è energia e non un pianto o una commemorazione, come qualcuno ritiene, ma qualcosa di intimo, di riservato ed io, riservato, lo sono abbastanza. Ogni volta che esce un mio volume, a differenza di molti altri autori, non faccio un’ ipertrofica campagna pubblicitaria volta ad una personale ed autoreferenziale dichiarazione di esistenza, come telefonare a critici o passare giornate intere davanti ai social. Credo da sempre che “chi c’è, c’è e chi non c’è, non c’è”. Vedo male quelli che si danno da fare in un lavoro matto e disperato nel senso brutale del termine. Naturalmente un volume deve essere promosso e c’è bisogno dell’attenzione e del riconoscimento altrui ma in questo caso stiamo parlando di vano narcisismo, di una questione ormai  sociologica.

 

Cosa dobbiamo aspettarci da questa prossima opera in uscita,  “Fratelli” , che da quanto detto fin qui sembra far pensare in qualche modo all’omonima poesia di Ungaretti, “Di che reggimento siete/ fratelli,/ parola tremante/ nella notte,/ foglia appena nata/ nell’aria spasimante/involontaria rivolta/ dell’uomo presente alla/ sua fragilità/Fratelli”…

 

La plaquette Stelle variabili  è stata edita dall’Associazione culturale “La Luna” ed   inserita in questo mio volume di prossima uscita (circa fine maggio) “Fratelli”, che rileva gli stessi caratteri stilistici e formali di questa plaquette. Frater nel mio caso, come in quello di Ungaretti assume un senso alto e al contempo drammatico, quasi enigmatico, simile a quello scaturito da “La ginestra” di Leopardi. Il mio “Fratelli” è rivolto a tutti, in modo comico e paradossale direi che è la stessa cosa che Nietzsche dice del suo Così parlò Zarathustra  e cioè che fu un libro “per tutti e per nessuno”. Così il mio “Fratelli” è un volume “per tutti e per nessuno”.

Ho inoltre voluto inserire al termine del volume tre testi epigrammatici scritti in corsivo che non appartengono  alla vera e propria struttura del volume. Sono epigrammi satirici icastici e di carattere politico contro la brutalità della Storia e della frammentazione dell’io, contro una civiltà che sembra sempre più sottomessa piuttosto che semplicemente frantumata.

 

Enrico Marcucci

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